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“Il bambino promesso”, romanzo di un’adozione in Kenya

Io avrei avuto paurissima anche solo di quegli insetti misteriosi che arrivano a sciami e volano in verticale contro tutte le leggi dell'aerodinamica. Non parliamo di una locusta sul comodino, o delle formiche killer, o di una macchina in panne in mezzo agli elefanti. Altro? Ok, vigilantes corrotti, meccanici imbroglioni, autisti che ti buttano giù dal pullman senza fermarsi, allarmi tsunami, attentati, avvocati, echi di guerre tribali. Otto mesi in Kenya ci vuole un coraggio da pazzi, per quanto mi riguarda. Figuriamoci andarci con un figlio piccolo, profeticamente chiamato Leone, e andarci per diventare genitori di un altro bambino. E ci sono stati anche benone, loro, invece.

Quando Massimo mi disse che lui e Barbara lo avrebbero fatto ho pensato che questa regola del Kenya - questa regola per cui i sei mesi, o un po' di più, che passano tra il momento in cui ti dicono chi sarà tuo figlio e quello in cui puoi portarlo a casa con te li puoi passare col bambino, ma devi farlo lì, nel suo paese - fosse una regola geniale. Non alla portata di qualunque famiglia, ma geniale. Ho pensato che avrebbero conosciuto il suo mondo, il suo cibo, i suoi colori. Che avrebbero potuto un giorno accompagnarlo meglio nel comprendere da dove veniva. Ho immaginato la Barbara che imparava ad avvolgersi un pezzo di stoffa per portare il bambino sulla schiena, come le mamme kenyane, e Leone che imparava a disegnare giraffe e zebre accanto ai suoi draghi, e ho immaginato naturalmente che Massimo ne avrebbe fatto un libro.

Il libro ora c'è, e si intitola "Il bambino promesso". Racconta questa storia come se fosse un romanzo ma non è un romanzo. O forse sì, non saprei mica dirlo, comunque è una storia vera. È l'incontro affascinante con una natura meravigliosa, ovviamente. È l'incontro crudo e senza sconti con una realtà dura, selvaggia, insolente. È una storia di mamme che abbandonano i figli. Di vecchie che strappano quasi il bimbo nero dalle braccia della donna bianca. Di adozioni più difficili di altre, di bambini più misteriosi o più disperati. Di inganni, e tantissimo di fortuna. È un interrogarsi ansioso e cieco su cosa sarebbe stato di quel bambino se. Cosa sarà di tutti gli altri bambini se non. È chiedersi quanto senso abbia salvarne uno. E quanto senso abbia tutto il resto.

È un mondo, quello descritto da Massimo, dove nessuno sembra completamente buono - e dove però nessuno è giudicato. Ci sono eroi che salvano bambini dalla strada a centinaia, ma ti resta il dubbio che siano anche degli imbroglioni. Aprire un orfanotrofio in fondo è un modo di campare, in un mondo come quello: a Nairobi. E comunque nessuno sembra possa diventare davvero un eroe in quell'inferno. C'è un addentrarsi sempre di più in quel mondo, un calarsi dentro una vita con un ritmo diverso, c'è la scoperta, passando pomeriggi interminabili dentro un'officina, che "il tempo per loro è un amico, e non hanno nessuna voglia di ingannarlo o di ammazzarlo. Così, più tempo possono avere a disposizione e più sono contenti: se, dovendo fare una visita, preghi un kikuyu di badare al tuo cavallo spera solo, glielo leggi in faccia, che la visita sia lunga. E una volta accettato l'incarico non tenta di passare il tempo, ma se ne rimane lì seduto, e vive". Questa era Karen Blixen, ed è Barbara a prendere il libro e a sfogliarlo trovando il paragrafo giusto, sul tavolo di cucina.

Barbara è sempre adeguata a tutto, Barbara trova le parole, Barbara è immensa. Lo è soprattutto nella cosa più importante - che naturalmente è diventare la mamma di Tommy. Lei dopo pochissimo "non ci pensa più", Massimo invece deve pensarci, e molto. Non so se sia perché è lui a raccontarla, questa cosa di diventare il babbo di Tommy (rimanendo il babbo di Leone), che è così più complicata, per lui. Ma poi, quando succede, è meraviglioso.

Scrivo questo post in evidente conflitto di interessi. Mi legano a Massimo una montagna di cose: la città e l'anno di nascita, l'amicizia sempiterna dei nostri genitori, due fratelli anche loro nati nello stesso anno, il cuore affacciato sullo stesso pontile e sullo stesso specchio di acqua salata e gli stessi tramonti, la stessa Aurelia all'insù e all'ingiù, Claudio Baglioni, e un chirurgo che toglie la miopia col laser. Che anche quest'ultima cosa l'abbiamo in comune mi sono ricordata perché è stato proprio lui, il laserchirurgo, a svelarci lo stesso segreto per come fare a sapere quando la ferita si sarebbe perfettamente chiusa: "Quando comincerai a non pensarci più".

Massimo Bavastro, Il bambino promesso, Nutrimenti (euro 19.00)

 

Per carità, abbassate quel ditino. Sui commenti alla candidatura di Di Maio

Cerco di dirlo bene, con calma. Il punto non è tanto che, come ho provato già diverse volte a spiegare, secondo me con i grillini sbagliate tutto. Il punto è che c'è un limite oltre il quale si smette di essere comprensibili a chiunque, si diventa disonesti anche con se stessi. C'è un limite oltre il quale, se sei un giornalista, giustamente gli elettori smettono di leggerti. Se sei un politico, smettono di votarti. Magari sono anche d'accordo con te; ma non ti possono più prendere sul serio.

Allora intendiamoci. Non è che a me piaccia Di Maio, o che creda al meccanismo di quelle pseudo primarie grilline, o che apprezzi la sua prosa. Non lo voterò mai, né alle primarie né alle elezioni, Di Maio. Si può criticare Di Maio per mille motivi, o ignorarlo anche, al limite. Una sola cosa non si può dire: non si può dire Di Maio è un ignorante perché non sa che in Italia il premier non si elegge ma lo sceglie il presidente della repubblica.

Questa amici è disonestà intellettuale. Avrebbe il diritto di dirlo solo chi non ha mai scritto o letto un pezzo su "chi è il leader" o "chi sarà il leader"; chi non ha mai scritto o letto o discusso su "chi fa vincere". Chi non è mai "sceso in campo". Chi non ha mai messo o votato un nome nel simbolo. Chi non ha mai partecipato alle primarie per scegliere il candidato premier. Chi non ha mai militato e non milita in un partito che ha scritto nel suo statuto che "il segretario è il candidato premier". Quindi, nessuno di noi.

Credete che la gente non ci pensi? Ci pensa.

Io apprezzo per carità che si superi la mentalità dell'uomo solo al comando, e apprezzo anche - visto che così sarà - chi comincia a capire che un sistema proporzionale funziona diversamente da un sistema maggioritario, e rispetto a un sistema maggioritario cambia molte cose. Sono anni che provo a spiegarvelo peraltro*.

E però per carità, abbassate quel ditino. Se Di Maio è sgrammaticato, a voi il libro di grammatica ve l'ha mangiato il cane quando eravate piccoli. E se sentendovi fare certi commenti quando si tratta degli altri la gente pensa che siete tutti dei pagliacci e diventa grillina, un po' ve lo meritate.

*abbiamo anche provato a cambiarlo lo statuto del Pd su quel punto. Era il 2013, segretario Epifani. Abbiamo spiegato che con un premier del Pd a palazzo Chigi non aveva senso, e anzi era pericoloso, eleggere un segretario-candidato premier. Che, con tre poli, era anche inutile. La proposta fu respinta, perché quella era una bestemmia per qualcuno. Qualcuno di quelli che oggi spiegano la costituzione a Di Maio. 

Una domanda, da qui fuori dal tunnel

Non ho visto il confronto, sono fuori dal tunnel. So che quei serenissimi e distaccati utenti del web che ad ogni mio tweet sul Pd scattano come Bolt per venirmi ad avvertire che (io!) sono "ossessionata da Renzi" non ci crederanno mai, ma non ho nemmeno (ancora) letto bene i giornali. A dire il vero la maggior parte di quello che ho intravisto nei titoli e sui social mi sembra un po' triste e un po' lunare. Tuttavia, siccome le agenzie un po' per dovere professionale le guardo, volevo sapere: ma seriamente qualcuno pensa che Renzi, dopo aver ottenuto nelle primarie una sorta di mandato plebiscitario in bianco, concederà ai perdenti un referendum tra gli iscritti per decidere su quali alleanze dovrà fare il Pd in futuro?

E perché dovrebbe, scusate?

Alcune cose sparse sulla scissione

Sono giornate impegnative, da molti punti di vista. Ho pensato e detto delle cose; ve le lascio qui in attesa poi di metterle in ordine.

Questa è l'intervista che mi ha fatto Pierluigi Mele per il sito di Rainews. "Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi".

Qui invece c'è il video della mia partecipazione a Otto e mezzo ieri sera con Dario Nardella, Evelina Christillin e ovviamente Lilli Gruber. "Bersani - Renzi, l'ultima sfida".

Infine, siccome ogni tanto scatta quella meravigliosa cosa che qualcuno scrive quello che stai pensando e come ti senti meglio di come lo faresti tu, faccio una cosa che non faccio mai e pubblico qui sotto un post della mia amica Monica Nardi. Perché non so come si chiamerà e quando ci riusciremo; ma noi lo rifaremo, il Pd.

Se scissione sarà, verranno a dirvi, o leggerete, che è colpa della fusione a freddo. Voi però per piacere non credeteci, perché è solo una mistificazione paracula. Così come lo è quella dei comunisti polverosi e retrivi da una parte e dei giovani arrembanti e innovatori dall'altra. O lo sono i discorsi sulle vecchie appartenenze o i riferimenti culturali che non si integrano, sull'amalgama, sui democristianoni e i compagni che non si capiscono. Oppure, ancora, quella colossale cretinata dei figli che devono uccidere i padri per avere una identità o i tanti bla bla bla di chi non ha mai messo piede in una sede di partito.

Il punto non è l'incompatibilità tra le culture politiche dei grandi partiti popolari del Novecento, ma l'assenza o la pochezza di cultura politica. Non è la differenza tra valori, ma i valori che sbiadiscono in nome di smaccate e dozzinali logiche di potere, spartizioni, egotismi ipertrofici e fragilità personali.

Io ho un'idea molto chiara sul come si sia arrivati sin qui. Dirla evidentemente non toglie e non aggiunge nulla. Alcuni processi penso di averli subodorati per tempo, altri no, ma tant'è.

Quello che conta, secondo me, è che quella storia lì, quell'afflato di vera giustizia sociale e vera modernità che può nascere in Italia solo da una reale comunità di intenti tra sinistra e cattolicesimo democratico, è stata e RESTERÀ la più straordinaria e nobile intuizione della politica italiana. Quella che, sotto forme diverse, ha prodotto la breve stagione del centrosinistra nei primissimi anni '60, più tardi la sintonia tra Moro e Berlinguer in nome dell'interesse generale del Paese, da ultimo l'esperienza dell'Ulivo con la spinta europeista e quella (oggi purtroppo esaurita) per il risanamento della nostra finanza pubblica.

Una storia e un'unione sempre contrastate, sempre temutissime ora dalla destra destra, ora dai blocchi di potere, quelli sì retrivi e conservatori. È avvenuto anche in questi anni, in modi forse più sofisticati e subdoli, ma il risultato mi pare lo stesso.

Di certo, quell'afflato non si esaurirà e chi saprà restituirgli una dignità politica e culturale avrà reso un servizio al Paese in questi tempi così difficili.

Andreatta diceva a Prodi, proprio negli anni in cui entrambi pensavano per primi all'Ulivo, che l'unico vero orizzonte di ogni politica pubblica dovesse essere la ricaduta sull'ULTIMO DEI CITTADINI. Quelli che non contano niente, quelli che hanno paura, quelli che sono rimasti indietro e non ce la fanno più. Esiste oggi qualcosa di più attuale e importante di questo?

 

Se per sbaglio al congresso del Pd si parlasse di politica

Nessuno sa veramente cosa dirà tra qualche ora Matteo Renzi, ma è probabile che la direzione di oggi apra per il Pd il percorso del congresso. Se così sarà, due narrazioni sembrano prepararsi per accompagnare la lunga procedura di rinnovo della leadership democratica: da un lato quella classica della “Babele”, di un partito litigioso e sfarinato dall'eterno scontro correntizio, e dall'altro quella della “vendetta”, della "resa dei conti" che prepari il ritorno di un Matteo Renzi rilegittimato dal “suo” popolo: “Ci divertiremo”, filtrano già le gazzette più informate sul Palazzo, rendendo il tipico approccio tra irridente e minaccioso al quale ci ha abituati la leadership uscente. "E chi perde rispetti chi ha vinto", come se in un partito non fosse altrettanto necessario, se non più importante, anche il contrario.

Tuttavia, se è vero come osservano in molti che comunque il congresso del Pd sancirà la fine – già decretata dal referendum di dicembre – della stagione “personale” della leadership di quel partito, e che anche un Renzi eventualmente vincitore non potrebbe mai essere un leader dello stesso tipo di quello che abbiamo conosciuto, vale la pena sforzarsi di capire e raccontare il congresso del Pd con categorie politiche diverse da quelle della personalizzazione. Cambiando prospettiva, depurando lo sguardo dalle tossine degli ultimi anni e dalle pigrizie retoriche, tutto diventa perfino più chiaro: perché alla fine è sempre la politica che spiega la politica.

E di politica, nel dibattito del Pd, ce ne sarà da vendere. Per il partito nato dieci anni fa – troppo in fretta e troppo tardi al tempo stesso – dall'esperienza dell'Ulivo si impongono scelte decisive; ma soprattutto una. Il grande rimosso che ci ha regalato l'Italicum – una legge non solo incostituzionale ma, come lo stesso Renzi aveva tardivamente capito prima della sentenza della Corte, politicamente sbagliata – è la fine del bipolarismo. Nel 2013 il Pd non aveva “sbagliato un rigore a porta vuota”, ma aveva drammaticamente incrociato un nuovo fenomeno destinato a manifestarsi in tutto l'Occidente: centrodestra e centrosinistra tradizionali non sono più le due proposte che possono convogliare il consenso di tutto l'elettorato verso due proposte alternative di governo, e il terzo (o i terzi) litiganti rischiano di goderne a scapito dei primi.

Come si combatte in questo nuovo tipo di guerra? Nel Pd le strategie ci sono, e fondamentalmente sono due. O si torna bersanianamente all'Ulivo, a un Ulivo “4.0” che superi le ricette anni '90 ma abbia l'obiettivo di riunificare un campo di centrosinistra, politico ma anche civico, ispirato ai valori costituzionali, che il renzismo e il referendum hanno frantumato; oppure, franceschinianamente, si punta all'alleanza degli europeisti e dei responsabili che faccia argine contro il populismo arrembante. Sono due ipotesi entrambe fondate e legittime sulle quali merita aprire un profondo dibattito congressuale (si ricorda per inciso che il congresso del Pd non è, da statuto, una giornata di gazebo ma un lungo percorso che dura diversi mesi). Ognuna delle due ha una logica e qualche punto debole, soprattutto uno, non da poco, in comune: che sulla carta nessuna delle due basta a garantire la vittoria. Ma non c'è dubbio che da questa scelta di fondo dipenda tutto il resto: quanto tempo serve per prepararsi alle elezioni, che tipo di proposta di legge elettorale, e ovviamente quale leader possa incarnare al meglio la fase nuova.

È sorprendente quanto Renzi da questo dibattito resti fuori. Il segretario, ormai da due mesi, sembra capace soltanto di gestire la partita a colpi di “silenzi” e “mosse” che dovrebbero portare, non si capisce come, a un suo rapido rientro sulla scena. E mentre il partito tende a riorientarsi sull'asse di queste due strategie per il futuro, Renzi ne perde progressivamente il controllo. La sua “vocazione maggioritaria”, l'ambizione di tornare a vincere parlando a un “popolo del 40 per cento” che dovrebbe regalare prima una trionfale conferma al segretario sui suoi avversari interni e poi il premio di maggioranza al Pd solitario della stagione renziana appare ogni giorno più velleitaria. E chi tra i suoi gli consiglia anche in queste ore di tornare a essere “il vecchio Renzi” non lo aiuta a uscire fuori da un'illusione impolitica.

Gabbani’s karma batte Hillary Mannoia. Nel modo giusto

Su Francesco Gabbani e Carrara avevo scritto tutto un anno fa: l'ho ripubblicato l'altra sera e ha portato bene, così mo' ve lo beccate di nuovo.
Cosa aggiungere? Stanotte, nonostante una giornata particolarmente lunga, ho aspettato la fine dell'estenuante finale. Ero quasi sicura che avrei dovuto votare di nuovo per Francesco dopo mezzanotte, e sapevo che poteva vincere (sì, sono un po' il Messori della canzonetta: in segreto l'avevo previsto). L'ho seguito poco: era un festival particolarmente noioso e insincero, un po' disorientato e senza quid (che il Festival è sempre specchio del paese, si sa). Livello delle canzoni, basso. Metà dei big francamente ignoti, penso non solo per colpa della mia anzianità. Quando l'altra sera sono usciti fuori il maglioncino arancione di Francesco, la scimmia e la loro danza leggera, furba e sorridente - e forse anche un po' seria - come il loro testo, ci siamo tutti risvegliati sul divano. Non so se è per questo che ha vinto, ma Francesco Gabbani è un giovane, non uno che fa il giovane. È uno che sa sorridere con intelligenza, ancorché démodé (fatela voi la rima panta rei / e singing in the rain, se vi riesce). Ti lascia il dubbio di aver capito qualcosa che noi non sappiamo, su questi tempi. E comunque ha una marcia in più. Sa che la leggerezza non è per forza banalità, e viceversa.
È stato bello che abbia vinto contro Fiorella Mannoia. Ho letto tante scemenze, a me non frega niente di come vota la Mannoia. L'ho sempre trovata insopportabile così quando era l'emblema della sinistra settaria e moralmente superiore come adesso che si dichiara grillina, non so se pentita. Insopportabile su twitter (l'ho dovuta defolloware per non insultarla) e meravigliosa, intendiamoci, come cantante. La sua canzone, interpretata con la solita abbacinante perfezione, era appunto, banale e pesante. Era un sermone col ditino puntato, un distillato di politicamente corretto. Meritava di essere sconfitta da una scimmia che balla. Tutto qui. La Mannoia era la Hillary Clinton di questo Festival. E come accade spesso alle Hillary Clinton, era talmente perfetta e pronta per vincere che non ha vinto.
E però mi è piaciuto vederli aspettare il verdetto sottobraccio l'uno all'altra, come una zia col nipote. Mi è piaciuto vedere lui imbarazzato e poi inchinato al cospetto della regina sconfitta. È stato giusto. È così che dovrebbe essere. È così che il futuro dovrebbe abbracciare il passato: con questa allegria e con questa umiltà. E viceversa, l'ho già detto. Per questo ringrazio Francesco anche quest'anno, oltre che per tutto il resto: per la sua buona educazione, per il suo senso delle cose e delle loro proporzioni. Per la sua maturità.

Rottamare il telefono: un caso di psicopolitica

Scrive sul Foglio* l'ottimo David Allegranti - ed è uno scooppettino divertente, perché molto si è parlato nei giorni scorsi di messaggi e mail a cui l'ex premier non risponde - che Matteo Renzi, dopo le dimissioni, ha cambiato telefono. Nel senso di numero, ovviamente. Allegranti, che è giornalista accurato e attento, riporta anche il commento della sua fonte, un anonimo senatore renziano: "È normale - dice dunque il parlamentare - dopo una sconfitta".

Ecco, io penso che su queste cinque righe di articolo bisognerebbe scrivere diversi tomi scientifici. Non ho ancora deciso però la materia: di psicologia o di politica. Sono incerta, per dire, tra la valutazione comportamentale di un individuo adulto che, dopo aver subito una plateale smentita, decide di rendersi irrintracciabile a tutti coloro a cui non ha voglia di parlare e quella di chi, chissà se richiesto del suo parere, si affretta a definire questa reazione "normale".

Tuttavia trovo interessante anche l'aspetto politico. Il Pd per dire potrebbe seguire l'esempio del segretario. Cambiare numero del centralino al Nazareno, sostituire quelle vecchie mail @partitodemocratico.it, fare magari anche un nuovo sito che renda inaccessibili tutti i contenuti del vecchio (l'hanno anche già fatto, sanno come si fa). Potrebbe togliere l'amicizia su facebook a tutti quelli che hanno votato no, magari bannarli: mica solo ai parlamentari, quello lo stanno già facendo (vi siete accorti no che fanno finta che Bersani e Speranza non esistano, non gli dicono le cose, parlano di "segreteria unitaria" come se loro non ci fossero, se li dimenticano quando consultano i capicorrente?) ma proprio gli elettori. Potrebbe cambiare le password e le pic, sostituire le facce di chi va in tv (qui in verità li vedo un po' lenti a reagire), farsi crescere la barba, chi può, o tagliarsela, chi ce l'ha.

A quel punto il Pd sarebbe pronto alle urne, atteso da una vera marcia trionfale. Come slogan elettorale consiglio: "Siamo fichissimi. Tutti quelli con cui parliamo ce lo dicono".

Per l'inno della campagna, andrei sul collaudato: Ivano Fossati. Ascoltate bene il testo: contiene spunti interessanti.

* mi scuso per aver pubblicato un link disponibile solo per gli abbonati al Foglio, ma è giusto rispettare la politica del giornale.

Sulla post verità, sulle bufale, sul giornalismo

Sono stata da tutt'e due le parti della barricata. Sono una giornalista e ho lavorato nella comunicazione politica. Ho fatto la portavoce e l'ufficio stampa, e la vicedirettrice di un giornale e la direttrice di un'anomalissima tv di partito che faceva ottimo giornalismo e ottima comunicazione politica. Me lo dico da sola, sì. Perché so di essere stata nel mezzo di una guerra, in cui nessuno è disposto a riconoscere niente a nessuno. Però forse ho qualche titolo a dire la mia su questa storia del dibattito sulla post verità e poi delle minacce di giuria popolare sulle bufale dei giornali e relative reazioni indignate. Che non mi convincono, né le une né le altre.

Molte cose le ha scritte Michele Fusco, su Gli stati generali. Ne aggiungo qualcuna, in modo molto poco organico perché meglio non mi viene.

Non mi pare ci sia una questione di post verità, secondo me c'è una questione di conformismo. Sul Sole 24 ore di oggi c'è un commento, di Leonardo Maisano, sulle dimissioni dell'ambasciatore britannico sir Ivan Rogers, che guidava le trattative con L'Europa sulla Brexit. L'ho letto, affascinata più che dall'argomento dal titolo: "Ha pagato per il suo realismo". Non so giudicare se il commentatore abbia ragione, ma quello che è interessante è la situazione che descrive: in pratica in Inghilterra alla propaganda terrorizzante sugli effetti del leave ora è subentrata un'altra narrazione, opposta, secondo la quale la Brexit sarà la soluzione di ogni problema e l'inizio di una nuova era di prosperità. Istituti di ricerca pagati da enti vicini al governo euroscettico di Theresa May promettono, e la Bbc rilancia, il fiorire di centinaia di migliaia di posti di lavoro come ricaduta a breve subito dopo la fine del negoziato, tra un anno o due. L'ambasciatore Rogers però era più pessimista. Aveva detto che ci sarebbe voluto almeno un decennio per chiudere le trattative. Insomma, è stato di fatto licenziato, costretto alle dimissioni causa pensiero non omologato. Indipendentemente da chi ha ragione, questo quadro mi pare molto simile a quello italiano. Anche da noi ci sono cose che non si possono dire, che non si sono potute dire per mesi, se non a prezzo di essere gufo, rosicone, disfattista, o di perdere il ruolo o addirittura il lavoro. Il conformismo dei media costruisce una verità, raccontandola. Rende marginale e biasimevole ogni narrazione alternativa. Convince se stesso, e spesso perde di vista la situazione reale. Su questa percezione di conformismo e distanza dal reale Grillo può costruire la sua propaganda fascistoide contro i giornali. Noi giornalisti lo dobbiamo riconoscere.

La propaganda infatti è sempre esistita, il problema è la distinzione dei ruoli. La disintermediazione ha travolto i confini, creando una situazione in cui nessuno fa più il suo mestiere. Mi ha colpito molto, dentro questo pezzo di Marco Damilano, la descrizione, fatta da un anonimo ministro, di come si svolgevano i consigli dei ministri nell'era Renzi: «Il Consiglio durava un quarto d’ora, parlava solo lui. Quando qualcuno di noi si dilungava a presentare un provvedimento veniva subito interrotto: “Faccio io la sintesi!”. I minuti finali li dedicava a darci i compiti mediatici: “Tu vieni con me in conferenza stampa. Tu invece vai questa sera in tv, da Vespa. E domani fai un’intervista con un quotidiano del Nord...”. Da quando c’è Paolo, abbiamo ripreso a parlare tutti...». Con un premier così, chi ha bisogno di un ufficio stampa? Ma anche: con ministri che si fanno trattare così, chi fa politica? Ma il fatto è che questa situazione è stata accettata. Da una larga parte dell'opinione pubblica, dai media, dai politici. Questo ha reso tutti meno credibili e ha costretto tutti a diventare tifosi. Non parlo solo di Renzi, ma di una situazione in cui nessuno ha più fatto il suo mestiere. Ricordo i "#matteorisponde" con qualche giornalista che si azzardava a far domande usando l'hashtag e il premier che si divertiva a sfotterlo: "T'ho beccato!", senza rispondere. Il giorno dopo non c'erano articoli risentiti sui giornali, ma lenzuolate di dichiarazioni del premier in risposta agli utenti di twitter. Era solo colpa di Renzi? No. Eppure Renzi una colpa, grossa, ce l'ha.

La classifica delle bufale alla Leopolda era peggio dei tribunali speciali di Grillo. Al netto del linguaggio di Grillo, l'ho già definito come fascistoide e lo ripeto e lo condanno, quello che Renzi e i renziani non hanno mai davvero capito è che fare certe cose da palazzo Chigi non è lo stesso che farle dal divano di casa, o dal vertice di un partito di opposizione. Credo che i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato senso dello stato, o senso delle istituzioni, e che qualcuno anche nel Pd avrebbe dovuto ricordarselo. Purtroppo invece non solo il Pd ha rivelato una mentalità non dissimile da quella che critica nei suoi avversari - al netto del linguaggio, ripeto - ma ha dimostrato di non essere all'altezza dei suoi compiti verso il paese. Dico una cosa che ho imparato in parte anche riflettendo su me stessa e su qualche mio errore: quando lavoravo al Pd criticavo certi articoli dal mio account privato su twitter a volte non mi rendevo conto dell'effetto che poteva fare a un giornalista una critica che veniva "dal Nazareno", anche se io non parlavo su incarico di nessuno e non ero neanche nell'ufficio stampa del Pd. Ci ho riflettuto dopo, ora che rivendico il diritto, dal mio divano, a dire quello che voglio. Ma stare al governo è un compito che ti dà molti più strumenti per comunicare, e richiede molto più rispetto e cautela, e anche molta più umiltà. Una responsabilità molto più grande che "rappresentare", anche senza averne titolo come io non l'avevo, un partito di opposizione. Che come tale, per le ragioni che ho scritto sopra, ha diritto anche a criticare e denunciare le "bufale" dei giornali, secondo me. Certo non a evocare le giurie popolari contro i giornalisti. O il voto dei fans.

Ultimo punto: l'obiettività dei giornalisti non esiste e non va rivendicata. Mi convinco sempre più, negli anni, della bontà di questa regola che mi sono data all'inizio del mio lavoro. Non bisogna chiedere ai giornalisti di essere obiettivi, perché nessuno lo è. Chi rivendica di esserlo non mi convince mai, nemmeno Mentana, il grandissimo Mentana (dico sul serio), che dice che lui non va a votare da vent'anni. Anche non andare a votare è una scelta politica. Tutti siamo cittadini e persone, e mettere noi stessi in quello che facciamo è l'unico modo per dare ancora un senso al nostro lavoro, che nessun computer o algoritmo può sostituire. L'unico modo per fare bene il nostro mestiere è dire con onestà da che parte stiamo, e assumercene la responsabilità nell'immediato e nel tempo, e sperare di meritare la fiducia della gente. A questo, come scrive Michele Fusco, servono gli archivi: a giudicare e a essere giudicati. Fa parte del nostro lavoro essere giudicati, e tutti hanno il diritto di farlo. Per fortuna.

(A proposito, mi unisco alle domande di Pietro Spataro: che fine ha fatto l'archivio dell'Unità? Sì lo so, è un'altra storia. Ma prima o poi ne parliamo).

La differenza tra Mattarellum e Giachettellum

L'ho già condiviso sui social, ma vorrei aggiungere una cosa su questo bel post di Enzo Lattuca, al quale sono grata per aver chiarito che, contrariamente alla paradossale vulgata suggerita dagli spin renziani, Roberto Giachetti non ha "solo" esagerato, offendendo una persona che per la propria coerenza ha pagato un prezzo politico e personale, come Roberto Speranza e mancando di rispetto all'assemblea del suo partito e al ruolo istituzionale che grazie al suo partito ricopre: ha proprio detto una falsità. Volevo aggiungere che mi è piaciuto molto il finale.

Ha proprio ragione Enzo: "Le reazioni nevrasteniche sulla primogenitura della proposta servono a poco, il nome è scritto in quel latinetto dal suono rotondo". Il Mattarellum, c'è poco da fare, è di Mattarella. Se abbiamo avuto quella legge elettorale, se forse l'avremo ancora, lo dobbiamo alla mitezza, alla capacità di mediazione, al rispetto per le ragioni di tutti e alla fiducia nella politica di chi in parlamento seppe costruire il consenso su quella proposta: Sergio Mattarella, appunto. Lo stesso Mattarella che proprio ieri, in un magnifico discorso, ha chiesto che si torni a cercare il consenso più ampio possibile sulle regole comuni, ha letto il referendum come richiesta di partecipazione vera, libera e non episodica e soprattutto ha espresso la sua preoccupazione, la sua passione forse, per l'unità e la coesione tra gli italiani. Con queste parole: "La dialettica rappresenta un ingrediente indispensabile della vita sociale e della democrazia. Può, e deve, essere franca, netta, talvolta anche aspra. Ma l'ascolto delle ragioni degli altri ne costituisce elemento indispensabile, così come è sempre saggio coltivare il beneficio del dubbio e la capacità di porre in discussione le proprie certezze. Si tratta di un appello che desidero rivolgere a tutti gli ambienti del nostro Paese, particolarmente a quello politico, a quello dei mezzi di comunicazione, a quello dei social. Chi suscita e diffonde sentimenti di inimicizia o, addirittura, di odio agisce contro la comunità nazionale; e si illude di poterne orientare la direzione. L'odio che penetra in una società la pervade e si rivolge in tutte le direzioni, verso tutti e verso ciascuno".

Ecco io penso che per ripristinare il Mattarellum bisognerebbe intanto provare a essere, almeno un pochino, mattarelliani.

Gli errori compresi in ritardo. Perché il renzismo è finito

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

“Abbiamo straperso”. Matteo Renzi ha puntato a presentarsi come uno che ha capito: niente “lanciafiamme” – congresso subito, primarie domani – e un'analisi anche severa, da leader consapevole e pronto a ripartire. Ma a ben vedere la sua autocritica – sulla personalizzazione, sugli errori nel rapporto col Sud, le periferie, i giovani, il web – non è stata mai sulla sostanza, ma solo sulla comunicazione. È convinto anzi che la storia renderà giustizia alle sue riforme. Ma davvero Renzi può tornare? Forse, ma le cose dette ieri non bastano. Perché dopo il 4 dicembre del renzismo non resta niente: non c'è più una linea politica e non c'è più un racconto che parli all'Italia, a questa Italia che il 4 dicembre ha svelato.

Non c'è più, innanzitutto, il partito della Nazione. Si può anche non chiamarlo così, se non piace, ma si è dimostrata fallimentare la teoria che ignorando – se non bastonando – molte istanze storiche della sinistra i voti di sinistra sarebbero arrivati lo stesso sommandosi a nuovi voti in fuga dalla destra. Lo avevano già detto regionali e amministrative: non succede. I voti di sinistra persi dal Pd magari non vanno altrove alle elezioni ma gliele fanno perdere e poi se possono tornano per dire No. I voti di destra non arrivano o comunque non abbastanza. Il blocco sociale che Renzi cercava, la “maggioranza silenziosa” per cui ha abolito la tassa sulla prima casa e l'articolo 18, non c'è.

Non c'è più la strategia della disintermediazione, del leader che bypassa i vecchi partiti (prima di tutto il suo) e cerca la sintonia direttamente col popolo. In pochi mesi, Renzi ha dapprima “vinto” il referendum trivelle grazie all'astensionismo, poi ha perso malamente quello sulla costituzione, adesso tifa per le elezioni per non misurarsi col giudizio popolare sulla riforma del jobs act: i plebisciti li perde. Può anche vincere le primarie con un paio di milioni di voti: ma poi? Hanno votato No quasi venti milioni.

Di conseguenza non c'è più l'Italicum, cioè la logica dell'investitura di un leader-capo. Il Pd renziano ha finalmente capito, in ritardo rispetto al 2013, che non c'è più il bipolarismo, e quindi non ha più senso la retorica del vincitore da conoscere la sera delle elezioni. Convertirsi d'improvviso al Mattarellum però appare strumentale: non c'è dietro nessuna riflessione su dove va il sistema politico, anche se qualcuno ieri ha provato a sollevarla. Sembra che Renzi voglia soprattutto preservare, dicendo no al proporzionale, un modello elettorale che preveda la figura del candidato premier, per esorcizzare quanto è avvenuto già in questa legislatura. Ma una legge elettorale non può più scriverla il Pd da solo.

È inoltre venuto meno l'argomento principale del consenso al Renzi nel suo partito: “ci fa vincere”. Renzi, dopo il 2014, ha condotto ripetutamente il Pd alla sconfitta, e il referendum ha fotografato il suo isolamento. Basterà l'alleanza col partito (ancora inesistente) di Pisapia per esportare in tutta Italia un “modello Milano” che proprio in queste ore fibrilla anche a Milano? Non c'è più l'argomento “gli altri hanno fallito”, semplicemente perché ha fallito anche lui, sulla riforma più importante, e sono a rischio anche le altre: il jobs act per via del referendum, la riforma della PA per via della Corte costituzionale, la riforma della scuola per via del fatto che se l'unico ministro “bocciato” è stata la Giannini un motivo ci sarà. Non c'è più la rottamazione, se il volto del renzismo oggi è un pacato sessantenne arrivato alla presidenza del consiglio sulla scia di una sonora sconfitta alle primarie romane. Non c'è più il “populismo soft”: combattere il grillismo con argomenti un po' grillini - poltrone, stipendi - non ha portato fortuna al Sì e dopo il 4 dicembre il M5S resta nei sondaggi, come da diversi mesi, il primo partito. Non c'è più la strategia di occupazione di televisione e web, che sarà più difficile perseguire fuori da palazzo Chigi e che comunque – per quanto portata all'estremo – non ha funzionato.

Non c'è più infine l'argomento con cui Renzi ha sempre zittito ogni critica: “Vogliono solo riprendersi la poltrona”. Nella sua prossima battaglia, qualunque essa sarà, chi combatterà per riprendersi la poltrona sarà lui, Matteo Renzi. Ambizione legittima, ma dovrà riflettere ancora per riuscirci.