I muscoli del capitano – (Titanic, 1982)

Scintillante bellezza, fosforo, fantasia: De Gregori conosce i desideri di una donna sugli uomini meglio di una donna, o forse è più bravo a chiamarli per nome. In realtà sarebbe il capitano che parla, descrivendo la nave, ma è chiaro che tu lo ascolti e pensi a lui, è lui che vedi, dritto sul cassero: il capitano. Molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia: questo sì ragazze, che è un uomo. Solo molti anni dopo, a un concerto di lui con Lucio Dalla, capisci cosa ci aveva messo dentro di nascosto De Gregori: la musica di Que sera sera, Doris Day, gli anni cinquanta, la bionditudine e le illusioni da ragazzina: il finale è quasi una citazione. E sospiri pensando che come Doris è un capitano quello che in fondo cerchi: un uomo con le spalle larghe, uno che cammina sui pezzi di vetro.Ma veniamo al punto. Una volta, bisogna sapere, esistevano i dischi. Parole e musica raccontavano una storia, un momento o un periodo, era qualcosa in più di una canzone. Titanic infatti non è solo una canzone, è anche un disco; un disco perfetto però. Non so cosa si pensasse del Titanic, prima (qui si faccia come se avessi scritto da qualche parte “immaginario collettivo”, che io non gliela faccio). Non era uscito il film allora, e neanche tutti quei documentari sul centenario. La storia dell'orchestrina e dell'iceberg erano probabilmente note, ma del marconista con gli occhi di ghiaccio così difficili da evitare non si sapeva ancora nulla, e neanche della ragazza di prima classe innamorata del proprio cappello; o forse sì, certe cose si sanno, e poi la prima classe costa mille lire la seconda cento la terza dolore e spavento: così vanno le navi, e il mondo. Ragazzi che partono, e mamme: che avrai dei figli da una donna strana e che non parlano l'italiano, ma mamma io per dirti il vero l'italiano non so cosa sia. Insomma, c'è tutta la vita e la storia di tutti noi in quel disco. C'è anche Caterina e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo, e c'è Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, e c'è Belli capelli, il romanesco trasfigurato in poesia e rimpianto. E c'è il rock anni sessanta, e le bombe a San Lorenzo e il papa con le braccia spalancate tra le rovine, e le stelle, e la luna gigante. La vecchia Europa che per provarci andava in America, e l'America che invece è venuta lei da noi. Non saremmo gli stessi, senza Titanic, bisogna sapere.

“Andiamo avanti tranquillamente”, per esempio, non sarebbe la stessa frase.

Nota a margine per il libro "Con le nostre parole" di

Matteo Orfini (Editori Internazionali Riuniti, 2012)

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