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Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l'ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”.

Al di là degli aspetti più generali la battaglia per il No ha restituito a un pezzo di sinistra l'idea di una prospettiva; precisamente a quell'elettorato che il Pd com'è stato in questi tre anni non lo vota più, però non ha preso definitivamente altre strade. È gente che aveva votato Pd sempre, europee comprese, poi è rimasta prevalentemente a casa, nell'indifferenza più totale del gruppo dirigente. E domenica ha votato No, e “No convinto”. Si spiega anche così il fenomeno imprevisto di una partecipazione al voto a livelli da elezioni politiche. Anche in quelle “regioni rosse” dove il Sì ha riportato le uniche sofferte vittorie (e l'analisi provincia per provincia rivela un quadro molto più mosso di come può sembrare), la partecipazione è tornata ad essere la più alta d'Italia, come del resto era sempre stata: basta considerare la differenza tra il 37 per cento che partecipò alle regionali del 2014 in Emilia Romagna e il quasi 76 di domenica: oltre il doppio. E pur con tutto il gruppo dirigente locale schierato sul Sì la vittoria è stata di misura e limitata ad alcune province.

Oggi, di fronte alle dimensioni della sconfitta, è necessario riconoscere che se il Pd è ancora vivo lo deve alla lungimiranza di quella sua piccola parte che si è rifiutata di partecipare all'ordalia del “bastaunsì”, ha impedito che la vittoria del No fosse solo il trionfo di Grillo, Salvini e Berlusconi e ha presidiato la posizione di chi crede in un Pd diverso. Ancora una volta il referendum, come già le amministrative e le regionali, ha smentito le suggestioni alla “Partito della nazione”, dimostrando che i voti di destra non arrivano e non compensano quelli di sinistra che se ne vanno. Tra il paese e il Pd è successo qualcosa di grave in questi anni, e chi l'aveva visto si è preso del gufo rosicone e da ultimo del traditore. E invece aveva ragione.

Sarebbe un errore adesso pensare di risolvere tutto con una rapida resa dei conti congressuale. Anche al premier è probabilmente passata la voglia di chiedere un altro plebiscito. Ma soprattutto al partito non serve un'altra conta interna e autoreferenziale, bensì affrontare la sua difficoltà a capire la realtà e il suo isolamento nella società ricostruendo un campo credibile di centrosinistra. E d'altro canto, il Pd oggi non è in condizione di fare un congresso, anche se prima o poi dovrà farlo. Dopo tre anni di abbandono organizzativo e di totale asservimento alla comunicazione di palazzo Chigi non c'è più una base, non c'è un minimo di militanza, non c'è un pensiero condiviso a partire dal quale confrontarsi su diverse linee politiche. Dopo la stagione della rottamazione, il Pd ha bisogno di ricostruttori. Toccherebbe a Renzi, se avesse l'umiltà di mettersi a fare quello che (per sua stessa ammissione) non ha mai desiderato fare e non ha mai fatto, cioè il segretario del partito. Ma al punto in cui siamo è difficile. Anzi rischia di essere l'ostacolo più grande, sia che resti sia che se ne vada.

Appunti per l’ora del cialtrone

La campagna referendaria è finita e stiamo entrando a grandi passi nell'ora del cialtrone. Dicesi ora del cialtrone quel tempo interminabile in cui la propaganda deve fermarsi, la gente sta votando, le voci impazzano e non c'è nessunissimo elemento serio sul quale fare un'analisi. Tuttavia le ore scorrono lentissime, i giornali escono, le dirette cominciano e qualcosa si deve pur dire. Quello è il momento in cui il cialtrone entra in campo: sondaggi riservati, compagni strafidati, soffiate altolocate, tutto fa brodo. Risposte risposte risposte, quando invece sarebbe il momento, ora che c'è un po' di pace, di porsi finalmente qualche sana domanda che possa servire poi a capire i dati veri. Il presente post è dunque un'iniziativa di servizio per chi deve pur passare le prossime ore al riparo almeno dalle cialtronate più grosse, e mantenersi lucido per quando arriveranno i dati. Quindi eccovi le mie, di cialtronate.

  • L'affluenza. L'opinione diffusa è che se sarà bassa è più probabile che vinca il No, perché il No sarebbe più motivato e militante; se sarà alta, in linea con le politiche, Renzi si salva grazie alla maggioranza silenziosa: è stata questa la chiave prevalente alla vigilia. Tuttavia bisognerebbe chiedersi qual è la vera "maggioranza silenziosa" oggi in Italia: al netto di chi voterà Sì o No dopo aver approfondito e studiato il merito della riforma (comunque una minoranza), la maggioranza più probabile è quella degli spaventati che temono l'instabilità minacciata dal governo e dall'establishment italiano ed europeo, oppure quella degli arrabbiati, insoddisfatti, a disagio? Sarà più maggioranza quella dei turbocostituzionalisti che vogliono un parlamento più agile snello  veloce e risparmioso o quella degli spaventati alla rovescia che pensano meglio tenercela com'è la costituzione, che metti mai arriva un Trump anche qui almeno un pochino lo argina? Insomma, se ci sarà un'onda di partecipazione imprevista (imprevista rispetto agli ultimi non esaltantissimi dati), è più facile che sia per il Sì o per il No? La risposta, quantomeno, non mi pare scontata.
  • Todo cambia. Ne abbiamo già parlato, qui. E altri hanno aggiunto riflessioni stimolanti, come questa. Non avremo mai la controprova, ma almeno da lunedì potremo giudicare se il voto che avrà vinto - Sì o No - sarà stato davvero un voto di cambiamento. Probabilmente anche a risultato acquisito ognuno resterà dell'idea che si è fatto rispetto a cosa sarà o sarebbe stato il vero cambiamento. Sarà sempre troppo tardi per una riflessione che si chieda se cambiare strada sia davvero sempre positivo e soprattutto dove, cambiando strada, questo paese voglia andare. Proprio quello che è mancato al dibattito su un tema che pure lo avrebbe meritato, come la riforma della costituzione. In ogni caso sarà tardi per rimediare.
  • Le correzioni di Renzi. L'ho già detto, una campagna partita all'insegna del "se voti No non cambia nulla" è finita col messaggio "per carità vota sì che sennò cambia tutto, arriveranno le cavallette eccetera eccetera". Una clamorosa inversione di rotta, una lampante contraddizione. Come quella di un premier impagnato a rilanciare il messaggio "ho sbagliato a personalizzare" occupando fisicamente tutti gli studi tv, in un perpetuo e costante "Matteorisponde". Ma c'è di più: Renzi non avrebbe forse potuto risparmiarsi la criticabile sceneggiata della finta scheda per eleggere i senatori all'ultima settimana? Certo, bastava non rispondere con un'alzata di spalle a chi, per mesi, gli ha chiesto di essere più chiaro sul punto; e ancora prima, sarebbe bastata un po' più di disponibilità nell'accogliere la richiesta di rendere elettivo il nuovo senato, invece di prendere per il collo la minoranza Pd con una formulazione stitica e ambigua. Risultato: all'elettività dei senatori non crede più nessuno, e proprio quando a Renzi servirebbe far credere che non è vero che non potremo più votare per il senato. Vale lo stesso per l'Italicum: se alla fine bisognava prendere l'impegno di cambiarlo, non valeva la pena fallo più credibilmente diversi mesi fa, e senza spaccare il Pd? Magari i risultati lunedì daranno ragione a Renzi. C'è però da chiedersi se tanta incertezza nella comunicazione non nasconda preoccupanti incertezze politiche, o cosa ancora più pericolosa una totale e quasi ostentata insincerità.
  • L'effetto Prodi. Mentre scrivo non posso sapere se l'endorsement del professore al Sì avrà più ricompattato sul No un po' di mondo berlusconiano o più mobilitato sul Sì il vecchio elettorato ulivista. Probabilmente anzi non lo sapremo mai. Quello che sarà interessante sarà studiare le conseguenze della scelta del prof sul Pd e sull'Ulivo, o quello che ne rimane. Dio sa se il partito guidato dai rottamatori non avrebbe bisogno di padri (e madri) nobili, ma sembra destinato a non averne. C'è da temere che comunque vada la decisione di Prodi di rendere pubblico il suo Sì non aiuti, nel post voto, a ricostruire una comunità politica, quella del Pd, che dopo il trauma dei 101 sembra destinata a non trovare rimedio alle sue divisioni. E non c'è dubbio che proprio quella ferita, dall'endorsement di Prodi, sia stata paradossalmente, proprio da lui, riaperta. Qualcuno ha (laicamente) bestemmiato che "avevano ragione i 101", qualcuno ha parlato di sindrome di Stoccolma; ma lo stesso professore ha accompagnato la sua dichiarazione di voto con riferimenti molto pesanti al ruolo di altri leader del passato e anche a come la vicenda referendaria è stata gestita dal leader attuale. Difficile, comunque finisca, che questa mossa collochi da domani Prodi nel ruolo di padre ricostruttore. Chissà se nel suo un po' misterioso e improvviso scatto per il Sì, questo l'aveva valutato.

Avrei naturamente molte altre cose da dire, ma le dirò quando si saprà chi ha vinto. Mica ci ho scritto Joe Condor. (cit. di cit.)

Basta un noi. Il mio voto democratico

Ultimo giorno. Io voto No, perché amo l'Italia e la nostra Costituzione. Se vince il No, dopo aver respinto la riforma di Berlusconi, avremo stabilito per sempre il principio che nessuno, nemmeno noi, può cambiare la Costituzione, che pure può essere riformata e resa più moderna, per un colpo di maggioranza. Questo non è successo e non può succedere in nessun paese democratico, questo è scritto solennemente nella Carta dei valori del nostro partito, e questo ci chiedeva Giuseppe Dossetti nel 1994, agli albori di questa Seconda Repubblica in cui la Costituzione ha rischiato più volte di essere sottoposta al volere del leader o del partito del momento, e sempre è stata invece tenuta al riparo, grazie a noi. Grazie ai Democratici. Per questo è così importante, e sarà importante comunque per il nostro futuro, che esistano i Democratici per il No, e per questo sono orgogliosa e felice di farne parte. Buona fortuna a noi tutti, e all'Italia.

Manca qualcuno nell’improbabile campagna anticasta del Sì

Guardavo questo tweet, e qualcosa non mi tornava.

No, non è come pensate. Non è perché questo volantino, uno dei tanti di #bastaunsì contro la "casta", non si capisce se è un manifesto dei grillini per il No o un manifesto dei renziani per il Sì.

Non è per via di questo improbabile spirito antiestablishment che soffia da palazzo Chigi, non è per l'anticasta di chi fa campagna referendaria sulla costituzione con l'elicottero di stato, non è per il sovversivismo a braccetto con Boccia e Marchionne.

Non è nemmeno per quel senso di disgustosa volgarità che, al di là di ogni considerazione politica, questi argomenti (e ne ringrazio me stessa e chi mi ha trasmesso un po' di educazione e cultura) continuano a lasciarmi dentro.

Non è per alcune perle di grottesco, tipo averci messo, nella casta, non solo Civati ma perfino Giorgio La Malfa, uno che chi è - tra quelli che guardano il tweet - lo capiamo in tre. Non è per tutto questo che c'è in quell'immagine, no. È per quello che manca.

Insomma, pensateci. Non vi viene in mente qualcuno che in questo volantino ci starebbe benissimo? Ma sì, uno che "ha perso la poltrona e vuole solo riprendersela". Uno che "sa che per lui è l'ultima occasione", ma davvero. Uno che ci ha già provato a riformare la costituzione, e non ci è riuscito, e per questo adesso vuole fermare "il cambiamento". Uno della vecchia politica, quella che non ha mantenuto le sue promesse. Uno che l'Italia nella palude ce l'ha portata, numeri alla mano. Uno che ha fallito. Uno che ha perfino "votato la riforma", prima di cambiare idea. Uno che ha governato sul serio nel corso di questi trent'anni, mica Rodotà. Uno a cui quel "non glielo consentiremoooo!!!" che al premier piace urlare per prendere gli applausi nei comizi starebbe benissimo. Uno che porca miseria se a noi della nostra generazione "ci ha rubato il futuro". Più di Civati mi sa. Più di La Malfa, Giorgio.

Non fate che non avete indovinato dai. Ma sì che è lui, Silvio. Silvio Berlusconi, sì. Che nei manifesti dell'anticasta renziana non c'è mai. Che non viene mai attaccato nei comizi. Che non viene mai accusato di niente, dai rottamatori. Chissà perché. Già, chissà.

Aggiornamento sulla lettera di Renzi agli italiani all’estero

Metto in ordine le cose che ho capito nella giornata di ieri, che in parte avevo già aggiunto come aggiornamento nel post precedente.

  • la questione della privacy non c'entra. In campagna elettorale i dati degli elettori sono a disposizione delle parti politiche in causa (quindi in questo caso del comitato del Sì e del comitato del No) che possono richiederli al ministero dell'interno e utilizzarli per spedire materiale elettorale. All'estero come in Italia.
  • c'è però un piccolo problema: a quanto pare il No quei dati li ha chiesti e non li ha avuti. Lo scrive oggi Il Fatto quotidiano, raccontando che Giuseppe Gargani - non esattamente un uomo inesperto di come ci si muove in un ministero - li ha chiesti e se li è sentiti negare proprio per ragioni (inesistenti) di privacy. Sarebbe molto grave. Vediamo sul punto come si evolve la giornata, in ogni caso il Sì ha come minimo avuto un vantaggio temporale indebito.
  • alle obiezioni di natura istituzionale sulla "lettera del presidente del consiglio" di cui aveva parlato il ministro Boschi, il Pd ha risposto che la lettera è stata mandata dal partito e a spese del partito e che quello della Boschi è stato un "lapsus". Comprensibile, per carità. Tuttavia la lettera non contiene simboli del Pd ed è firmata "Basta un sì", cioè si presenta come una lettera del comitato del Sì. Ma nel comitato Matteo Renzi non ha alcun ruolo e come comitato non ha alcun titolo a parlare. Ovvio che in un volantino ognuno mette i contenuti che vuole, ma mi pare che qui sorga una domanda: quali sono i reali rapporti tra comitato del Sì, governo e Pd? In questo nodo potrebbe annidarsi qualche rischio di impar condicio tra i due comitati. Del resto è risaputo che il comitato è frequentato da parecchia gente di casa a palazzo Chigi, se non altro per ragioni di lavoro.
  • con molta prudenza, va detto inoltre che suscita interrogativi, se non è un altro lapsus, l'affermazione del ministro Boschi secondo cui la lettera di Renzi arriverà "contemporaneamente" alla scheda elettorale. Com'è possibile? Il comitato del Sì per caso sa quando ogni singolo consolato spedisce le schede? Qualcuno lo informa? Mica esisterà un meccanismo per cui la lettera di Renzi e la scheda elettorale vengono spedite insieme? Spero che qualche parlamentare chieda chiarimenti su questo.
  • poi c' un punto politico. Quando Silvio Berlusconi, nell'indignazione e nello scherno dell'Ulivo, spedì a tutti gli italiani il libretto Una storia italiana, zeppo di sue foto come la lettera di Renzi agli italiani all'estero, lo fece in una campagna elettorale nella quale era candidato a presidente del consiglio. Promuoveva se stesso perché era lui l'oggetto della contesa elettorale. Matteo Renzi continua a mescolare la costituzione con i successi del governo e il suo ruolo di partito. Più dice che era stato un errore personalizzare e più personalizza. Non mostra di avere alcuna coscienza del fatto che la costituzione un domani, se vince il Sì, dovrà essere la costituzione di tutti, rendendo quello della vittoria del Sì uno scenario, con queste premesse, piuttosto inquietante.
  • a conferma di questo, le incredibili risposte di alcuni parlamentari del Pd alle domande della minoranza. "Anche Bersani aveva scritto agli italiani all'estero", hanno detto col tono di chi ti ha proprio preso in castagna. E ci mancherebbe: era il 2013, era il segretario del Pd, era candidato premier. Da dove viene questa inaudita incapacità non dico di rispondere a una critica con serenità, ma almeno di cogliere il punto della critica?

Qualche domanda sulla lettera di Renzi agli italiani all’estero

Riepilogando:

  • alle 17 e 07 di ieri un'agenzia riferisce che il ministro Boschi, incontrando i comitati Basta un sì all'estero, ha annunciato l'imminente arrivo ai 4 milioni di nostri connazionali con diritto di voto fuori dall'Italia, "contemporaneamente alla scheda elettorale. Ma non insieme fisicamente, precisiamolo. Altrimenti scatta subito la polemica" di una lettera del presidente del consiglio agli italiani all'estero.
  • immediate le proteste degli esponenti del No. Gaetano Quaglieriello, sottolineando che il ministro ha alluso alla lettera durante un'iniziativa dei comitati del Sì e non ne ha parlato come di un testo dai contenuti istituzionali, si appella al ministro Gentiloni perché intervenga per ripristinare la parità di condizioni in campagna elettorale.
  • all'ora di cena le agenzie riportano la sintesi di alcuni passaggi della lettera, spiegando che essa contiene le istruzioni su come votare ma anche le considerazioni del premier sul fatto che (cito Agi) "l'Italia goda di un grande rispetto internazionale anche per la stabilità che ha raggiunto" finendo poi per illustrare (sempre Agi) "le ragioni per cui votare Sì".
  • Enrico Mentana durante il tg di La7 stigmatizza duramente l'iniziativa dicendo che così si falsa il referendum.
  • alle 22 l'ufficio stampa del Pd parla di "polemiche strumentali, pretestuose e del tutto infondate" in quanto "la lettera del segretario Matteo Renzi agli italiani all'estero è un'iniziativa elettorale del Pd, sostenuta interamente dal punto di vista economico dal partito stesso".

Mi chiedo:

  • se questa versione dei fatti possa essere ritenuta accettabile.
  • se il Pd possieda e disponga di 4 milioni di indirizzi di italiani all'estero.
  • se tale indirizzario sia pubblico e a disposizione di chiunque intenda "sostenere economicamente" l'invio di materiale elettorale.
  • se la lettera si presenta come comunicazione istituzionale o come propaganda elettorale.

Post scriptum: riporto qui quanto risponde a domanda il mio amico Walter, dal Brasile. "Gli unici che hanno i nostri indirizzi sono i consolati attraverso l'AIRE (associazione italiana residenti all'estero) quindi l'unica maniera di sapere dove abito è usando i servizi dello stato italiano... Quindi non potrà mai essere una iniziativa de PD perché il PD non ha il mio indirizzo... E se mi manda una lettera lo denuncio per violazione della privacy visto che non c'è scritto da nessuna parte che iscrivendomi all'AIRE avrei ricevuto propaganda politica".

Post post scriptum: la faccenda non viene ritenuta rilevante praticamente da nessun giornale italiano, a parte il Fatto quotidiano.

Aggiornamento: qualcuno mi ha risposto in privato che gli indirizzi sono a disposizione del comitato del Sì e del No (che non esiste però, mi pare, come soggetto istituzionale). Mi spiace, ma non è una risposta accettabile. Se la lettera è del comitato del Sì, perché la firma Matteo Renzi? Lui non ne fa parte. Se a scrivere è Matteo Renzi, la lettera è del governo o è del Pd. Non si scappa. (Mi chiedo poi come faccia il comitato del Sì a sapere quando il governo spedisce le schede elettorali, in modo che la lettera e la scheda arrivino "contemporaneamente", come dice il ministro Boschi. Prodigioso, no?)

Il romanzo del proporzionale

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, Il Centro, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Alto Adige, Il Trentino, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia, La Città di Salerno e altri).

Come nei romanzi, e a dire il vero come nella vita, anche in politica il passato torna sempre; soprattutto se non ci fai i conti. E c'è davvero qualcosa di romanzesco, o di psicanalitico, nell'improvvisa fiammata che ha riportato sulla scena il sistema proporzionale.

Paradosso delizioso, è stato proprio il Movimento 5 stelle a innescare la miccia: sganciandosi dalla trappola tra coerenza e convenienza, nel dilemma se opporsi o fare buon viso a una legge – l'Italicum – che, voluta dai loro avversari e da loro violentemente contrastata, ora sembra doverli accompagnare alla vittoria, i grillini hanno rilanciato portando all'estremo la parola d'ordine dell'uno vale uno, dello scettro ai cittadini; noi siamo per proporzionale e preferenze, hanno detto.

Come per un riflesso condizionato, dal Pd è scattata l'accusa sanguinosa: allora volete tornare alla prima repubblica! E pensare che la proposta pentastellata in realtà, prevedendo collegi piccoli e nessun riparto nazionale, somiglia, più che al sistema in vigore in Italia fino agli anni 90, a quel sistema spagnolo che tanti consensi ha avuto proprio tra i Democratici, e in particolare nell'area del Pd che oggi più difende l'Italicum. Sistema, quello spagnolo, sul quale pure molto si poteva dire e criticare, visto lo stallo che due successive elezioni in pochi mesi non sono riuscite a sbloccare in quel paese. E invece no: sulla prima repubblica si è affannato a dichiarare il Pd. Favorendo su giornali e social network l'uscita allo scoperto di qualche voce – non solo del passato – che tutto sommato, e soprattutto nel confronto col presente, una lancia per i vecchi tempi è disposta a spezzarla.

La verità è che la proporzionale, come in un romanzo o come nella vita appunto, mette tutti di fronte alle loro contraddizioni. Innanzitutto i 5 Stelle, certamente: perché con un sistema non maggioritario e senza premi i partiti, anche i partiti che arrivano primi alle elezioni, sono costretti a dialogare in parlamento, a cercare maggioranze, a fare alleanze. Ma anche l'alzata di scudi del Pd è contraddittoria, e non solo perché l'anima proporzionalista nel Pd è forte, sia nell'area di ascendenza Dc che in quella post comunista, ma perché il rapporto col passato, in questo partito quasi totalmente renzizzato al vertice ma molto inquieto nella base, è un tasto delicato. Terracini e Dossetti, Togliatti e Calamandrei sono stati tirati per tutte le giacche possibili per motivare la modifica del bicameralismo che sarà oggetto del referendum costituzionale. E d'altro canto Renzi per sostenere le ragioni del Sì, ripete spesso che “prima di lui” si cambiava governo quasi ogni anno; e spesso gli viene risposto non a torto che negli ultimi vent'anni la stabilità dei governi è stata grande (uno peraltro l'ha fatto cadere lui), mentre negli anni del pentapartito la caduta di un governo era frequente ma in fondo non così destabilizzante.

Ma forse la verità è che la proporzionale non mette tanto in discussione il giudizio sulla prima repubblica, ma sulla seconda; e può darsi che anche su questo – come in altri casi – il Movimento 5 Stelle intuisca qualcosa che poi non necessariamente sarà capace di tematizzare. Non sarebbe invece ora di chiedersi che cosa ha prodotto il mito dell'uomo solo al comando? Del maggioritario esasperato, degli slogan secondo cui si deve sapere la sera stessa delle elezioni, ma che dico un minuto dopo la chiusura delle urne, chi ha vinto, chi è il capo? Questa retorica (appunto) anni 90 ha reso la politica più efficiente? Le decisioni più veloci? I politici più stimati? Ha davvero semplificato il sistema? Lo ha rinnovato? Ha contrastato mali antichi come il trasformismo o la corruzione? Di più: questa retorica anni 90 (ripeto) è ancora, oggi, il nuovo? È l'orizzonte verso cui va la politica, negli altri paesi europei e nel mondo? Qui non si tratta, intendiamoci, di sognare di ripristinare un passato remoto peraltro spesso mitizzato. Era un altro mondo, un'altra storia, oltre che altri leader, altri partiti, altri parlamenti. E tuttavia sarebbe utile, penso, alla politica italiana, guardarsi indietro con un po' più di calma e senza i vizi della propaganda, distinguere tra passato e passato, tra errori e passi avanti. Come nei romanzi, e come nella vita, è quello che si fa per diventare adulti.

 

Dei rapporti di forza, ovvero del fare politica

Post cerca-guai. Vorrei parlare in generale, se ci riesco. Anche se non nascondo che lo spunto mi è venuto da diversi commenti al mio post di ieri e in generale all'atteggiamento della minoranza Pd, non solo a proposito del referendum di ottobre. Dicono dunque, in tanti: smettetela di porre condizioni a Renzi, non capite che Renzi non le accetterà? E così via: non vedete che il Pd è già il partito della nazione? Non vi rendete conto che Verdini è già in maggioranza? Queste condizioni che ponete, voi oppositori di Renzi nel Pd, sono ipocrite e fasulle. Perdete sempre. Dovreste invece fare un discorso chiaro: sì o no. Continua a leggere

Ai compagni della mozione “Bersani incomprensibile”

Post cosmico: ai compagni della mozione "Bersani incomprensibile" ricordo che Bersani ha risposto a una domanda, e ha risposto ribadendo quella che è la linea di tutta la minoranza Pd, già espressa da tutti i suoi esponenti oltre che da lui stesso: votare sì al referendum costituzionale a determinate condizioni (innanzitutto ovviamente il rispetto dell'accordo nel Pd sull'elettività dei senatori) e a patto che non diventi un plebiscito su Renzi. Del resto la minoranza Pd in parlamento questa riforma l'ha votata: può non piacere ma è così. A chi dice "ma lo è già", un referendum su Renzi: a ottobre manca molto tempo, vedremo. Può darsi che la minoranza Pd prenda atto che la sua posizione e gli accordi con Renzi non vengono rispettati e cambi idea, oppure può darsi di no. Io non lo so. Adesso comunque conta il parere dei cittadini, non quello dei parlamentari. Quello che so è che se vi aspettate che Bersani annunci un cambio di linea politica facendo il figo da solo davanti a un microfono a margine della presentazione di un libro sulla musica popolare, vuol dire che proprio non conoscete Bersani.

Post scriptum: a questo proposito, di cosa è una notizia e cosa no, proprio ieri avevo avuto un amichevole scambio di idee con Gaia Tortora del Tg di La7, che (il tg) aveva appena detto che la minoranza Pd avrebbe votato no, e quindi se Renzi troverà al suo fianco nel comitato del Sì il solito Verdini, Speranza e gli altri staranno con Brunetta. Un bell'esempio di cosa vuol dire essere cornuti e mazziati, non c'è che dire.

Post-post scriptum: qui c'è l'intervista di Giovanni Floris a Bersani che mi pare aiuti a capire il senso del "cosmico". Segnalo inoltre un bel post di Peppino Caldarola.

Il renzismo è nudo. Il referendum del #ciaone

Verrà ricordato come il referendum del #ciaone, c'è poco da fare. Vedremo col tempo chi, il 17 aprile 2016, ha detto #ciaone a chi. Intanto, questo è il dibattito pubblico in Italia, e questa è la politica. L'hanno già scritto in tanti, quei sedici milioni che nonostante gli inviti (eufemismo) a non votare da parte di tutto il potere costituito, politico ed economico, e il silenzio quasi tombale dei media (altro che "siamo più forti dei talk show", segretario!) sono molto pochi per fare il quorum ma sono molti se configurano un blocco attivo contro un Pd renziano che ai tempi del suo massimo splendore, quelli del famoso 40 per cento delle europee, ne raccolse 11 milioni e 200 mila, e che dopo quel risultato ha perseguito tenacemente un isolamento arrogante, distruggendo intorno a sé ogni parvenza di coalizione e tutti i fili che lo legavano agli altri corpi intermedi, al civismo, alle forme di partecipazione più o meno organizzata. Fino al delirio di insultare irridendo, a urne aperte per un referendum promosso da amministratori del Pd, una consistente fetta del proprio elettorato "colpevole" di autonomia di pensiero e partecipazione. #ciaone, appunto. Continua a leggere