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Apologia di LeU. Dopo lo tsunami, le cose da cui ripartire

Ha ragione il mio amico Stefano Di Traglia, che lunedì mattina mi ha scritto: adesso sarebbe tempo di fare l'analisi del voto del 2013, quella che il Pd non ha mai voluto fare. Sono stati anni di analisi sbagliate, sbagliate perché fondate su una lettura illusoria della realtà. Ripartire dai fatti ci farebbe bene a tutti. Noi di Liberi e Uguali non abbiamo avuto la forza di invertire la rotta - e dovremo capire perché. Ma i fatti li abbiamo visti e l’analisi non l’abbiamo sbagliata.

  1. Tutto come previsto. Se abbiamo sbagliato la risposta non lo so (ci arrivo), ma è successo esattamente tutto quello che dicevamo da anni: la mucca era nel corridoio, il Pd è andato a sbattere contro il muro a tutta velocità. L'onda è stata talmente alta che ci è passata sopra, questo sì. Non abbiamo avuto il fisico. Non siamo stati percepiti come un'alternativa al Pd, ma come un pezzo del Pd o comunque come una parte di qualcosa - la sinistra - con cui questo paese voleva chiudere, voltandosi dall'altra parte: a destra - e nella destra a Salvini - e verso i grillini. Cosa potevamo fare di diverso? Io penso niente.
  2. Eh già, gli elettori in fuga dal Pd votano i Cinque stelle: sai che scoperta. Anche questo sono anni che lo diciamo, compreso il fatto che la tattica piddina - demonizzarli salvo imitarli con quella specie di populismo soft che è tanto nelle corde del renzismo - non funziona. C'è una novità, stavolta: gli elettori in fuga dalla sinistra hanno scelto anche Salvini, e per le stesse ragioni. Perché non ne vogliono più sapere di noi. Non è che vogliono dare un segnale, vogliono proprio togliercisi di torno. Se voglio dare uno schiaffo a Renzi non voto Grasso, voto Di Maio: è più sicuro.
  3. Spero che si capisca, guardando i numeri, che il problema era un po’ più complesso rispetto a “voi di LeU fate vincere la destra”. Zingaretti vince nel Lazio grazie all’apporto determinante di LeU. Gori in Lombardia avrebbe perso comunque, anche nell’ipotesi (palesemente falsa) che bastasse una decisione dei vertici di LeU per spostare su di lui i voti che ha preso Rosati. Altrettanto vale per i collegi maggioritari del Rosatellum, la cui relativa importanza nel determinare il risultato è evidente. Il meccanismo mentale del “voto utile”, se c’è stato, ha penalizzato tutta la sinistra e sarebbe stato meglio maneggiarlo con più prudenza. E meno male (altro che storie) che non c’è il ballottaggio dell’Italicum, che avrebbe cancellato la sinistra - tutta - dall’orizzonte. Anche l'Italicum nasceva da un'analisi illusoria e sbagliata. Le nostre critiche all'Italicum erano giuste.
  4. Così come erano giuste le critiche al Rosatellum, la legge acchiappa fiducie che adesso tutti vogliono cambiare. Non chiamateli ripescati, quelli che hanno perso nel loro collegio ma poi sono stati eletti nel proporzionale: è la legge che è fatta così. Non consente il voto disgiunto. Non consente di votare la persona. E, in un sistema pluri partitico, a giocarsela nei collegi, senza voto disgiunto, sono solo i partiti grandi. I big di LeU che hanno accettato di correre nei collegi (quasi tutti) non sono dei paraculi che si sono fatti "ripescare": sono dei generosi che hanno accettato una sfida persa in partenza per  provare a portare consensi in più, qualche volta riuscendoci (basta guardare le percentuali di Bologna, dove c'era Vasco Errani).
  5. Anche la storia delle "facce nuove" che sono mancate ha stufato. Vogliamo parlare di D'Alema? Parliamone: con duemila voti in più, D'Alema oggi era senatore. Che sia arrivato ultimo nel suo collegio sinceramente non rileva: la legge elettorale miracoli non ne consente. Semplicemente non è scattato il quoziente della lista plurinominale (una sola) in cui era candidato. È successo lo stesso a facce ben più fresche - e ben più pluricandidate - come Anna Falcone. E non c'entra niente il giudizio degli elettori su di loro. Chiedetelo a chi ha scritto questo capolavoro di Rosatellum come funziona il flipper dei quozienti nel proporzionale. Abbiamo fatto la campagna elettorale aggrappati alla popolarità di Bersani, ce lo siamo litigati come testimonial, le tv se lo contendevano: senza di lui oggi staremmo anche peggio. Eppure anche lui per un pugno di voti poteva non essere eletto, se la pallina del flipper avesse rimbalzato altrove. Non usiamo l'irrazionalità di un sistema elettorale assurdo per trarre conclusioni che rientrano nello schema logico renziano, non nel nostro.
  6. Andiamo avanti con LeU, ma senza diventare autistici. È ovvio che dobbiamo guardare anche a cosa succede nel Pd. La catastrofe è talmente grande che il problema di come salvare la sinistra non può essere solo nostro. Si capirà meglio nei prossimi giorni se qualcosa può succedere. Anche il Pd però farebbe bene a non cercare scorciatoie. Che cosa significhi la passerella di Calenda al Nazareno io non l'ho capito. È un uomo simpatico e intelligente, ma non ci si iscrive direttamente alla segreteria di un partito, salvo minacciare di andarsene se non si fa quello che uno dice. Alla sinistra non serve un'altra illusione come quella di cinque anni fa. Serve un'analisi di se stessa e dei fatti, il tempo per farla, e un bel po' di umiltà e generosità che si sono perse per strada.

Altre considerazioni sul voto e su LeU le ho fatte in questa intervista di Concetto Vecchio uscita sul sito di Repubblica.

Referendum: ma siamo sicuri che sia la vittoria del Sì a garantire stabilità? (No)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Aveva destato qualche stupore il fatto che ultimamente Matteo Renzi avesse cominciato ad alludere agli scenari successivi a un'eventuale vittoria del No. È bastato attendere e il motivo è diventato chiaro: gli ultimi sondaggi consentiti prima del silenzio preelettorale rendono quella della bocciatura della riforma Boschi un'eventualità non ignorabile, ed è assai verosimile che il premier quei sondaggi li conoscesse da qualche giorno. Tuttavia la drammatizzazione dello scenario post vittoria del No, da parte di Renzi, è indubbiamente anche una tattica per recuperare il consenso che in queste ore sembra sfuggirgli. Evocare un quadro di instabilità può servire a parlare alla "maggioranza silenziosa", quella massa di indecisi poco politicizzati e poco interessati ad approfondire il merito della riforma che, pur non disposti ad arruolarsi in un plebiscito pro-Renzi potrebbero temere le incertezze di un eventuale e imminente post-Renzi.
Ma è proprio vero che la vittoria del No porterebbe instabilità? In realtà il semplice ragionamento politico porterebbe piuttosto a pensare l'esatto contrario. Se vince il Sì, infatti, quanto ancora può durare la legislatura? Quale diventerebbe immediatamente l'oggetto del discorso pubblico sui giornali, ma anche nelle cancellerie che guardano all'Italia se non lo scenario elettorale? Quanto potrebbe resistere Matteo Renzi d'altro canto alla tentazione di capitalizzare la vittoria? Quanto potrebbe sopravvivere un senato "dead man walking", già abolito nella sua conformazione attuale ma ancora lì a votare fiducie? Non è affatto detto che dopo una vittoria del Sì la Corte costituzionale blocchi l'Italicum: non sta scritto da nessuna parte che una legge sbagliata sia anche incostituzionale. Qualche correzione minima richiederebbe poco tempo e tutto sarebbe pronto per le elezioni tra pochi mesi. Ed ecco in agguato la sorpresa: perché non è affatto scontato che a una vittoria del Sì, magari riacciuffata d'un soffio ribaltando i sondaggi all'ultimo minuto, debba per forza seguire una vittoria del Pd alle elezioni politiche. E con il nuovo sistema, tutto incentrato sul principio che "il vincitore prende tutto", la "maggioranza silenziosa", in sintonia con quella americana, potrebbe finire col dare tutto il potere proprio alle forze antisistema. Altro che stabilità, la vittoria del Sì nelle condizioni date può portare a una rapida e netta vittoria del movimento Cinque stelle. Scenario legittimo, ma pieno di incognite.
E se vince il No? Una cosa è certa: nessuno della maggioranza attuale di governo chiederà a Renzi di dimettersi. E anche nel caso che lui decida di farlo, la maggioranza esisterà ancora. Potrebbe forse il partito di maggioranza relativa permettersi di dire no a una soluzione autorevole indicata dal presidente Mattarella? Con quale motivazione, non davanti a lui, ma davanti al paese, il Pd potrebbe rifiutarsi di governare? Non solo non è ipotizzabile che Renzi chieda al suo partito di fare questo, ma se pure lo facesse non sarebbe ipotizzabile che il Pd, dopo una sconfitta che sarebbe difficile non imputare a lui e alla sua gestione personalistica del governo e del partito, seguisse una tale insensata indicazione. Anche perché a quel punto ci sarebbe il dovere di fare una legge elettorale per il senato, e anche il giudizio della Corte sul'Italicum sarebbe probabilmente molto più severo (permanendo la seconda camera che dà la fiducia sarebbe molto più difficile giustificare in nome della governabilità meccanismi di distorsione del risultato come il premio di maggioranza o il ballottaggio). Questo, insieme alle emergenze economiche e della ricostruzione post terremoto, potrebbe essere il compito di un governo "del presidente" che difficilmente non arriverebbe alla scadenza del 2018. Sempre, ripeto, che Renzi non sia in condizione o non voglia assumersi lui questo compito. Quello che è certo è che questo paese avrà bisogno, dopo il 4 dicembre, di una decantazione. Dopo essersi così aspramente diviso sulla costituzione, dopo questi anni di turboriformismo dai risultati non sempre proficui, dopo le tensioni con l'Europa un po' di stabilità per l'Italia ci vuole proprio. E se fosse proprio la vittoria del No, paradossalmente, il modo per garantirla?

Italicum: se questo è un accordo

Leggo che Gianni Cuperlo dice di aver scritto lui il documento della commissione per la modifica dell'Italicum. Non mi stupisce. Credo che a Gianni la maggioranza del Pd avrebbe concesso qualsiasi cosa, purché appunto si trattasse solo di un documento informale e soprattutto purché lui lo firmasse, spaccando la minoranza e alzando la palla per la schiacciata di Renzi alla vigilia dell'ordalia di fine Leopolda (a proposito, leggo che Matteo oggi intende "togliersi qualche sassolino": la notizia è che ne abbia ancora).

Non capisco cosa ci sia, in questo documento, di diverso dai generici impegni enunciati da Renzi nell'ultima direzione, impegni che tutti noi che ci riconosciamo nella minoranza Pd avevamo giudicato generici e insufficienti. A nome di tutti noi, che condividevamo quel giudizio, Gianni era entrato in quel gruppo di lavoro: peccato che poi abbia deciso di fare da solo, come il giorno che se n'è andato a Piazza del Popolo all'ultimo momento, dopo averci detto che restava a casa come noi.

La preoccupazione di Cuperlo di non dividere il Pd io la capisco e l'ho nel cuore. Peccato che oggi il Pd sia più diviso e incattivito che mai, e tra un paio d'ore ne avremo la conferma. Perché a questo serviva quel documento, a dividere ancora. Il resto, come sarebbe successo comunque, si vedrà dopo il 4 dicembre.

Il romanzo del proporzionale

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Centro, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Alto Adige, Il Trentino, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia, La Città di Salerno e altri).

Come nei romanzi, e a dire il vero come nella vita, anche in politica il passato torna sempre; soprattutto se non ci fai i conti. E c'è davvero qualcosa di romanzesco, o di psicanalitico, nell'improvvisa fiammata che ha riportato sulla scena il sistema proporzionale.

Paradosso delizioso, è stato proprio il Movimento 5 stelle a innescare la miccia: sganciandosi dalla trappola tra coerenza e convenienza, nel dilemma se opporsi o fare buon viso a una legge – l'Italicum – che, voluta dai loro avversari e da loro violentemente contrastata, ora sembra doverli accompagnare alla vittoria, i grillini hanno rilanciato portando all'estremo la parola d'ordine dell'uno vale uno, dello scettro ai cittadini; noi siamo per proporzionale e preferenze, hanno detto.

Come per un riflesso condizionato, dal Pd è scattata l'accusa sanguinosa: allora volete tornare alla prima repubblica! E pensare che la proposta pentastellata in realtà, prevedendo collegi piccoli e nessun riparto nazionale, somiglia, più che al sistema in vigore in Italia fino agli anni 90, a quel sistema spagnolo che tanti consensi ha avuto proprio tra i Democratici, e in particolare nell'area del Pd che oggi più difende l'Italicum. Sistema, quello spagnolo, sul quale pure molto si poteva dire e criticare, visto lo stallo che due successive elezioni in pochi mesi non sono riuscite a sbloccare in quel paese. E invece no: sulla prima repubblica si è affannato a dichiarare il Pd. Favorendo su giornali e social network l'uscita allo scoperto di qualche voce – non solo del passato – che tutto sommato, e soprattutto nel confronto col presente, una lancia per i vecchi tempi è disposta a spezzarla.

La verità è che la proporzionale, come in un romanzo o come nella vita appunto, mette tutti di fronte alle loro contraddizioni. Innanzitutto i 5 Stelle, certamente: perché con un sistema non maggioritario e senza premi i partiti, anche i partiti che arrivano primi alle elezioni, sono costretti a dialogare in parlamento, a cercare maggioranze, a fare alleanze. Ma anche l'alzata di scudi del Pd è contraddittoria, e non solo perché l'anima proporzionalista nel Pd è forte, sia nell'area di ascendenza Dc che in quella post comunista, ma perché il rapporto col passato, in questo partito quasi totalmente renzizzato al vertice ma molto inquieto nella base, è un tasto delicato. Terracini e Dossetti, Togliatti e Calamandrei sono stati tirati per tutte le giacche possibili per motivare la modifica del bicameralismo che sarà oggetto del referendum costituzionale. E d'altro canto Renzi per sostenere le ragioni del Sì, ripete spesso che “prima di lui” si cambiava governo quasi ogni anno; e spesso gli viene risposto non a torto che negli ultimi vent'anni la stabilità dei governi è stata grande (uno peraltro l'ha fatto cadere lui), mentre negli anni del pentapartito la caduta di un governo era frequente ma in fondo non così destabilizzante.

Ma forse la verità è che la proporzionale non mette tanto in discussione il giudizio sulla prima repubblica, ma sulla seconda; e può darsi che anche su questo – come in altri casi – il Movimento 5 Stelle intuisca qualcosa che poi non necessariamente sarà capace di tematizzare. Non sarebbe invece ora di chiedersi che cosa ha prodotto il mito dell'uomo solo al comando? Del maggioritario esasperato, degli slogan secondo cui si deve sapere la sera stessa delle elezioni, ma che dico un minuto dopo la chiusura delle urne, chi ha vinto, chi è il capo? Questa retorica (appunto) anni 90 ha reso la politica più efficiente? Le decisioni più veloci? I politici più stimati? Ha davvero semplificato il sistema? Lo ha rinnovato? Ha contrastato mali antichi come il trasformismo o la corruzione? Di più: questa retorica anni 90 (ripeto) è ancora, oggi, il nuovo? È l'orizzonte verso cui va la politica, negli altri paesi europei e nel mondo? Qui non si tratta, intendiamoci, di sognare di ripristinare un passato remoto peraltro spesso mitizzato. Era un altro mondo, un'altra storia, oltre che altri leader, altri partiti, altri parlamenti. E tuttavia sarebbe utile, penso, alla politica italiana, guardarsi indietro con un po' più di calma e senza i vizi della propaganda, distinguere tra passato e passato, tra errori e passi avanti. Come nei romanzi, e come nella vita, è quello che si fa per diventare adulti.

 

Ferragosto e cervelli in vacanza

In questo Ferragosto

  • l'ayatollah dell'Ulivo ci spiega che la riforma dei Centouno è il compimento dell'Ulivo
  • il leader della minoranza Pd ci spiega come deve fare a vincere la minoranza Pd e perché fin qui ha dimostrato di non avere leader e classe dirigente
  • l'aspirante anti Renzi ci spiega che si vota sì perché è certo che Renzi cambierà l'Italicum come desidera lui (lui che quando Renzi buttò fuori dalle commissioni chi voleva cambiare l'Italicum ci spiegò che Renzi faceva benissimo)
  • tutti costoro sono d'accordo che ha ragione Cacciari: l'importante è "chiudere coi D'Alema e i Bersani" se no non si va da nessuna parte. Il motivo non è chiaro, ma è evidente che se lo si fa la gente scenderà in strada finalmente libera di inneggiare a Parisi, Cuperlo e Rossi.

Io comunque ho da leggere la biografia di Caterina de' Medici. Auguri.

Eleggere il nuovo senato: l’uovo di Fornaro

Oggi sul quotidiano Il Dubbio

Perché gli esponenti della minoranza Pd insistono nel porre a Renzi le loro condizioni per il sì alla riforma costituzionale, al prezzo di una porta in faccia al giorno? Delle tre condizioni della minoranza – il carattere non plebiscitario della campagna elettorale, la modifica dell’Italicum, l’esigibilità dell’accordo sull’elezione del nuovo senato – le prime due sono tutte “politiche”: dipendono cioè da condizioni generali, che solo in minima parte hanno a che vedere con gli equilibri interni al Pd. Ma per la terza è diverso. E a palazzo Madama c’è qualcuno convinto che la soluzione sia davvero a portata di mano. “E’ la quadratura del cerchio”, dice il senatore Federico Fornaro della legge di cui è primo firmatario insieme ad altri 23 colleghi, intitolata “Norme per l’elezione del senato”. “Perché con la nostra proposta alla fine avremmo senatori che a tutti gli effetti sono scelti dai cittadini; eppure sono a tutti gli effetti consiglieri regionali”.  La proposta è stata presentata il 20 gennaio 2016. Naturalmente non può essere incardinata in commissione e tantomeno votata, dato che è tecnicamente una legge di attuazione di una modifica costituzionale che fino al referendum non è in vigore. “Però – ragiona Fornaro – sarebbe un gesto politico molto forte se Renzi, anziché ripetere come ha fatto ieri che il parlamento provvederà a fare una legge, dicesse che il Pd è pronto dopo l’approvazione della riforma ad assumere la nostra proposta come testo base”. Continua a leggere

Aiuto, mi si è ristretto l’Italicum (Milano e Diamanti, nel senso di Ilvo)

Dopo una fase di scapigliata insofferenza per le "derive politologiche" (in particolare se ascrivibili alla minoranza Pd), il Maestro Stefano Folli torna a temi a lui più congeniali lanciando un accorato appello dal sapore ultimativo, se non disperato, sui rischi dell'Italicum. Io non so se, come scrive il Maestro, la nuova legge elettorale fosse davvero "un sistema concepito per consolidare il trionfo della nuova era renziana" che ora rischia di ritorcersi contro i suoi stessi autori. Non mi permetterei mai di dirlo: che Folli è un Maestro, a me i renziani se scrivo così me menano. So però che, ben prima che i sondaggi di Ilvo Diamanti ce ne svelassero le insidie, analoghi avvertimenti (politologici s'intende) erano venuti - inascoltati per non dire disprezzati e silenziati con procedure parlamentari del tutto inedite - anche dall'interno del partito del premier. Continua a leggere

Buoni amici come noi. Il Pd dopo l’accordo sulle riforme

(24 settembre 2015)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Centro, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Alto Adige, Il Trentino, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia, La Città di Salerno e altri)

E qualcosa rimane dunque, tra le pagine chiare e le pagine scure del Pd. Dato spesso per irrimediabilmente diviso dagli antirenziani più accesi, per la seconda volta, dopo l'elezione di Sergio Mattarella, il partito del premier ritrova all'ultimo minuto utile il filo dell'unità interna in un momento decisivo. Data ripetutamente per asfaltata dagli ultrarenziani più convinti, la minoranza Pd segna un punto sostanziale, e ancora una volta il paragone con i giorni dell'elezione del presidente della repubblica non stona.
Non ha molto senso mettersi a discutere su chi ha vinto e chi ha perso, perché è evidente che queste cose avvengono per volontà di entrambe le parti: Renzi ha fatto un'importante concessione sulla questione decisiva, cioè che a scegliere i senatori rappresentanti delle autonomie saranno i cittadini, senza però mollare sul punto che a eleggerli formalmente saranno i consigli regionali. Il risultato è un po' bizantino, e non contribuirà a rendere più elegante né lineare la nuova versione della nostra Carta, che del resto già non brillava rispetto al testo del 48; ma in politica ci vuole anche realismo e diversamente da così, a meno di rotture, non poteva finire. Curiosamente – senza voler fare paragoni impropri – la soluzione assomiglia proprio al modo con cui il partito democratico elegge il suo segretario: che è scelto dai cittadini con le primarie ma poi non è formalmente tale finché l'assemblea nazionale non ne ratifica l'elezione. Continua a leggere

Perché non vuoi Verdini, ovvero: e adesso, pubblicità

Ho conosciuto un ragazzo che lavora nella pubblicità. Dice che quindici anni fa, appena laureato, ha fatto una selezione come creativo ed è arrivato primo, su diverse centinaia. Dice che da allora si è divertito un sacco, ed è pure un bel posto penso, pagato bene. Però non ne può più. Vuole, vorrebbe, andarsene. Dice che il pubblico italiano è cambiato, anzi ve la dico tutta: che è regredito. Che non è più in grado di capire un messaggio un pochino più sofisticato di "compra questo, è buono", oppure "prendi quello, conviene". Niente ironia, doppi sensi, suggestioni: sono cose inutili, anzi danno fastidio, spiazzano. Niente messaggi complessi o almeno un pochino sofisticati. Niente creatività. Sennò la gente si confonde, non capisce. "Prendi questo". "Accattatevillo", avrebbe almeno detto anni fa Sofia Loren con un bel po' di malizia, fascino e (auto)ironia: spot audaci a guardarli oggi, cose che non si fanno più. Continua a leggere

Il silenzio rumoroso del Colle (perché Mattarella non parla, cosa pensa)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (il Tirreno, la Gazzetta di Mantova, il Mattino di Padova, il Piccolo, il Centro, la Gazzetta di Reggio, la Gazzetta di Modena, Alto Adige, il Trentino, il Messaggero Veneto, la Nuova Sardegna, la Nuova Venezia, la Città di Salerno e tanti altri)

Dicono i sondaggi che Sergio Mattarella, praticamente uno sconosciuto per i non addetti ai lavori al momento della sua elezione al Colle, sia diventato rapidamente, nonostante i suoi proverbiali silenzi e la sua naturale compostezza (che non diventa mai però freddezza o distacco) il più popolare politico italiano. Con la necessità di fare le prime scelte, la luna di miele comincia ora, inevitabilmente, ad affrontare i primi scogli. Alla fine della settimana in cui ha firmato e promulgato, rapidamente e senza osservazioni, la nuova legge elettorale rocambolescamente approvata dalla camera, il presidente è ora un po' più solo, alla vigilia di un'altra tempesta parlamentare e politica strettamente collegata all'Italicum: quella sulla riforma del senato.

Si dice che la Costituzione su questo punto è una “fisarmonica”, che ci siano stati tanti modi di fare il presidente quanti sono stati i presidenti. È presto per dire che presidente sarà Mattarella, ma una cosa già si può dire: non riterrà di spiegare e motivare ogni volta, né in via formale né in via informale, i suoi gesti e i suoi atti, convinto che i gesti e gli atti parlano per lui. Se ha promulgato l'Italicum, insomma, è perché ritiene che non vi sia la “manifesta incostituzionalità” di cui parla la Costituzione. Il primo presidente arrivato al Colle direttamente dall'altro lato della piazza, quello della sede della Consulta, sa bene che la storia è piena di leggi promulgate dal Quirinale e poi cassate o modificate dalla Corte. Lui si è limitato a constatare che l'Italicum non ha i difetti (premio senza soglia e liste bloccate lunghe) rilevati dalla Consulta nella sentenza che ha bocciato il Porcellum.

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