Monthly Archives: febbraio 2017

Alcune cose sparse sulla scissione

Sono giornate impegnative, da molti punti di vista. Ho pensato e detto delle cose; ve le lascio qui in attesa poi di metterle in ordine.

Questa è l'intervista che mi ha fatto Pierluigi Mele per il sito di Rainews. "Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi".

Qui invece c'è il video della mia partecipazione a Otto e mezzo ieri sera con Dario Nardella, Evelina Christillin e ovviamente Lilli Gruber. "Bersani - Renzi, l'ultima sfida".

Infine, siccome ogni tanto scatta quella meravigliosa cosa che qualcuno scrive quello che stai pensando e come ti senti meglio di come lo faresti tu, faccio una cosa che non faccio mai e pubblico qui sotto un post della mia amica Monica Nardi. Perché non so come si chiamerà e quando ci riusciremo; ma noi lo rifaremo, il Pd.

Se scissione sarà, verranno a dirvi, o leggerete, che è colpa della fusione a freddo. Voi però per piacere non credeteci, perché è solo una mistificazione paracula. Così come lo è quella dei comunisti polverosi e retrivi da una parte e dei giovani arrembanti e innovatori dall'altra. O lo sono i discorsi sulle vecchie appartenenze o i riferimenti culturali che non si integrano, sull'amalgama, sui democristianoni e i compagni che non si capiscono. Oppure, ancora, quella colossale cretinata dei figli che devono uccidere i padri per avere una identità o i tanti bla bla bla di chi non ha mai messo piede in una sede di partito.

Il punto non è l'incompatibilità tra le culture politiche dei grandi partiti popolari del Novecento, ma l'assenza o la pochezza di cultura politica. Non è la differenza tra valori, ma i valori che sbiadiscono in nome di smaccate e dozzinali logiche di potere, spartizioni, egotismi ipertrofici e fragilità personali.

Io ho un'idea molto chiara sul come si sia arrivati sin qui. Dirla evidentemente non toglie e non aggiunge nulla. Alcuni processi penso di averli subodorati per tempo, altri no, ma tant'è.

Quello che conta, secondo me, è che quella storia lì, quell'afflato di vera giustizia sociale e vera modernità che può nascere in Italia solo da una reale comunità di intenti tra sinistra e cattolicesimo democratico, è stata e RESTERÀ la più straordinaria e nobile intuizione della politica italiana. Quella che, sotto forme diverse, ha prodotto la breve stagione del centrosinistra nei primissimi anni '60, più tardi la sintonia tra Moro e Berlinguer in nome dell'interesse generale del Paese, da ultimo l'esperienza dell'Ulivo con la spinta europeista e quella (oggi purtroppo esaurita) per il risanamento della nostra finanza pubblica.

Una storia e un'unione sempre contrastate, sempre temutissime ora dalla destra destra, ora dai blocchi di potere, quelli sì retrivi e conservatori. È avvenuto anche in questi anni, in modi forse più sofisticati e subdoli, ma il risultato mi pare lo stesso.

Di certo, quell'afflato non si esaurirà e chi saprà restituirgli una dignità politica e culturale avrà reso un servizio al Paese in questi tempi così difficili.

Andreatta diceva a Prodi, proprio negli anni in cui entrambi pensavano per primi all'Ulivo, che l'unico vero orizzonte di ogni politica pubblica dovesse essere la ricaduta sull'ULTIMO DEI CITTADINI. Quelli che non contano niente, quelli che hanno paura, quelli che sono rimasti indietro e non ce la fanno più. Esiste oggi qualcosa di più attuale e importante di questo?

 

Se per sbaglio al congresso del Pd si parlasse di politica

Nessuno sa veramente cosa dirà tra qualche ora Matteo Renzi, ma è probabile che la direzione di oggi apra per il Pd il percorso del congresso. Se così sarà, due narrazioni sembrano prepararsi per accompagnare la lunga procedura di rinnovo della leadership democratica: da un lato quella classica della “Babele”, di un partito litigioso e sfarinato dall'eterno scontro correntizio, e dall'altro quella della “vendetta”, della "resa dei conti" che prepari il ritorno di un Matteo Renzi rilegittimato dal “suo” popolo: “Ci divertiremo”, filtrano già le gazzette più informate sul Palazzo, rendendo il tipico approccio tra irridente e minaccioso al quale ci ha abituati la leadership uscente. "E chi perde rispetti chi ha vinto", come se in un partito non fosse altrettanto necessario, se non più importante, anche il contrario.

Tuttavia, se è vero come osservano in molti che comunque il congresso del Pd sancirà la fine – già decretata dal referendum di dicembre – della stagione “personale” della leadership di quel partito, e che anche un Renzi eventualmente vincitore non potrebbe mai essere un leader dello stesso tipo di quello che abbiamo conosciuto, vale la pena sforzarsi di capire e raccontare il congresso del Pd con categorie politiche diverse da quelle della personalizzazione. Cambiando prospettiva, depurando lo sguardo dalle tossine degli ultimi anni e dalle pigrizie retoriche, tutto diventa perfino più chiaro: perché alla fine è sempre la politica che spiega la politica.

E di politica, nel dibattito del Pd, ce ne sarà da vendere. Per il partito nato dieci anni fa – troppo in fretta e troppo tardi al tempo stesso – dall'esperienza dell'Ulivo si impongono scelte decisive; ma soprattutto una. Il grande rimosso che ci ha regalato l'Italicum – una legge non solo incostituzionale ma, come lo stesso Renzi aveva tardivamente capito prima della sentenza della Corte, politicamente sbagliata – è la fine del bipolarismo. Nel 2013 il Pd non aveva “sbagliato un rigore a porta vuota”, ma aveva drammaticamente incrociato un nuovo fenomeno destinato a manifestarsi in tutto l'Occidente: centrodestra e centrosinistra tradizionali non sono più le due proposte che possono convogliare il consenso di tutto l'elettorato verso due proposte alternative di governo, e il terzo (o i terzi) litiganti rischiano di goderne a scapito dei primi.

Come si combatte in questo nuovo tipo di guerra? Nel Pd le strategie ci sono, e fondamentalmente sono due. O si torna bersanianamente all'Ulivo, a un Ulivo “4.0” che superi le ricette anni '90 ma abbia l'obiettivo di riunificare un campo di centrosinistra, politico ma anche civico, ispirato ai valori costituzionali, che il renzismo e il referendum hanno frantumato; oppure, franceschinianamente, si punta all'alleanza degli europeisti e dei responsabili che faccia argine contro il populismo arrembante. Sono due ipotesi entrambe fondate e legittime sulle quali merita aprire un profondo dibattito congressuale (si ricorda per inciso che il congresso del Pd non è, da statuto, una giornata di gazebo ma un lungo percorso che dura diversi mesi). Ognuna delle due ha una logica e qualche punto debole, soprattutto uno, non da poco, in comune: che sulla carta nessuna delle due basta a garantire la vittoria. Ma non c'è dubbio che da questa scelta di fondo dipenda tutto il resto: quanto tempo serve per prepararsi alle elezioni, che tipo di proposta di legge elettorale, e ovviamente quale leader possa incarnare al meglio la fase nuova.

È sorprendente quanto Renzi da questo dibattito resti fuori. Il segretario, ormai da due mesi, sembra capace soltanto di gestire la partita a colpi di “silenzi” e “mosse” che dovrebbero portare, non si capisce come, a un suo rapido rientro sulla scena. E mentre il partito tende a riorientarsi sull'asse di queste due strategie per il futuro, Renzi ne perde progressivamente il controllo. La sua “vocazione maggioritaria”, l'ambizione di tornare a vincere parlando a un “popolo del 40 per cento” che dovrebbe regalare prima una trionfale conferma al segretario sui suoi avversari interni e poi il premio di maggioranza al Pd solitario della stagione renziana appare ogni giorno più velleitaria. E chi tra i suoi gli consiglia anche in queste ore di tornare a essere “il vecchio Renzi” non lo aiuta a uscire fuori da un'illusione impolitica.

Gabbani’s karma batte Hillary Mannoia. Nel modo giusto

Su Francesco Gabbani e Carrara avevo scritto tutto un anno fa: l'ho ripubblicato l'altra sera e ha portato bene, così mo' ve lo beccate di nuovo.
Cosa aggiungere? Stanotte, nonostante una giornata particolarmente lunga, ho aspettato la fine dell'estenuante finale. Ero quasi sicura che avrei dovuto votare di nuovo per Francesco dopo mezzanotte, e sapevo che poteva vincere (sì, sono un po' il Messori della canzonetta: in segreto l'avevo previsto). L'ho seguito poco: era un festival particolarmente noioso e insincero, un po' disorientato e senza quid (che il Festival è sempre specchio del paese, si sa). Livello delle canzoni, basso. Metà dei big francamente ignoti, penso non solo per colpa della mia anzianità. Quando l'altra sera sono usciti fuori il maglioncino arancione di Francesco, la scimmia e la loro danza leggera, furba e sorridente - e forse anche un po' seria - come il loro testo, ci siamo tutti risvegliati sul divano. Non so se è per questo che ha vinto, ma Francesco Gabbani è un giovane, non uno che fa il giovane. È uno che sa sorridere con intelligenza, ancorché démodé (fatela voi la rima panta rei / e singing in the rain, se vi riesce). Ti lascia il dubbio di aver capito qualcosa che noi non sappiamo, su questi tempi. E comunque ha una marcia in più. Sa che la leggerezza non è per forza banalità, e viceversa.
È stato bello che abbia vinto contro Fiorella Mannoia. Ho letto tante scemenze, a me non frega niente di come vota la Mannoia. L'ho sempre trovata insopportabile così quando era l'emblema della sinistra settaria e moralmente superiore come adesso che si dichiara grillina, non so se pentita. Insopportabile su twitter (l'ho dovuta defolloware per non insultarla) e meravigliosa, intendiamoci, come cantante. La sua canzone, interpretata con la solita abbacinante perfezione, era appunto, banale e pesante. Era un sermone col ditino puntato, un distillato di politicamente corretto. Meritava di essere sconfitta da una scimmia che balla. Tutto qui. La Mannoia era la Hillary Clinton di questo Festival. E come accade spesso alle Hillary Clinton, era talmente perfetta e pronta per vincere che non ha vinto.
E però mi è piaciuto vederli aspettare il verdetto sottobraccio l'uno all'altra, come una zia col nipote. Mi è piaciuto vedere lui imbarazzato e poi inchinato al cospetto della regina sconfitta. È stato giusto. È così che dovrebbe essere. È così che il futuro dovrebbe abbracciare il passato: con questa allegria e con questa umiltà. E viceversa, l'ho già detto. Per questo ringrazio Francesco anche quest'anno, oltre che per tutto il resto: per la sua buona educazione, per il suo senso delle cose e delle loro proporzioni. Per la sua maturità.