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La differenza tra Mattarellum e Giachettellum

L'ho già condiviso sui social, ma vorrei aggiungere una cosa su questo bel post di Enzo Lattuca, al quale sono grata per aver chiarito che, contrariamente alla paradossale vulgata suggerita dagli spin renziani, Roberto Giachetti non ha "solo" esagerato, offendendo una persona che per la propria coerenza ha pagato un prezzo politico e personale, come Roberto Speranza e mancando di rispetto all'assemblea del suo partito e al ruolo istituzionale che grazie al suo partito ricopre: ha proprio detto una falsità. Volevo aggiungere che mi è piaciuto molto il finale.

Ha proprio ragione Enzo: "Le reazioni nevrasteniche sulla primogenitura della proposta servono a poco, il nome è scritto in quel latinetto dal suono rotondo". Il Mattarellum, c'è poco da fare, è di Mattarella. Se abbiamo avuto quella legge elettorale, se forse l'avremo ancora, lo dobbiamo alla mitezza, alla capacità di mediazione, al rispetto per le ragioni di tutti e alla fiducia nella politica di chi in parlamento seppe costruire il consenso su quella proposta: Sergio Mattarella, appunto. Lo stesso Mattarella che proprio ieri, in un magnifico discorso, ha chiesto che si torni a cercare il consenso più ampio possibile sulle regole comuni, ha letto il referendum come richiesta di partecipazione vera, libera e non episodica e soprattutto ha espresso la sua preoccupazione, la sua passione forse, per l'unità e la coesione tra gli italiani. Con queste parole: "La dialettica rappresenta un ingrediente indispensabile della vita sociale e della democrazia. Può, e deve, essere franca, netta, talvolta anche aspra. Ma l'ascolto delle ragioni degli altri ne costituisce elemento indispensabile, così come è sempre saggio coltivare il beneficio del dubbio e la capacità di porre in discussione le proprie certezze. Si tratta di un appello che desidero rivolgere a tutti gli ambienti del nostro Paese, particolarmente a quello politico, a quello dei mezzi di comunicazione, a quello dei social. Chi suscita e diffonde sentimenti di inimicizia o, addirittura, di odio agisce contro la comunità nazionale; e si illude di poterne orientare la direzione. L'odio che penetra in una società la pervade e si rivolge in tutte le direzioni, verso tutti e verso ciascuno".

Ecco io penso che per ripristinare il Mattarellum bisognerebbe intanto provare a essere, almeno un pochino, mattarelliani.

Moratoria

17 maggio, Denis Verdini
"Il Pd di Cuperlo nel 2013 ha portato a casa il 25 per cento. Il Pd del Patto del Nazareno ha preso il 40 per cento alle europee. Cuperlo parli ai suoi elettori e non a me... Cuperlo è imbarazzante, non io. Parlano di Ala per non parlare di loro stessi. Vadano fino in fondo e non si nascondano, rompano col Pd come io ho rotto con Berlusconi".

18 maggio, Vincenzo D'Anna
"Speranza ha sconsigliato i candidati Pd di farsi fotografare con Verdini? Ma lui è tipo Virna Lisi, con quella bocca può dire quello che vuole. Ognuno ritiene di farsi fotografare con chi vuole, io dico che se fanno la foto con Speranza non li vota neanche la mamma. Speranza fa parte di un gruppo che è ancora affezionato allo stato socialista che ha fatto 2200 miliardi di euro di debito. Noi appoggiamo Renzi, non il Pd, se il Pd è quello di Speranza e di Bersani non abbiamo nulla a cui spartire".

19 maggio, Vincenzo D'Anna
"Bersani sembra Diogene il Cinico il quale, per abituarsi a non ricevere risposte, si allenava interrogando le statue. Egli, alla vana ricerca di risposte alle sue elucubrazioni, è costretto a vestire i panni del finto tonto dismettendo quelli del vecchio marpione comunista già ministro nel governo del ribaltone presieduto da Massimo D'Alema che, com'è noto, fu sostenuto da "sinceri democratici" progressisti del calibro di Mastella, Casini e Cossiga. Non ci interessa il Pd se malauguratamente nel Pd dovessero prevalere le tesi di Bersani e l'idea che l'Italia possa essere governata secondo i principi e i programmi che hanno caratterizzato finora lo stato cripto socialista tanto caro a lor signori".

20 maggio
Dal Nazareno, anche oggi, niente da dichiarare.

Perché la minoranza non lascia il Pd. (Perché poi dovrebbe rifarlo)

Oggi, sul quotidiano Il Dubbio

La vicenda dei "separati in casa" nel Partito democratico non è l'ennesimo capitolo della storia delle liti e delle scissioni a sinistra, ma il segno di come sta cambiando la politica e di cosa può diventare, o non diventare. È evidente che l'equilibrio precario tra democratici renziani e non renziani non potrà durare a lungo, come lo stillicidio di rotture e uscite dal Pd – base e dirigenti – preannuncia e dimostra. Nei prossimi mesi, con la tornata amministrativa e il referendum "cosmico" sulla Costituzione, la proposta renziana sarà alla prova decisiva; e al successivo congresso gli equilibri cambieranno, o salteranno. Sarebbe sbagliato ritenere, sulla base della situazione attuale, che l'esito sia già scritto: per quanto appaiano scolpiti nella roccia, i rapporti di forza in politica possono sempre cambiare, se non per convinzione per necessità. È questa in fondo la scommessa degli sconfitti del Pd: non certo che Renzi diventi più "buono", ma che la sua presa sul partito diventi meno forte. Continua a leggere

Ma la sinistra non è stata asfaltata

Sulla direzione Pd, oggi ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso

Matteo Renzi non ha ceduto di un millimetro sull'Italicum, la minoranza Pd però non è “asfaltata”. Se è vero, come hanno scritto i giornali, che il segretario puntava – con l'improvvisa convocazione della direzione del Pd – a fotografare la spaccatura nel fronte dei suoi oppositori, a isolare i “seniores” (Bersani, D'Alema, Bindi) e gli “irriducibili” (Fassina, Cuperlo) incorporando il grosso degli ultimi quarantenni che ancora non si erano renzizzati, la missione del segretario non è riuscita. La direzione ha approvato, coi numeri larghi che Renzi si è guadagnato alle primarie, la blindatura e l'accelerazione sulla riforma; ma la minoranza Pd, dopo giorni durissimi in cui il grosso degli osservatori le aveva già cantato il requiem, ha trovato per una volta la forza di non dividersi e di insistere sulle modifiche che il segretario nega. I prossimi venti giorni, quelli che mancano all'arrivo in aula dell'Italicum il 27 aprile, apriranno a questo punto, comunque vada, una fase nuova, al momento non facile da immaginare.  Continua a leggere