Monthly Archives: dicembre 2016

La differenza tra Mattarellum e Giachettellum

L'ho già condiviso sui social, ma vorrei aggiungere una cosa su questo bel post di Enzo Lattuca, al quale sono grata per aver chiarito che, contrariamente alla paradossale vulgata suggerita dagli spin renziani, Roberto Giachetti non ha "solo" esagerato, offendendo una persona che per la propria coerenza ha pagato un prezzo politico e personale, come Roberto Speranza e mancando di rispetto all'assemblea del suo partito e al ruolo istituzionale che grazie al suo partito ricopre: ha proprio detto una falsità. Volevo aggiungere che mi è piaciuto molto il finale.

Ha proprio ragione Enzo: "Le reazioni nevrasteniche sulla primogenitura della proposta servono a poco, il nome è scritto in quel latinetto dal suono rotondo". Il Mattarellum, c'è poco da fare, è di Mattarella. Se abbiamo avuto quella legge elettorale, se forse l'avremo ancora, lo dobbiamo alla mitezza, alla capacità di mediazione, al rispetto per le ragioni di tutti e alla fiducia nella politica di chi in parlamento seppe costruire il consenso su quella proposta: Sergio Mattarella, appunto. Lo stesso Mattarella che proprio ieri, in un magnifico discorso, ha chiesto che si torni a cercare il consenso più ampio possibile sulle regole comuni, ha letto il referendum come richiesta di partecipazione vera, libera e non episodica e soprattutto ha espresso la sua preoccupazione, la sua passione forse, per l'unità e la coesione tra gli italiani. Con queste parole: "La dialettica rappresenta un ingrediente indispensabile della vita sociale e della democrazia. Può, e deve, essere franca, netta, talvolta anche aspra. Ma l'ascolto delle ragioni degli altri ne costituisce elemento indispensabile, così come è sempre saggio coltivare il beneficio del dubbio e la capacità di porre in discussione le proprie certezze. Si tratta di un appello che desidero rivolgere a tutti gli ambienti del nostro Paese, particolarmente a quello politico, a quello dei mezzi di comunicazione, a quello dei social. Chi suscita e diffonde sentimenti di inimicizia o, addirittura, di odio agisce contro la comunità nazionale; e si illude di poterne orientare la direzione. L'odio che penetra in una società la pervade e si rivolge in tutte le direzioni, verso tutti e verso ciascuno".

Ecco io penso che per ripristinare il Mattarellum bisognerebbe intanto provare a essere, almeno un pochino, mattarelliani.

Gli errori compresi in ritardo. Perché il renzismo è finito

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

“Abbiamo straperso”. Matteo Renzi ha puntato a presentarsi come uno che ha capito: niente “lanciafiamme” – congresso subito, primarie domani – e un'analisi anche severa, da leader consapevole e pronto a ripartire. Ma a ben vedere la sua autocritica – sulla personalizzazione, sugli errori nel rapporto col Sud, le periferie, i giovani, il web – non è stata mai sulla sostanza, ma solo sulla comunicazione. È convinto anzi che la storia renderà giustizia alle sue riforme. Ma davvero Renzi può tornare? Forse, ma le cose dette ieri non bastano. Perché dopo il 4 dicembre del renzismo non resta niente: non c'è più una linea politica e non c'è più un racconto che parli all'Italia, a questa Italia che il 4 dicembre ha svelato.

Non c'è più, innanzitutto, il partito della Nazione. Si può anche non chiamarlo così, se non piace, ma si è dimostrata fallimentare la teoria che ignorando – se non bastonando – molte istanze storiche della sinistra i voti di sinistra sarebbero arrivati lo stesso sommandosi a nuovi voti in fuga dalla destra. Lo avevano già detto regionali e amministrative: non succede. I voti di sinistra persi dal Pd magari non vanno altrove alle elezioni ma gliele fanno perdere e poi se possono tornano per dire No. I voti di destra non arrivano o comunque non abbastanza. Il blocco sociale che Renzi cercava, la “maggioranza silenziosa” per cui ha abolito la tassa sulla prima casa e l'articolo 18, non c'è.

Non c'è più la strategia della disintermediazione, del leader che bypassa i vecchi partiti (prima di tutto il suo) e cerca la sintonia direttamente col popolo. In pochi mesi, Renzi ha dapprima “vinto” il referendum trivelle grazie all'astensionismo, poi ha perso malamente quello sulla costituzione, adesso tifa per le elezioni per non misurarsi col giudizio popolare sulla riforma del jobs act: i plebisciti li perde. Può anche vincere le primarie con un paio di milioni di voti: ma poi? Hanno votato No quasi venti milioni.

Di conseguenza non c'è più l'Italicum, cioè la logica dell'investitura di un leader-capo. Il Pd renziano ha finalmente capito, in ritardo rispetto al 2013, che non c'è più il bipolarismo, e quindi non ha più senso la retorica del vincitore da conoscere la sera delle elezioni. Convertirsi d'improvviso al Mattarellum però appare strumentale: non c'è dietro nessuna riflessione su dove va il sistema politico, anche se qualcuno ieri ha provato a sollevarla. Sembra che Renzi voglia soprattutto preservare, dicendo no al proporzionale, un modello elettorale che preveda la figura del candidato premier, per esorcizzare quanto è avvenuto già in questa legislatura. Ma una legge elettorale non può più scriverla il Pd da solo.

È inoltre venuto meno l'argomento principale del consenso al Renzi nel suo partito: “ci fa vincere”. Renzi, dopo il 2014, ha condotto ripetutamente il Pd alla sconfitta, e il referendum ha fotografato il suo isolamento. Basterà l'alleanza col partito (ancora inesistente) di Pisapia per esportare in tutta Italia un “modello Milano” che proprio in queste ore fibrilla anche a Milano? Non c'è più l'argomento “gli altri hanno fallito”, semplicemente perché ha fallito anche lui, sulla riforma più importante, e sono a rischio anche le altre: il jobs act per via del referendum, la riforma della PA per via della Corte costituzionale, la riforma della scuola per via del fatto che se l'unico ministro “bocciato” è stata la Giannini un motivo ci sarà. Non c'è più la rottamazione, se il volto del renzismo oggi è un pacato sessantenne arrivato alla presidenza del consiglio sulla scia di una sonora sconfitta alle primarie romane. Non c'è più il “populismo soft”: combattere il grillismo con argomenti un po' grillini - poltrone, stipendi - non ha portato fortuna al Sì e dopo il 4 dicembre il M5S resta nei sondaggi, come da diversi mesi, il primo partito. Non c'è più la strategia di occupazione di televisione e web, che sarà più difficile perseguire fuori da palazzo Chigi e che comunque – per quanto portata all'estremo – non ha funzionato.

Non c'è più infine l'argomento con cui Renzi ha sempre zittito ogni critica: “Vogliono solo riprendersi la poltrona”. Nella sua prossima battaglia, qualunque essa sarà, chi combatterà per riprendersi la poltrona sarà lui, Matteo Renzi. Ambizione legittima, ma dovrà riflettere ancora per riuscirci.

È Gentiloni l’unica speranza

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Mezzogiorno e ceti medi impoveriti: nella sua dichiarazione programmatica – asciutta ma ambiziosa, non certo le parole del capo di un governo “elettorale” ma quelle di un premier con un solido mandato del Quirinale – è stato soprattutto su queste due priorità che il presidente Paolo Gentiloni ha dato motivo di sperare che il disagio sociale espressosi domenica con la bocciatura della riforma Boschi possa trovare ascolto nel nuovo esecutivo e garantire la necessaria discontinuità rispetto a una stagione politica sonoramente bocciata dalle urne. Complessivamente, un po' poco, a fronte di tanti messaggi contrari, a volte goffamente e inspiegabilmente contrari, trasmessi in queste prime ore: la nascita del nuovo governo è stata una specie di monumento all'autoreferenzialità. Premier a parte, avrebbe potuto essere la squadra post vittoria del Sì, è stato osservato: ed è vero.

Due ministeri in più – e per far posto ai due esponenti del Giglio magico con più responsabilità nel varo della riforma bocciata (Boschi, che subentra a Claudio De Vincenti spostato appunto al Mezzogiorno) e nella fallimentare campagna referendaria (Lotti, promosso da sottosegretario a ministro ma con le stesse deleghe chiave di prima). Meno donne. Qualche trasformismo premiato e un unico capro espiatorio, Stefania Giannini. Zero rappresentanza nell'area del No, intendendo per No non necessariamente (per carità) la minoranza Pd ma tutta l'area civica, associativa, accademica alla quale il Pd dell'ordalia referendaria ha voltato le spalle. E quella promozione agli esteri di Angelino Alfano che più di tutte denota una macroscopica incapacità di guardarsi da fuori, con gli occhi dei cittadini. Alfano è al governo ininterrottamente dal 2008, con la destra e con la sinistra, è stato più che sfiorato dal pasticcio diplomatico col Kazakistan ai tempi del caso Shalabayeva, rappresenta un partito praticamente privo di voti, è fortemente a disagio con l'inglese e non si è mai occupato di relazioni internazionali. Insomma, l'immagine di una politica sorda e arroccata. Altro che rottamazione.

Anche il profilo di Gentiloni, va detto, stride con la narrazione dell'epopea della generazione Leopolda. Renzianissimo, per carità, il nuovo premier è tuttavia inequivocabilmente uno “di quelli di prima”: ha compiuto da un po' i sessant'anni, è deputato da diverse legislature, è stato ministro dei governi di centrosinistra che fin qui nei discorsi di Renzi venivano liquidati come fallimentari al pari dei quelli di Berlusconi. Ha nel curriculum, come tutti alla sua età, battaglie vinte e battaglie perse. E soprattutto è tanto urbano, felpato e sottotraccia quanto il suo predecessore è debordante, dirompente e spesso insolente. Sarà probabilmente in questo tratto umano del premier la principale discontinuità del governo Gentiloni dal precedente. Il nuovo premier, se non sarà solo una meteora destinata a durare pochi mesi, potrà svelenire un clima politico irrespirabile, da lui stesso stigmatizzato ieri alla camera, anche perché Gentiloni si terrà il più lontano possibile dalle asprezze politiche e congressuali destinate ad attraversare soprattutto il suo partito. Questa libertà dal doppio ruolo di segretario e premier (che è ancora, ed è un po' grottesco, rigidamente previsto dallo statuto del Pd) è un'opportunità per il nuovo presidente.

Che, se sarà favorito dall'istinto di conservazione dei gruppi parlamentari – soprattutto di quelli del Pd, oggi di dimensioni praticamente irripetibili – non sembra destinato a essere molto aiutato proprio dal suo partito e in particolare dai renziani. L'ex premier, è chiaro, trascinerà il Pd in una paradossale battaglia “per riprendersi la poltrona” (proprio quello di cui fino a ieri accusava gli avversari), giocando tutto in nome della possibilità di avere al più presto la rivincita alle urne. Prospettiva tutt'altro che scontata, a meno di non credere alla storia del 40 per cento “tutto renziano” del Sì – e comunque non è scontato che a questo congresso il Pd sopravviva. Sarà bene che i suoi principali leader e fondatori, da dentro e da fuori il governo Gentiloni, questo punto lo abbiano chiaro, più di quanto hanno dimostrato di averlo finora.

Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l'ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”.

Al di là degli aspetti più generali la battaglia per il No ha restituito a un pezzo di sinistra l'idea di una prospettiva; precisamente a quell'elettorato che il Pd com'è stato in questi tre anni non lo vota più, però non ha preso definitivamente altre strade. È gente che aveva votato Pd sempre, europee comprese, poi è rimasta prevalentemente a casa, nell'indifferenza più totale del gruppo dirigente. E domenica ha votato No, e “No convinto”. Si spiega anche così il fenomeno imprevisto di una partecipazione al voto a livelli da elezioni politiche. Anche in quelle “regioni rosse” dove il Sì ha riportato le uniche sofferte vittorie (e l'analisi provincia per provincia rivela un quadro molto più mosso di come può sembrare), la partecipazione è tornata ad essere la più alta d'Italia, come del resto era sempre stata: basta considerare la differenza tra il 37 per cento che partecipò alle regionali del 2014 in Emilia Romagna e il quasi 76 di domenica: oltre il doppio. E pur con tutto il gruppo dirigente locale schierato sul Sì la vittoria è stata di misura e limitata ad alcune province.

Oggi, di fronte alle dimensioni della sconfitta, è necessario riconoscere che se il Pd è ancora vivo lo deve alla lungimiranza di quella sua piccola parte che si è rifiutata di partecipare all'ordalia del “bastaunsì”, ha impedito che la vittoria del No fosse solo il trionfo di Grillo, Salvini e Berlusconi e ha presidiato la posizione di chi crede in un Pd diverso. Ancora una volta il referendum, come già le amministrative e le regionali, ha smentito le suggestioni alla “Partito della nazione”, dimostrando che i voti di destra non arrivano e non compensano quelli di sinistra che se ne vanno. Tra il paese e il Pd è successo qualcosa di grave in questi anni, e chi l'aveva visto si è preso del gufo rosicone e da ultimo del traditore. E invece aveva ragione.

Sarebbe un errore adesso pensare di risolvere tutto con una rapida resa dei conti congressuale. Anche al premier è probabilmente passata la voglia di chiedere un altro plebiscito. Ma soprattutto al partito non serve un'altra conta interna e autoreferenziale, bensì affrontare la sua difficoltà a capire la realtà e il suo isolamento nella società ricostruendo un campo credibile di centrosinistra. E d'altro canto, il Pd oggi non è in condizione di fare un congresso, anche se prima o poi dovrà farlo. Dopo tre anni di abbandono organizzativo e di totale asservimento alla comunicazione di palazzo Chigi non c'è più una base, non c'è un minimo di militanza, non c'è un pensiero condiviso a partire dal quale confrontarsi su diverse linee politiche. Dopo la stagione della rottamazione, il Pd ha bisogno di ricostruttori. Toccherebbe a Renzi, se avesse l'umiltà di mettersi a fare quello che (per sua stessa ammissione) non ha mai desiderato fare e non ha mai fatto, cioè il segretario del partito. Ma al punto in cui siamo è difficile. Anzi rischia di essere l'ostacolo più grande, sia che resti sia che se ne vada.

Appunti per l’ora del cialtrone

La campagna referendaria è finita e stiamo entrando a grandi passi nell'ora del cialtrone. Dicesi ora del cialtrone quel tempo interminabile in cui la propaganda deve fermarsi, la gente sta votando, le voci impazzano e non c'è nessunissimo elemento serio sul quale fare un'analisi. Tuttavia le ore scorrono lentissime, i giornali escono, le dirette cominciano e qualcosa si deve pur dire. Quello è il momento in cui il cialtrone entra in campo: sondaggi riservati, compagni strafidati, soffiate altolocate, tutto fa brodo. Risposte risposte risposte, quando invece sarebbe il momento, ora che c'è un po' di pace, di porsi finalmente qualche sana domanda che possa servire poi a capire i dati veri. Il presente post è dunque un'iniziativa di servizio per chi deve pur passare le prossime ore al riparo almeno dalle cialtronate più grosse, e mantenersi lucido per quando arriveranno i dati. Quindi eccovi le mie, di cialtronate.

  • L'affluenza. L'opinione diffusa è che se sarà bassa è più probabile che vinca il No, perché il No sarebbe più motivato e militante; se sarà alta, in linea con le politiche, Renzi si salva grazie alla maggioranza silenziosa: è stata questa la chiave prevalente alla vigilia. Tuttavia bisognerebbe chiedersi qual è la vera "maggioranza silenziosa" oggi in Italia: al netto di chi voterà Sì o No dopo aver approfondito e studiato il merito della riforma (comunque una minoranza), la maggioranza più probabile è quella degli spaventati che temono l'instabilità minacciata dal governo e dall'establishment italiano ed europeo, oppure quella degli arrabbiati, insoddisfatti, a disagio? Sarà più maggioranza quella dei turbocostituzionalisti che vogliono un parlamento più agile snello  veloce e risparmioso o quella degli spaventati alla rovescia che pensano meglio tenercela com'è la costituzione, che metti mai arriva un Trump anche qui almeno un pochino lo argina? Insomma, se ci sarà un'onda di partecipazione imprevista (imprevista rispetto agli ultimi non esaltantissimi dati), è più facile che sia per il Sì o per il No? La risposta, quantomeno, non mi pare scontata.
  • Todo cambia. Ne abbiamo già parlato, qui. E altri hanno aggiunto riflessioni stimolanti, come questa. Non avremo mai la controprova, ma almeno da lunedì potremo giudicare se il voto che avrà vinto - Sì o No - sarà stato davvero un voto di cambiamento. Probabilmente anche a risultato acquisito ognuno resterà dell'idea che si è fatto rispetto a cosa sarà o sarebbe stato il vero cambiamento. Sarà sempre troppo tardi per una riflessione che si chieda se cambiare strada sia davvero sempre positivo e soprattutto dove, cambiando strada, questo paese voglia andare. Proprio quello che è mancato al dibattito su un tema che pure lo avrebbe meritato, come la riforma della costituzione. In ogni caso sarà tardi per rimediare.
  • Le correzioni di Renzi. L'ho già detto, una campagna partita all'insegna del "se voti No non cambia nulla" è finita col messaggio "per carità vota sì che sennò cambia tutto, arriveranno le cavallette eccetera eccetera". Una clamorosa inversione di rotta, una lampante contraddizione. Come quella di un premier impagnato a rilanciare il messaggio "ho sbagliato a personalizzare" occupando fisicamente tutti gli studi tv, in un perpetuo e costante "Matteorisponde". Ma c'è di più: Renzi non avrebbe forse potuto risparmiarsi la criticabile sceneggiata della finta scheda per eleggere i senatori all'ultima settimana? Certo, bastava non rispondere con un'alzata di spalle a chi, per mesi, gli ha chiesto di essere più chiaro sul punto; e ancora prima, sarebbe bastata un po' più di disponibilità nell'accogliere la richiesta di rendere elettivo il nuovo senato, invece di prendere per il collo la minoranza Pd con una formulazione stitica e ambigua. Risultato: all'elettività dei senatori non crede più nessuno, e proprio quando a Renzi servirebbe far credere che non è vero che non potremo più votare per il senato. Vale lo stesso per l'Italicum: se alla fine bisognava prendere l'impegno di cambiarlo, non valeva la pena fallo più credibilmente diversi mesi fa, e senza spaccare il Pd? Magari i risultati lunedì daranno ragione a Renzi. C'è però da chiedersi se tanta incertezza nella comunicazione non nasconda preoccupanti incertezze politiche, o cosa ancora più pericolosa una totale e quasi ostentata insincerità.
  • L'effetto Prodi. Mentre scrivo non posso sapere se l'endorsement del professore al Sì avrà più ricompattato sul No un po' di mondo berlusconiano o più mobilitato sul Sì il vecchio elettorato ulivista. Probabilmente anzi non lo sapremo mai. Quello che sarà interessante sarà studiare le conseguenze della scelta del prof sul Pd e sull'Ulivo, o quello che ne rimane. Dio sa se il partito guidato dai rottamatori non avrebbe bisogno di padri (e madri) nobili, ma sembra destinato a non averne. C'è da temere che comunque vada la decisione di Prodi di rendere pubblico il suo Sì non aiuti, nel post voto, a ricostruire una comunità politica, quella del Pd, che dopo il trauma dei 101 sembra destinata a non trovare rimedio alle sue divisioni. E non c'è dubbio che proprio quella ferita, dall'endorsement di Prodi, sia stata paradossalmente, proprio da lui, riaperta. Qualcuno ha (laicamente) bestemmiato che "avevano ragione i 101", qualcuno ha parlato di sindrome di Stoccolma; ma lo stesso professore ha accompagnato la sua dichiarazione di voto con riferimenti molto pesanti al ruolo di altri leader del passato e anche a come la vicenda referendaria è stata gestita dal leader attuale. Difficile, comunque finisca, che questa mossa collochi da domani Prodi nel ruolo di padre ricostruttore. Chissà se nel suo un po' misterioso e improvviso scatto per il Sì, questo l'aveva valutato.

Avrei naturamente molte altre cose da dire, ma le dirò quando si saprà chi ha vinto. Mica ci ho scritto Joe Condor. (cit. di cit.)

Basta un noi. Il mio voto democratico

Ultimo giorno. Io voto No, perché amo l'Italia e la nostra Costituzione. Se vince il No, dopo aver respinto la riforma di Berlusconi, avremo stabilito per sempre il principio che nessuno, nemmeno noi, può cambiare la Costituzione, che pure può essere riformata e resa più moderna, per un colpo di maggioranza. Questo non è successo e non può succedere in nessun paese democratico, questo è scritto solennemente nella Carta dei valori del nostro partito, e questo ci chiedeva Giuseppe Dossetti nel 1994, agli albori di questa Seconda Repubblica in cui la Costituzione ha rischiato più volte di essere sottoposta al volere del leader o del partito del momento, e sempre è stata invece tenuta al riparo, grazie a noi. Grazie ai Democratici. Per questo è così importante, e sarà importante comunque per il nostro futuro, che esistano i Democratici per il No, e per questo sono orgogliosa e felice di farne parte. Buona fortuna a noi tutti, e all'Italia.