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Comunicazione Pd, la grillizzazione è completa. Autocitazioni varie e qualche altra domanda

Diversi colleghi nonché, a loro spese (e mi dispiace), parecchi militanti del Pd stanno prendendo dolorosamente atto che ormai la comunicazione del Pd non si distingue praticamente più da quella grillina: né nelle forme né nei contenuti, e nemmeno nel disinvolto ricorso alle tanto esecrate fake news. Perfino la mitica app Bob, la risposta renziankennedyana alla piattaforma grillina (e ti pareva) Rousseau, non è immune a quanto pare dal contagio.

Pone in particolare parecchie questioni e domande giuste Cristina Cucciniello in questo post sul sito dell'Espresso. Cristina fa risalire le origini della mutazione all'inizio della campagna congressuale: temo però che si debba scendere più in profondità. La grillizzazione del Partito democratico ha origini ben più lontane. Su questo blog ne abbiamo già parlato in tempi non sospetti, qui e qui.

Che adesso in tanti si accorgano del fenomeno, dal momento che esso ha ormai assunto la consistenza della mitica mucca nel corridoio, è indubbiamente una soddisfazione. Che se ne accorgano nel Pd, addirittura commuove. Spero che la questione venga approfondita perché è davvero interessante e dice molto su dove va la politica.

Per parte mia, oltre alle letture che ho segnalato, consigliandole, in questo breve post, e alle scuse per le autocitazioni, ho poco da aggiungere. Salvo una telegrafica notazione: ha ragione Cristina Cucciniello a chiedere trasparenza. Dovremmo farlo tutti, per ragioni politiche e non solo. Possono grillizzare il Pd quanto vogliono se pensano che gli convenga. Ma chiunque siano i misteriosi professionisti responsabili di questa discutibile comunicazione - ufficiale e non ufficiale - per il Pd, o più correttamente per Matteo Renzi, spero che siano contrattualizzati e retribuiti da Matteo Renzi e dal Pd. Sarebbe molto grave se non fosse così, e non voglio aggiungere altro.

 

aggiornamento: a leggere attentamente tra le righe dei giornali, a tre giorni dallo scoppio delle polemiche sulla card con Totti e la fake news sulla Raggi, pare assodato che la cosiddetta comunicazione unofficial di Renzi è in realtà totalmente official, cioè avviene sotto il diretto controllo di Renzi e del suo staff. Nessuna risposta in compenso alle domande sulla trasparenza e sulle responsabilità che tali polemiche hanno ispirato, anche all'interno del Pd e nello stesso mondo renziano. Sono state dette insomma altre bugie conclamate che non indignano nessuno, sulle cui motivazioni già più nessuno indaga e di cui nessuno paga pegno. E' un paese così.
Quanto alla comunicazione di Renzi, per me possono benissimo continuare così fino al giorno del voto. Anzi, lo spero. E' altro che mi preoccupa. 

Una domanda, da qui fuori dal tunnel

Non ho visto il confronto, sono fuori dal tunnel. So che quei serenissimi e distaccati utenti del web che ad ogni mio tweet sul Pd scattano come Bolt per venirmi ad avvertire che (io!) sono "ossessionata da Renzi" non ci crederanno mai, ma non ho nemmeno (ancora) letto bene i giornali. A dire il vero la maggior parte di quello che ho intravisto nei titoli e sui social mi sembra un po' triste e un po' lunare. Tuttavia, siccome le agenzie un po' per dovere professionale le guardo, volevo sapere: ma seriamente qualcuno pensa che Renzi, dopo aver ottenuto nelle primarie una sorta di mandato plebiscitario in bianco, concederà ai perdenti un referendum tra gli iscritti per decidere su quali alleanze dovrà fare il Pd in futuro?

E perché dovrebbe, scusate?

Se per sbaglio al congresso del Pd si parlasse di politica

Nessuno sa veramente cosa dirà tra qualche ora Matteo Renzi, ma è probabile che la direzione di oggi apra per il Pd il percorso del congresso. Se così sarà, due narrazioni sembrano prepararsi per accompagnare la lunga procedura di rinnovo della leadership democratica: da un lato quella classica della “Babele”, di un partito litigioso e sfarinato dall'eterno scontro correntizio, e dall'altro quella della “vendetta”, della "resa dei conti" che prepari il ritorno di un Matteo Renzi rilegittimato dal “suo” popolo: “Ci divertiremo”, filtrano già le gazzette più informate sul Palazzo, rendendo il tipico approccio tra irridente e minaccioso al quale ci ha abituati la leadership uscente. "E chi perde rispetti chi ha vinto", come se in un partito non fosse altrettanto necessario, se non più importante, anche il contrario.

Tuttavia, se è vero come osservano in molti che comunque il congresso del Pd sancirà la fine – già decretata dal referendum di dicembre – della stagione “personale” della leadership di quel partito, e che anche un Renzi eventualmente vincitore non potrebbe mai essere un leader dello stesso tipo di quello che abbiamo conosciuto, vale la pena sforzarsi di capire e raccontare il congresso del Pd con categorie politiche diverse da quelle della personalizzazione. Cambiando prospettiva, depurando lo sguardo dalle tossine degli ultimi anni e dalle pigrizie retoriche, tutto diventa perfino più chiaro: perché alla fine è sempre la politica che spiega la politica.

E di politica, nel dibattito del Pd, ce ne sarà da vendere. Per il partito nato dieci anni fa – troppo in fretta e troppo tardi al tempo stesso – dall'esperienza dell'Ulivo si impongono scelte decisive; ma soprattutto una. Il grande rimosso che ci ha regalato l'Italicum – una legge non solo incostituzionale ma, come lo stesso Renzi aveva tardivamente capito prima della sentenza della Corte, politicamente sbagliata – è la fine del bipolarismo. Nel 2013 il Pd non aveva “sbagliato un rigore a porta vuota”, ma aveva drammaticamente incrociato un nuovo fenomeno destinato a manifestarsi in tutto l'Occidente: centrodestra e centrosinistra tradizionali non sono più le due proposte che possono convogliare il consenso di tutto l'elettorato verso due proposte alternative di governo, e il terzo (o i terzi) litiganti rischiano di goderne a scapito dei primi.

Come si combatte in questo nuovo tipo di guerra? Nel Pd le strategie ci sono, e fondamentalmente sono due. O si torna bersanianamente all'Ulivo, a un Ulivo “4.0” che superi le ricette anni '90 ma abbia l'obiettivo di riunificare un campo di centrosinistra, politico ma anche civico, ispirato ai valori costituzionali, che il renzismo e il referendum hanno frantumato; oppure, franceschinianamente, si punta all'alleanza degli europeisti e dei responsabili che faccia argine contro il populismo arrembante. Sono due ipotesi entrambe fondate e legittime sulle quali merita aprire un profondo dibattito congressuale (si ricorda per inciso che il congresso del Pd non è, da statuto, una giornata di gazebo ma un lungo percorso che dura diversi mesi). Ognuna delle due ha una logica e qualche punto debole, soprattutto uno, non da poco, in comune: che sulla carta nessuna delle due basta a garantire la vittoria. Ma non c'è dubbio che da questa scelta di fondo dipenda tutto il resto: quanto tempo serve per prepararsi alle elezioni, che tipo di proposta di legge elettorale, e ovviamente quale leader possa incarnare al meglio la fase nuova.

È sorprendente quanto Renzi da questo dibattito resti fuori. Il segretario, ormai da due mesi, sembra capace soltanto di gestire la partita a colpi di “silenzi” e “mosse” che dovrebbero portare, non si capisce come, a un suo rapido rientro sulla scena. E mentre il partito tende a riorientarsi sull'asse di queste due strategie per il futuro, Renzi ne perde progressivamente il controllo. La sua “vocazione maggioritaria”, l'ambizione di tornare a vincere parlando a un “popolo del 40 per cento” che dovrebbe regalare prima una trionfale conferma al segretario sui suoi avversari interni e poi il premio di maggioranza al Pd solitario della stagione renziana appare ogni giorno più velleitaria. E chi tra i suoi gli consiglia anche in queste ore di tornare a essere “il vecchio Renzi” non lo aiuta a uscire fuori da un'illusione impolitica.

Rottamare il telefono: un caso di psicopolitica

Scrive sul Foglio* l'ottimo David Allegranti - ed è uno scooppettino divertente, perché molto si è parlato nei giorni scorsi di messaggi e mail a cui l'ex premier non risponde - che Matteo Renzi, dopo le dimissioni, ha cambiato telefono. Nel senso di numero, ovviamente. Allegranti, che è giornalista accurato e attento, riporta anche il commento della sua fonte, un anonimo senatore renziano: "È normale - dice dunque il parlamentare - dopo una sconfitta".

Ecco, io penso che su queste cinque righe di articolo bisognerebbe scrivere diversi tomi scientifici. Non ho ancora deciso però la materia: di psicologia o di politica. Sono incerta, per dire, tra la valutazione comportamentale di un individuo adulto che, dopo aver subito una plateale smentita, decide di rendersi irrintracciabile a tutti coloro a cui non ha voglia di parlare e quella di chi, chissà se richiesto del suo parere, si affretta a definire questa reazione "normale".

Tuttavia trovo interessante anche l'aspetto politico. Il Pd per dire potrebbe seguire l'esempio del segretario. Cambiare numero del centralino al Nazareno, sostituire quelle vecchie mail @partitodemocratico.it, fare magari anche un nuovo sito che renda inaccessibili tutti i contenuti del vecchio (l'hanno anche già fatto, sanno come si fa). Potrebbe togliere l'amicizia su facebook a tutti quelli che hanno votato no, magari bannarli: mica solo ai parlamentari, quello lo stanno già facendo (vi siete accorti no che fanno finta che Bersani e Speranza non esistano, non gli dicono le cose, parlano di "segreteria unitaria" come se loro non ci fossero, se li dimenticano quando consultano i capicorrente?) ma proprio gli elettori. Potrebbe cambiare le password e le pic, sostituire le facce di chi va in tv (qui in verità li vedo un po' lenti a reagire), farsi crescere la barba, chi può, o tagliarsela, chi ce l'ha.

A quel punto il Pd sarebbe pronto alle urne, atteso da una vera marcia trionfale. Come slogan elettorale consiglio: "Siamo fichissimi. Tutti quelli con cui parliamo ce lo dicono".

Per l'inno della campagna, andrei sul collaudato: Ivano Fossati. Ascoltate bene il testo: contiene spunti interessanti.

* mi scuso per aver pubblicato un link disponibile solo per gli abbonati al Foglio, ma è giusto rispettare la politica del giornale.

Sulla post verità, sulle bufale, sul giornalismo

Sono stata da tutt'e due le parti della barricata. Sono una giornalista e ho lavorato nella comunicazione politica. Ho fatto la portavoce e l'ufficio stampa, e la vicedirettrice di un giornale e la direttrice di un'anomalissima tv di partito che faceva ottimo giornalismo e ottima comunicazione politica. Me lo dico da sola, sì. Perché so di essere stata nel mezzo di una guerra, in cui nessuno è disposto a riconoscere niente a nessuno. Però forse ho qualche titolo a dire la mia su questa storia del dibattito sulla post verità e poi delle minacce di giuria popolare sulle bufale dei giornali e relative reazioni indignate. Che non mi convincono, né le une né le altre.

Molte cose le ha scritte Michele Fusco, su Gli stati generali. Ne aggiungo qualcuna, in modo molto poco organico perché meglio non mi viene.

Non mi pare ci sia una questione di post verità, secondo me c'è una questione di conformismo. Sul Sole 24 ore di oggi c'è un commento, di Leonardo Maisano, sulle dimissioni dell'ambasciatore britannico sir Ivan Rogers, che guidava le trattative con L'Europa sulla Brexit. L'ho letto, affascinata più che dall'argomento dal titolo: "Ha pagato per il suo realismo". Non so giudicare se il commentatore abbia ragione, ma quello che è interessante è la situazione che descrive: in pratica in Inghilterra alla propaganda terrorizzante sugli effetti del leave ora è subentrata un'altra narrazione, opposta, secondo la quale la Brexit sarà la soluzione di ogni problema e l'inizio di una nuova era di prosperità. Istituti di ricerca pagati da enti vicini al governo euroscettico di Theresa May promettono, e la Bbc rilancia, il fiorire di centinaia di migliaia di posti di lavoro come ricaduta a breve subito dopo la fine del negoziato, tra un anno o due. L'ambasciatore Rogers però era più pessimista. Aveva detto che ci sarebbe voluto almeno un decennio per chiudere le trattative. Insomma, è stato di fatto licenziato, costretto alle dimissioni causa pensiero non omologato. Indipendentemente da chi ha ragione, questo quadro mi pare molto simile a quello italiano. Anche da noi ci sono cose che non si possono dire, che non si sono potute dire per mesi, se non a prezzo di essere gufo, rosicone, disfattista, o di perdere il ruolo o addirittura il lavoro. Il conformismo dei media costruisce una verità, raccontandola. Rende marginale e biasimevole ogni narrazione alternativa. Convince se stesso, e spesso perde di vista la situazione reale. Su questa percezione di conformismo e distanza dal reale Grillo può costruire la sua propaganda fascistoide contro i giornali. Noi giornalisti lo dobbiamo riconoscere.

La propaganda infatti è sempre esistita, il problema è la distinzione dei ruoli. La disintermediazione ha travolto i confini, creando una situazione in cui nessuno fa più il suo mestiere. Mi ha colpito molto, dentro questo pezzo di Marco Damilano, la descrizione, fatta da un anonimo ministro, di come si svolgevano i consigli dei ministri nell'era Renzi: «Il Consiglio durava un quarto d’ora, parlava solo lui. Quando qualcuno di noi si dilungava a presentare un provvedimento veniva subito interrotto: “Faccio io la sintesi!”. I minuti finali li dedicava a darci i compiti mediatici: “Tu vieni con me in conferenza stampa. Tu invece vai questa sera in tv, da Vespa. E domani fai un’intervista con un quotidiano del Nord...”. Da quando c’è Paolo, abbiamo ripreso a parlare tutti...». Con un premier così, chi ha bisogno di un ufficio stampa? Ma anche: con ministri che si fanno trattare così, chi fa politica? Ma il fatto è che questa situazione è stata accettata. Da una larga parte dell'opinione pubblica, dai media, dai politici. Questo ha reso tutti meno credibili e ha costretto tutti a diventare tifosi. Non parlo solo di Renzi, ma di una situazione in cui nessuno ha più fatto il suo mestiere. Ricordo i "#matteorisponde" con qualche giornalista che si azzardava a far domande usando l'hashtag e il premier che si divertiva a sfotterlo: "T'ho beccato!", senza rispondere. Il giorno dopo non c'erano articoli risentiti sui giornali, ma lenzuolate di dichiarazioni del premier in risposta agli utenti di twitter. Era solo colpa di Renzi? No. Eppure Renzi una colpa, grossa, ce l'ha.

La classifica delle bufale alla Leopolda era peggio dei tribunali speciali di Grillo. Al netto del linguaggio di Grillo, l'ho già definito come fascistoide e lo ripeto e lo condanno, quello che Renzi e i renziani non hanno mai davvero capito è che fare certe cose da palazzo Chigi non è lo stesso che farle dal divano di casa, o dal vertice di un partito di opposizione. Credo che i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato senso dello stato, o senso delle istituzioni, e che qualcuno anche nel Pd avrebbe dovuto ricordarselo. Purtroppo invece non solo il Pd ha rivelato una mentalità non dissimile da quella che critica nei suoi avversari - al netto del linguaggio, ripeto - ma ha dimostrato di non essere all'altezza dei suoi compiti verso il paese. Dico una cosa che ho imparato in parte anche riflettendo su me stessa e su qualche mio errore: quando lavoravo al Pd criticavo certi articoli dal mio account privato su twitter a volte non mi rendevo conto dell'effetto che poteva fare a un giornalista una critica che veniva "dal Nazareno", anche se io non parlavo su incarico di nessuno e non ero neanche nell'ufficio stampa del Pd. Ci ho riflettuto dopo, ora che rivendico il diritto, dal mio divano, a dire quello che voglio. Ma stare al governo è un compito che ti dà molti più strumenti per comunicare, e richiede molto più rispetto e cautela, e anche molta più umiltà. Una responsabilità molto più grande che "rappresentare", anche senza averne titolo come io non l'avevo, un partito di opposizione. Che come tale, per le ragioni che ho scritto sopra, ha diritto anche a criticare e denunciare le "bufale" dei giornali, secondo me. Certo non a evocare le giurie popolari contro i giornalisti. O il voto dei fans.

Ultimo punto: l'obiettività dei giornalisti non esiste e non va rivendicata. Mi convinco sempre più, negli anni, della bontà di questa regola che mi sono data all'inizio del mio lavoro. Non bisogna chiedere ai giornalisti di essere obiettivi, perché nessuno lo è. Chi rivendica di esserlo non mi convince mai, nemmeno Mentana, il grandissimo Mentana (dico sul serio), che dice che lui non va a votare da vent'anni. Anche non andare a votare è una scelta politica. Tutti siamo cittadini e persone, e mettere noi stessi in quello che facciamo è l'unico modo per dare ancora un senso al nostro lavoro, che nessun computer o algoritmo può sostituire. L'unico modo per fare bene il nostro mestiere è dire con onestà da che parte stiamo, e assumercene la responsabilità nell'immediato e nel tempo, e sperare di meritare la fiducia della gente. A questo, come scrive Michele Fusco, servono gli archivi: a giudicare e a essere giudicati. Fa parte del nostro lavoro essere giudicati, e tutti hanno il diritto di farlo. Per fortuna.

(A proposito, mi unisco alle domande di Pietro Spataro: che fine ha fatto l'archivio dell'Unità? Sì lo so, è un'altra storia. Ma prima o poi ne parliamo).

Gli errori compresi in ritardo. Perché il renzismo è finito

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

“Abbiamo straperso”. Matteo Renzi ha puntato a presentarsi come uno che ha capito: niente “lanciafiamme” – congresso subito, primarie domani – e un'analisi anche severa, da leader consapevole e pronto a ripartire. Ma a ben vedere la sua autocritica – sulla personalizzazione, sugli errori nel rapporto col Sud, le periferie, i giovani, il web – non è stata mai sulla sostanza, ma solo sulla comunicazione. È convinto anzi che la storia renderà giustizia alle sue riforme. Ma davvero Renzi può tornare? Forse, ma le cose dette ieri non bastano. Perché dopo il 4 dicembre del renzismo non resta niente: non c'è più una linea politica e non c'è più un racconto che parli all'Italia, a questa Italia che il 4 dicembre ha svelato.

Non c'è più, innanzitutto, il partito della Nazione. Si può anche non chiamarlo così, se non piace, ma si è dimostrata fallimentare la teoria che ignorando – se non bastonando – molte istanze storiche della sinistra i voti di sinistra sarebbero arrivati lo stesso sommandosi a nuovi voti in fuga dalla destra. Lo avevano già detto regionali e amministrative: non succede. I voti di sinistra persi dal Pd magari non vanno altrove alle elezioni ma gliele fanno perdere e poi se possono tornano per dire No. I voti di destra non arrivano o comunque non abbastanza. Il blocco sociale che Renzi cercava, la “maggioranza silenziosa” per cui ha abolito la tassa sulla prima casa e l'articolo 18, non c'è.

Non c'è più la strategia della disintermediazione, del leader che bypassa i vecchi partiti (prima di tutto il suo) e cerca la sintonia direttamente col popolo. In pochi mesi, Renzi ha dapprima “vinto” il referendum trivelle grazie all'astensionismo, poi ha perso malamente quello sulla costituzione, adesso tifa per le elezioni per non misurarsi col giudizio popolare sulla riforma del jobs act: i plebisciti li perde. Può anche vincere le primarie con un paio di milioni di voti: ma poi? Hanno votato No quasi venti milioni.

Di conseguenza non c'è più l'Italicum, cioè la logica dell'investitura di un leader-capo. Il Pd renziano ha finalmente capito, in ritardo rispetto al 2013, che non c'è più il bipolarismo, e quindi non ha più senso la retorica del vincitore da conoscere la sera delle elezioni. Convertirsi d'improvviso al Mattarellum però appare strumentale: non c'è dietro nessuna riflessione su dove va il sistema politico, anche se qualcuno ieri ha provato a sollevarla. Sembra che Renzi voglia soprattutto preservare, dicendo no al proporzionale, un modello elettorale che preveda la figura del candidato premier, per esorcizzare quanto è avvenuto già in questa legislatura. Ma una legge elettorale non può più scriverla il Pd da solo.

È inoltre venuto meno l'argomento principale del consenso al Renzi nel suo partito: “ci fa vincere”. Renzi, dopo il 2014, ha condotto ripetutamente il Pd alla sconfitta, e il referendum ha fotografato il suo isolamento. Basterà l'alleanza col partito (ancora inesistente) di Pisapia per esportare in tutta Italia un “modello Milano” che proprio in queste ore fibrilla anche a Milano? Non c'è più l'argomento “gli altri hanno fallito”, semplicemente perché ha fallito anche lui, sulla riforma più importante, e sono a rischio anche le altre: il jobs act per via del referendum, la riforma della PA per via della Corte costituzionale, la riforma della scuola per via del fatto che se l'unico ministro “bocciato” è stata la Giannini un motivo ci sarà. Non c'è più la rottamazione, se il volto del renzismo oggi è un pacato sessantenne arrivato alla presidenza del consiglio sulla scia di una sonora sconfitta alle primarie romane. Non c'è più il “populismo soft”: combattere il grillismo con argomenti un po' grillini - poltrone, stipendi - non ha portato fortuna al Sì e dopo il 4 dicembre il M5S resta nei sondaggi, come da diversi mesi, il primo partito. Non c'è più la strategia di occupazione di televisione e web, che sarà più difficile perseguire fuori da palazzo Chigi e che comunque – per quanto portata all'estremo – non ha funzionato.

Non c'è più infine l'argomento con cui Renzi ha sempre zittito ogni critica: “Vogliono solo riprendersi la poltrona”. Nella sua prossima battaglia, qualunque essa sarà, chi combatterà per riprendersi la poltrona sarà lui, Matteo Renzi. Ambizione legittima, ma dovrà riflettere ancora per riuscirci.

Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l'ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”.

Al di là degli aspetti più generali la battaglia per il No ha restituito a un pezzo di sinistra l'idea di una prospettiva; precisamente a quell'elettorato che il Pd com'è stato in questi tre anni non lo vota più, però non ha preso definitivamente altre strade. È gente che aveva votato Pd sempre, europee comprese, poi è rimasta prevalentemente a casa, nell'indifferenza più totale del gruppo dirigente. E domenica ha votato No, e “No convinto”. Si spiega anche così il fenomeno imprevisto di una partecipazione al voto a livelli da elezioni politiche. Anche in quelle “regioni rosse” dove il Sì ha riportato le uniche sofferte vittorie (e l'analisi provincia per provincia rivela un quadro molto più mosso di come può sembrare), la partecipazione è tornata ad essere la più alta d'Italia, come del resto era sempre stata: basta considerare la differenza tra il 37 per cento che partecipò alle regionali del 2014 in Emilia Romagna e il quasi 76 di domenica: oltre il doppio. E pur con tutto il gruppo dirigente locale schierato sul Sì la vittoria è stata di misura e limitata ad alcune province.

Oggi, di fronte alle dimensioni della sconfitta, è necessario riconoscere che se il Pd è ancora vivo lo deve alla lungimiranza di quella sua piccola parte che si è rifiutata di partecipare all'ordalia del “bastaunsì”, ha impedito che la vittoria del No fosse solo il trionfo di Grillo, Salvini e Berlusconi e ha presidiato la posizione di chi crede in un Pd diverso. Ancora una volta il referendum, come già le amministrative e le regionali, ha smentito le suggestioni alla “Partito della nazione”, dimostrando che i voti di destra non arrivano e non compensano quelli di sinistra che se ne vanno. Tra il paese e il Pd è successo qualcosa di grave in questi anni, e chi l'aveva visto si è preso del gufo rosicone e da ultimo del traditore. E invece aveva ragione.

Sarebbe un errore adesso pensare di risolvere tutto con una rapida resa dei conti congressuale. Anche al premier è probabilmente passata la voglia di chiedere un altro plebiscito. Ma soprattutto al partito non serve un'altra conta interna e autoreferenziale, bensì affrontare la sua difficoltà a capire la realtà e il suo isolamento nella società ricostruendo un campo credibile di centrosinistra. E d'altro canto, il Pd oggi non è in condizione di fare un congresso, anche se prima o poi dovrà farlo. Dopo tre anni di abbandono organizzativo e di totale asservimento alla comunicazione di palazzo Chigi non c'è più una base, non c'è un minimo di militanza, non c'è un pensiero condiviso a partire dal quale confrontarsi su diverse linee politiche. Dopo la stagione della rottamazione, il Pd ha bisogno di ricostruttori. Toccherebbe a Renzi, se avesse l'umiltà di mettersi a fare quello che (per sua stessa ammissione) non ha mai desiderato fare e non ha mai fatto, cioè il segretario del partito. Ma al punto in cui siamo è difficile. Anzi rischia di essere l'ostacolo più grande, sia che resti sia che se ne vada.

Referendum: ma siamo sicuri che sia la vittoria del Sì a garantire stabilità? (No)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Aveva destato qualche stupore il fatto che ultimamente Matteo Renzi avesse cominciato ad alludere agli scenari successivi a un'eventuale vittoria del No. È bastato attendere e il motivo è diventato chiaro: gli ultimi sondaggi consentiti prima del silenzio preelettorale rendono quella della bocciatura della riforma Boschi un'eventualità non ignorabile, ed è assai verosimile che il premier quei sondaggi li conoscesse da qualche giorno. Tuttavia la drammatizzazione dello scenario post vittoria del No, da parte di Renzi, è indubbiamente anche una tattica per recuperare il consenso che in queste ore sembra sfuggirgli. Evocare un quadro di instabilità può servire a parlare alla "maggioranza silenziosa", quella massa di indecisi poco politicizzati e poco interessati ad approfondire il merito della riforma che, pur non disposti ad arruolarsi in un plebiscito pro-Renzi potrebbero temere le incertezze di un eventuale e imminente post-Renzi.
Ma è proprio vero che la vittoria del No porterebbe instabilità? In realtà il semplice ragionamento politico porterebbe piuttosto a pensare l'esatto contrario. Se vince il Sì, infatti, quanto ancora può durare la legislatura? Quale diventerebbe immediatamente l'oggetto del discorso pubblico sui giornali, ma anche nelle cancellerie che guardano all'Italia se non lo scenario elettorale? Quanto potrebbe resistere Matteo Renzi d'altro canto alla tentazione di capitalizzare la vittoria? Quanto potrebbe sopravvivere un senato "dead man walking", già abolito nella sua conformazione attuale ma ancora lì a votare fiducie? Non è affatto detto che dopo una vittoria del Sì la Corte costituzionale blocchi l'Italicum: non sta scritto da nessuna parte che una legge sbagliata sia anche incostituzionale. Qualche correzione minima richiederebbe poco tempo e tutto sarebbe pronto per le elezioni tra pochi mesi. Ed ecco in agguato la sorpresa: perché non è affatto scontato che a una vittoria del Sì, magari riacciuffata d'un soffio ribaltando i sondaggi all'ultimo minuto, debba per forza seguire una vittoria del Pd alle elezioni politiche. E con il nuovo sistema, tutto incentrato sul principio che "il vincitore prende tutto", la "maggioranza silenziosa", in sintonia con quella americana, potrebbe finire col dare tutto il potere proprio alle forze antisistema. Altro che stabilità, la vittoria del Sì nelle condizioni date può portare a una rapida e netta vittoria del movimento Cinque stelle. Scenario legittimo, ma pieno di incognite.
E se vince il No? Una cosa è certa: nessuno della maggioranza attuale di governo chiederà a Renzi di dimettersi. E anche nel caso che lui decida di farlo, la maggioranza esisterà ancora. Potrebbe forse il partito di maggioranza relativa permettersi di dire no a una soluzione autorevole indicata dal presidente Mattarella? Con quale motivazione, non davanti a lui, ma davanti al paese, il Pd potrebbe rifiutarsi di governare? Non solo non è ipotizzabile che Renzi chieda al suo partito di fare questo, ma se pure lo facesse non sarebbe ipotizzabile che il Pd, dopo una sconfitta che sarebbe difficile non imputare a lui e alla sua gestione personalistica del governo e del partito, seguisse una tale insensata indicazione. Anche perché a quel punto ci sarebbe il dovere di fare una legge elettorale per il senato, e anche il giudizio della Corte sul'Italicum sarebbe probabilmente molto più severo (permanendo la seconda camera che dà la fiducia sarebbe molto più difficile giustificare in nome della governabilità meccanismi di distorsione del risultato come il premio di maggioranza o il ballottaggio). Questo, insieme alle emergenze economiche e della ricostruzione post terremoto, potrebbe essere il compito di un governo "del presidente" che difficilmente non arriverebbe alla scadenza del 2018. Sempre, ripeto, che Renzi non sia in condizione o non voglia assumersi lui questo compito. Quello che è certo è che questo paese avrà bisogno, dopo il 4 dicembre, di una decantazione. Dopo essersi così aspramente diviso sulla costituzione, dopo questi anni di turboriformismo dai risultati non sempre proficui, dopo le tensioni con l'Europa un po' di stabilità per l'Italia ci vuole proprio. E se fosse proprio la vittoria del No, paradossalmente, il modo per garantirla?

Manca qualcuno nell’improbabile campagna anticasta del Sì

Guardavo questo tweet, e qualcosa non mi tornava.

No, non è come pensate. Non è perché questo volantino, uno dei tanti di #bastaunsì contro la "casta", non si capisce se è un manifesto dei grillini per il No o un manifesto dei renziani per il Sì.

Non è per via di questo improbabile spirito antiestablishment che soffia da palazzo Chigi, non è per l'anticasta di chi fa campagna referendaria sulla costituzione con l'elicottero di stato, non è per il sovversivismo a braccetto con Boccia e Marchionne.

Non è nemmeno per quel senso di disgustosa volgarità che, al di là di ogni considerazione politica, questi argomenti (e ne ringrazio me stessa e chi mi ha trasmesso un po' di educazione e cultura) continuano a lasciarmi dentro.

Non è per alcune perle di grottesco, tipo averci messo, nella casta, non solo Civati ma perfino Giorgio La Malfa, uno che chi è - tra quelli che guardano il tweet - lo capiamo in tre. Non è per tutto questo che c'è in quell'immagine, no. È per quello che manca.

Insomma, pensateci. Non vi viene in mente qualcuno che in questo volantino ci starebbe benissimo? Ma sì, uno che "ha perso la poltrona e vuole solo riprendersela". Uno che "sa che per lui è l'ultima occasione", ma davvero. Uno che ci ha già provato a riformare la costituzione, e non ci è riuscito, e per questo adesso vuole fermare "il cambiamento". Uno della vecchia politica, quella che non ha mantenuto le sue promesse. Uno che l'Italia nella palude ce l'ha portata, numeri alla mano. Uno che ha fallito. Uno che ha perfino "votato la riforma", prima di cambiare idea. Uno che ha governato sul serio nel corso di questi trent'anni, mica Rodotà. Uno a cui quel "non glielo consentiremoooo!!!" che al premier piace urlare per prendere gli applausi nei comizi starebbe benissimo. Uno che porca miseria se a noi della nostra generazione "ci ha rubato il futuro". Più di Civati mi sa. Più di La Malfa, Giorgio.

Non fate che non avete indovinato dai. Ma sì che è lui, Silvio. Silvio Berlusconi, sì. Che nei manifesti dell'anticasta renziana non c'è mai. Che non viene mai attaccato nei comizi. Che non viene mai accusato di niente, dai rottamatori. Chissà perché. Già, chissà.

Agli amici renziani, sul day after del fuori! fuori!

Amici renziani:
1) il punto non è che quelli che gridavano "fuori! fuori" fossero pochi: ci mancherebbe solo che fossero tanti, vi pare?
2) il punto non è neanche che "nessuno vuol mandarci via": ci mancherebbe solo che voleste mandarci via, e il fatto che un capogruppo abbia appena dovuto dichiarare una cosa del genere dimostra il punto di follia a cui avete portato questo partito.
3) ieri abbiamo aspettato per tutto il giorno che qualcuno prendesse le distanze da quei cori, ripresi da decine di telecamere, e invece abbiamo dovuto aspettare che qualche editorialista importante vi bacchettasse e poi che Bersani vi smascherasse: allora si è scoperto che "erano pochi" e che "nessuno vuole mandarci via"; e grazie eh!
4) accade la stessa cosa ogni volta che qualcuno, ad esempio uno del partito di Verdini dichiara che vuole aiutare Renzi a farci fuori; ogni volta che un editorialista scrive che Renzi ammazzerà la sinistra; ogni volta che un retroscenista scrive che se Renzi vince sterminerà chiunque non si sia allineato al suo pensiero: e noi aspettiamo che qualcuno prenda le distanze, e non succede.
5) il punto, infine, è che tutto il discorso pubblico del nostro segretario (non solo quello di ieri, quelli che fa ogni giorno), perfino quando parla a una platea di partito, è costantemente volto ad aizzare l'uditorio contro una parte del partito: come se fosse convinto che insultando un pezzo di Pd, buttando via la storia del Pd, lui guadagna consensi. Per questo poi qualche cretino urla "fuori! fuori!", sapete? Per questo.