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“Il bambino promesso”, romanzo di un’adozione in Kenya

Io avrei avuto paurissima anche solo di quegli insetti misteriosi che arrivano a sciami e volano in verticale contro tutte le leggi dell'aerodinamica. Non parliamo di una locusta sul comodino, o delle formiche killer, o di una macchina in panne in mezzo agli elefanti. Altro? Ok, vigilantes corrotti, meccanici imbroglioni, autisti che ti buttano giù dal pullman senza fermarsi, allarmi tsunami, attentati, avvocati, echi di guerre tribali. Otto mesi in Kenya ci vuole un coraggio da pazzi, per quanto mi riguarda. Figuriamoci andarci con un figlio piccolo, profeticamente chiamato Leone, e andarci per diventare genitori di un altro bambino. E ci sono stati anche benone, loro, invece.

Quando Massimo mi disse che lui e Barbara lo avrebbero fatto ho pensato che questa regola del Kenya - questa regola per cui i sei mesi, o un po' di più, che passano tra il momento in cui ti dicono chi sarà tuo figlio e quello in cui puoi portarlo a casa con te li puoi passare col bambino, ma devi farlo lì, nel suo paese - fosse una regola geniale. Non alla portata di qualunque famiglia, ma geniale. Ho pensato che avrebbero conosciuto il suo mondo, il suo cibo, i suoi colori. Che avrebbero potuto un giorno accompagnarlo meglio nel comprendere da dove veniva. Ho immaginato la Barbara che imparava ad avvolgersi un pezzo di stoffa per portare il bambino sulla schiena, come le mamme kenyane, e Leone che imparava a disegnare giraffe e zebre accanto ai suoi draghi, e ho immaginato naturalmente che Massimo ne avrebbe fatto un libro.

Il libro ora c'è, e si intitola "Il bambino promesso". Racconta questa storia come se fosse un romanzo ma non è un romanzo. O forse sì, non saprei mica dirlo, comunque è una storia vera. È l'incontro affascinante con una natura meravigliosa, ovviamente. È l'incontro crudo e senza sconti con una realtà dura, selvaggia, insolente. È una storia di mamme che abbandonano i figli. Di vecchie che strappano quasi il bimbo nero dalle braccia della donna bianca. Di adozioni più difficili di altre, di bambini più misteriosi o più disperati. Di inganni, e tantissimo di fortuna. È un interrogarsi ansioso e cieco su cosa sarebbe stato di quel bambino se. Cosa sarà di tutti gli altri bambini se non. È chiedersi quanto senso abbia salvarne uno. E quanto senso abbia tutto il resto.

È un mondo, quello descritto da Massimo, dove nessuno sembra completamente buono - e dove però nessuno è giudicato. Ci sono eroi che salvano bambini dalla strada a centinaia, ma ti resta il dubbio che siano anche degli imbroglioni. Aprire un orfanotrofio in fondo è un modo di campare, in un mondo come quello: a Nairobi. E comunque nessuno sembra possa diventare davvero un eroe in quell'inferno. C'è un addentrarsi sempre di più in quel mondo, un calarsi dentro una vita con un ritmo diverso, c'è la scoperta, passando pomeriggi interminabili dentro un'officina, che "il tempo per loro è un amico, e non hanno nessuna voglia di ingannarlo o di ammazzarlo. Così, più tempo possono avere a disposizione e più sono contenti: se, dovendo fare una visita, preghi un kikuyu di badare al tuo cavallo spera solo, glielo leggi in faccia, che la visita sia lunga. E una volta accettato l'incarico non tenta di passare il tempo, ma se ne rimane lì seduto, e vive". Questa era Karen Blixen, ed è Barbara a prendere il libro e a sfogliarlo trovando il paragrafo giusto, sul tavolo di cucina.

Barbara è sempre adeguata a tutto, Barbara trova le parole, Barbara è immensa. Lo è soprattutto nella cosa più importante - che naturalmente è diventare la mamma di Tommy. Lei dopo pochissimo "non ci pensa più", Massimo invece deve pensarci, e molto. Non so se sia perché è lui a raccontarla, questa cosa di diventare il babbo di Tommy (rimanendo il babbo di Leone), che è così più complicata, per lui. Ma poi, quando succede, è meraviglioso.

Scrivo questo post in evidente conflitto di interessi. Mi legano a Massimo una montagna di cose: la città e l'anno di nascita, l'amicizia sempiterna dei nostri genitori, due fratelli anche loro nati nello stesso anno, il cuore affacciato sullo stesso pontile e sullo stesso specchio di acqua salata e gli stessi tramonti, la stessa Aurelia all'insù e all'ingiù, Claudio Baglioni, e un chirurgo che toglie la miopia col laser. Che anche quest'ultima cosa l'abbiamo in comune mi sono ricordata perché è stato proprio lui, il laserchirurgo, a svelarci lo stesso segreto per come fare a sapere quando la ferita si sarebbe perfettamente chiusa: "Quando comincerai a non pensarci più".

Massimo Bavastro, Il bambino promesso, Nutrimenti (euro 19.00)

 

Sono andata a letto presto

Spero di non essere l'unica che se n'è accorta: questo blogghetto è fermo da un po'. Come diceva quello, in tutto questo tempo sono andata a letto presto. E mi sono anche svegliata presto, se è per questo. Insomma avevo un po' di cose da fare, e il risultato lo trovate (anche) qui. Adesso ho un nuovo posto dove scrivere, vedete a volte a che serve farsi un blog e continuare a scrivere sempre quello che pensi, meglio che puoi.

Ci vediamo presto, anche qui.

Basta un noi. Il mio voto democratico

Ultimo giorno. Io voto No, perché amo l'Italia e la nostra Costituzione. Se vince il No, dopo aver respinto la riforma di Berlusconi, avremo stabilito per sempre il principio che nessuno, nemmeno noi, può cambiare la Costituzione, che pure può essere riformata e resa più moderna, per un colpo di maggioranza. Questo non è successo e non può succedere in nessun paese democratico, questo è scritto solennemente nella Carta dei valori del nostro partito, e questo ci chiedeva Giuseppe Dossetti nel 1994, agli albori di questa Seconda Repubblica in cui la Costituzione ha rischiato più volte di essere sottoposta al volere del leader o del partito del momento, e sempre è stata invece tenuta al riparo, grazie a noi. Grazie ai Democratici. Per questo è così importante, e sarà importante comunque per il nostro futuro, che esistano i Democratici per il No, e per questo sono orgogliosa e felice di farne parte. Buona fortuna a noi tutti, e all'Italia.

Agli amici renziani, sul day after del fuori! fuori!

Amici renziani:
1) il punto non è che quelli che gridavano "fuori! fuori" fossero pochi: ci mancherebbe solo che fossero tanti, vi pare?
2) il punto non è neanche che "nessuno vuol mandarci via": ci mancherebbe solo che voleste mandarci via, e il fatto che un capogruppo abbia appena dovuto dichiarare una cosa del genere dimostra il punto di follia a cui avete portato questo partito.
3) ieri abbiamo aspettato per tutto il giorno che qualcuno prendesse le distanze da quei cori, ripresi da decine di telecamere, e invece abbiamo dovuto aspettare che qualche editorialista importante vi bacchettasse e poi che Bersani vi smascherasse: allora si è scoperto che "erano pochi" e che "nessuno vuole mandarci via"; e grazie eh!
4) accade la stessa cosa ogni volta che qualcuno, ad esempio uno del partito di Verdini dichiara che vuole aiutare Renzi a farci fuori; ogni volta che un editorialista scrive che Renzi ammazzerà la sinistra; ogni volta che un retroscenista scrive che se Renzi vince sterminerà chiunque non si sia allineato al suo pensiero: e noi aspettiamo che qualcuno prenda le distanze, e non succede.
5) il punto, infine, è che tutto il discorso pubblico del nostro segretario (non solo quello di ieri, quelli che fa ogni giorno), perfino quando parla a una platea di partito, è costantemente volto ad aizzare l'uditorio contro una parte del partito: come se fosse convinto che insultando un pezzo di Pd, buttando via la storia del Pd, lui guadagna consensi. Per questo poi qualche cretino urla "fuori! fuori!", sapete? Per questo.

Italicum: se questo è un accordo

Leggo che Gianni Cuperlo dice di aver scritto lui il documento della commissione per la modifica dell'Italicum. Non mi stupisce. Credo che a Gianni la maggioranza del Pd avrebbe concesso qualsiasi cosa, purché appunto si trattasse solo di un documento informale e soprattutto purché lui lo firmasse, spaccando la minoranza e alzando la palla per la schiacciata di Renzi alla vigilia dell'ordalia di fine Leopolda (a proposito, leggo che Matteo oggi intende "togliersi qualche sassolino": la notizia è che ne abbia ancora).

Non capisco cosa ci sia, in questo documento, di diverso dai generici impegni enunciati da Renzi nell'ultima direzione, impegni che tutti noi che ci riconosciamo nella minoranza Pd avevamo giudicato generici e insufficienti. A nome di tutti noi, che condividevamo quel giudizio, Gianni era entrato in quel gruppo di lavoro: peccato che poi abbia deciso di fare da solo, come il giorno che se n'è andato a Piazza del Popolo all'ultimo momento, dopo averci detto che restava a casa come noi.

La preoccupazione di Cuperlo di non dividere il Pd io la capisco e l'ho nel cuore. Peccato che oggi il Pd sia più diviso e incattivito che mai, e tra un paio d'ore ne avremo la conferma. Perché a questo serviva quel documento, a dividere ancora. Il resto, come sarebbe successo comunque, si vedrà dopo il 4 dicembre.

Renzi – De Mita: perché il vecchio ha battuto il nuovo

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Non so se davvero il presidente del consiglio possa “scegliere” i suoi interlocutori in tv; di certo nessun giornalista, al posto di Mentana, si sarebbe lasciato sfuggire un confronto inedito e ricco di suggestioni come quello tra Matteo Renzi e Ciriaco De Mita, nonostante le lagnanze preventive di molti sostenitori del No: come avrebbe potuto resistere il campione del “vecchio” contro il giovane eroe delle riforme? Eppure gran parte degli spettatori di La7 hanno avuto l’impressione opposta: un De Mita sorprendentemente efficace, un Renzi mai così in difficoltà. Perché?

C’è di sicuro un primo motivo, di comunicazione e se si vuole più banale: De Mita partiva battuto solo agli occhi di chi guarda le cose da dentro il “frame” della narrazione renziana. De Mita, che è un politico esperto di dialettica e un quasi novantenne molto lucido, doveva solo rompere lo schema per entrare in partita e giocarsela; e c’è riuscito perché il frame è logoro. Renzi non è più il rampante sindaco di Firenze, ad apparire “nuovo” dopo tre anni a palazzo Chigi e con qualche peccatuccio di linearità politica sulle spalle fa fatica. Ma credo che ci sia un altro motivo, politico, se De Mita è apparso tanto competitivo. E in quel motivo sta un errore di valutazione del premier in carica.

Renzi non avrebbe dovuto mettersi contro De Mita perché De Mita è democristiano. Sul piano simbolico, non biografico, è la Dc. In questi vent’anni, bisogna riconoscerlo, in troppi hanno costruito l’Ulivo e il Pd col problema degli “altri”: i democristiani, i comunisti. L’ascesa di Matteo Renzi si spiega anche così: con il complesso dei comunisti, sempre alla ricerca della sintonia con un “popolo” e una “piazza” (ne abbiamo avuto esempi recenti), sempre a doversi dimostrare all’altezza del governo e fedeli alla linea; e con la frustrazione dei democristiani, sempre timorosi di soccombere all’egemonia e alla forza organizzativa altrui. Il giovane sindaco di Firenze, “post” tutto ma riconoscibile nelle sue origini, ha galleggiato abilmente e con spregiudicatezza su queste psicologie, coltivando rancori e ammiccando a timori, rottamando con cinica strategia, regalando scelte simboliche agli uni e potere sostanziale agli altri. Poi però ha sfidato De Mita.

Il vecchio Ciriaco non è un dc emiliano o toscano col problema di competere o confondersi coi comunisti: è un uomo privo di complessi culturali (“Io ho fatto i conti col marxismo, è il marxismo che non ha fatto i conti con me”) e dotato di una fiducia senza limiti nella politica e in sé stesso. Affrontando lui, Renzi ha incrociato una vera questione politica che ha attraversato la storia dell’Ulivo (e che ha anche provocato l’abbandono del Pd da parte di De Mita, la sua polemica con Veltroni al di là della questione ricandidatura): quella che ha diviso i fautori dell’unione tra identità culturali “forti” – i partiti, ma solo come strumento – dai sostenitori di un nuovo inizio – l’ulivismo, appunto – sostenitori di una rottura formale che rispecchiasse una discontinuità di riferimenti. Nella “narrazione” pubblica questa seconda scelta è stata quasi sempre quella vincente, perché più comunicabile e popolare: ma stavolta no. Perché?

Perché De Mita e Renzi si sono incontrati nel momento in cui la narrazione “nuovista” è arrivata al limite estremo della sua estenuazione e degenerazione: quello in cui si vedono i frutti contraddittori della rottamazione. Il renzismo è oggi disarmato, perché la rottamazione si rivela un tradimento dell’ulivismo, divide e distrugge invece di unire e costruire. E il partito di Renzi, avendo liquidato il passato come una vicenda di indifferenziati fallimenti (è più importante il futuro no?) è diventato la prateria di ogni incursione, avventura e trasformismo. Un partito che non riesce a rivendicare rispetto, perché non è rispettoso di sé.

Qui De Mita ha vinto il confronto (il che non significa che vincerà il No, solo che una serata televisiva è andata così), perché gli si è aperto lo spazio per giocare la sua partita. Ha potuto rivendicare, da politico di professione, la dignità della politica come vocazione, ha liquidato il nuovismo con una frase magnifica (“Se la politica è mestiere dura pochi anni, se è pensiero dura tutta la vita”). Renzi non ha trovato il registro adeguato per ribattere, si è scomposto, è apparso pieno di argomenti già sentiti: “vecchio”. È andata così, e il merito non c’entra niente: tutta la prima parte del confronto, sui poteri del nuovo senato, è stata inutile e noiosissima. Resta in chi ha visto e osserva la politica il dubbio o la certezza che il vero Ulivo fosse questo, il motivo per cui  un certo punto ha perso o ha voluto perdere per strada un De Mita: identità forti per costruirne una più forte. Un incontro vero, senza complessi, rimozioni, tribù. Chissà se è ancora in tempo.

 

De Mita e il frame

Stasera tifo De Mita, e sono anche un po' emozionata. Il motivo sono le cose che avevo scritto qui, e anche altre che so e che non scrivo: un po' perché è roba solo mia, un po' perché non si danno vantaggi all'avversario.

Una cosa però la voglio dire, a quelli che si rammaricano o gioiscono che Renzi si sia "scelto" l'avversario perché, si sa, De Mita è "vecchio". Voglio dirvi che questa reazione - che vi piaccia o no - è tutta dentro il frame renziano. Il che non significa che sia sbagliata eh, anzi oggettivamente è giusta: un premio GAC, direbbe Zoro. E però può darsi che qualcuno di quel frame si sia stufato, che non lo ritenga adeguato a interpretare la realtà o a decidere sulla costituzione. La scommessa è quella. Converrebbe temere quello, o su quello investire, a seconda dei gusti.

Io penso che De Mita lo farà. E che non sia affatto scontato chi dei due parlerà di più ai giovani, o agli italiani. Ah: De Mita non è un freddo professore mai entrato in uno studio TV e che non ha mai fatto una battaglia politica o una campagna elettorale. E almeno stasera Matteo Renzi non potrà citare Ruffilli a sproposito. In bocca al lupo presidente.

Intanto che vi trastullate con gli stipendi e gli scontrini

In bocca al lupo per questi prossimi due giorni di alto dibattito su: assenze, scontrini, io prendo qui, io taglio là, gnegnegne, dimezzati questo, raddoppiati l'altro e insomma tutta la bella sbornia demagogica alla quale cercherò di non partecipare.
Ribadisco fin d'ora che io sono per parlamentari bravi, competenti, rappresentativi, non ricattabili e ben pagati e per una democrazia libera e pluralista, dove la libertà e il pluralismo siano garantiti anche da uno stato che si assume la sua responsabilità di erogare soldi e controllare come si spendono.
Vi faccio presente infine che intanto che conteggiate quanto risparmieremmo tagliando le diarie o registrando le presenze o facendo timbrare il cartellino ai deputati (che figata, dai, facciamolo!) e vi trastullate con queste ed altre armi di distrazione di massa, abbiamo ricevuto una letterina dall'Europa che dice non tanto che non siamo abbastanza austeri (come fanno a volte, si sa, quei cattivoni), ma che abbiamo provato a fare una manovra senza coperture. Cioè, tecnicamente a imbrogliare. Come facevano quei governi che per un po' di consenso a breve termine si giocavano il futuro dell'Italia e dei giovani. O come si dice adesso, il futhuro.

Non ce ne andiamo, se no vince Renzi. (Da Huffington post)

Su Huffington post, ieri, Alessandro De Angelis mi ha fatto questa intervista (ancora grazie). La ripubblico qui, per i lettori di questo blog e per ritrovarla in caso ci serva.

L’amarezza ha il volto della pasionaria Chiara Geloni, giornalista, già direttore della tv del Pd in epoca Bersani: “È un periodo in cui è difficile sentirsi capiti”.

A che ti riferisci?
Ho appena visto l’apertura del vostro sito, con le parole di Saviano. Lui dice: inconcludenti, ricordate Ecce bombo. Un’altra delle amarezze di questi giorni.

Parliamo di questa amarezza che, immagino, sia di fondo per come è diventato il Pd.
Ho letto questo grandioso e tragico pezzo di Ezio Mauro. Dice che Renzi ha snaturato il Pd, che il partito è senza identità, disarmato, che ha abbandonato i suoi valori e c’è una montante marea di destra. Ora, se questo il punto, dico: si potrà riconoscere che chi lo critica ha qualche ragione? Chi ha tenuto fermo un punto di vista, in questa fase di conformismo, di marcia trionfante del renzismo, forse, non è da disprezzare. C’è nel Pd una posizione che in condizioni difficilissime cerca di salvare un’esperienza, un'esperienza in grave pericolo come dice Ezio Mauro.

Da giornalista a giornalista, andiamo al punto. Tu hai la sensazione o la convinzione che, in fondo, Renzi vi vuole cacciare?
Beh… Accadono cose che sono oggettivamente umilianti. Prova a immaginare, durante altre segreterie, il sito del giornale di partito che ospita articoli dove c’è scritto che Bersani vuole solo far cadere Renzi e di tutto il resto non gli importa nulla, gli account di parlamentari e dirigenti che fanno tweet con offese personali o minacce di non ricandidatura. Io quando tweettavo durante le primarie venivo accusata perché non ero imparziale, ma dal mio account né da direttore di Youdem né dopo ho mai offeso né minacciato nessuno.

Ce l’hai con Rondolino?
L’hai detto tu, io non faccio nomi. Ma questo è il clima. Ma l’hai sentito l’intervento di Renzi di ieri? Aveva il tono di sfida di uno che non è lì per dire: abbiamo un problema, risolviamolo. Ma di uno che diceva: vi ho dato questo, quello, ora vi do anche questo così vi tolgo gli alibi e vediamo che fate. Non è il modo di pacificare un partito diviso. E mi ha colpito che prima della riunione nessuno avesse la minima idea di cosa avrebbe detto il segretario, nemmeno i suoi. Una mediazione non si fa così. In un partito ci sono canali aperti, ci si ascolta, si crea un clima, si cerca un punto di caduta. E il partito che accetta questo metodo? Orfini dopo la relazione ha detto “non ho nessun iscritto a parlare”. Sai perché? Non sapendo fino all'ultimo cosa avrebbe detto Renzi nessuno, neanche i suoi, sapeva che tono prendere, che parte recitare...

Concordo nell’analisi. Renzi ha preso a schiaffi la sua sinistra. E c’è un conformismo devastante. Però ti aggiungo. Su queste premesse, uno che dissente, si alza e gli dice: bello mio, ti voto contro, faccio i comitati del no e il 5 dicembre vediamo chi dei due sta in piedi. Invece la minoranza crede ancora in un accordo. O no?
Per come sono andate le cose avanti, una ricomposizione è difficile. Certo Cuperlo e Speranza, che pure sono andati al cuore del problema senza fare sconti, hanno lasciato aperto un filo di comunicazione. Però a questo punto… Io vedo che molte persone sul territorio hanno già deciso e non è facile che tornino indietro.

Stefano Di Traglia, l'ex portavoce di Bersani, ha fatto il comitato del no.
Democratici per il no non è un comitato, è una rete. Stefano mi ha invitato e c'ero anch'io a quella riunione. C'erano molti iscritti ed ex iscritti al Pd.

A me questo travaglio pare un po’ inconcludenza. Vivaddio, D’Alema almeno l’ha letta da subito, dicendo “quello non cambia l’Italicum, l’Italicum si abbatte con il no” e gira l’Italia organizzando il no.
La differenza è che D’Alema non ha votato la riforma, non è parlamentare, è un cittadino che esprime liberamente le sue opinioni. Come me.

Un cittadino che però fa imbestialire il premier. Ma il punto è che ormai nel Pd ci sono due mondi, segnati da sfiducia, una diffidenza direi quasi antropologica. Renzi è il nemico in casa che snatura il Pd, gli altri sono dei ferri vecchi da rottamare. Questa rappresentazione la condividi?
Seguo il Pd da 20 anni, e da sempre è un partito plurale. Quello che c’è di nuovo è che ora non c’è la volontà di tenerlo insieme. Si procede per strappi e c’è un problema di rispetto: il “lanciafiamme”, il “certi voti non servono”, “c’è Verdini”, “se non ci siete voi c’è chi mi vota”. C’è stato un momento in cui tutto poteva cambiare, una grande occasione. Quando eleggemmo Mattarella, Renzi capì che su un candidato "Nazareno" il Pd si sarebbe spaccato, chiamò la minoranza e cercò una proposta condivisa di tutto il Pd. E la minoranza mica ha detto ok per finta, mica ha organizzato la vendetta per i 101. Da quel momento, dopo quella prova di lealtà, Renzi poteva davvero diventare il leader di tutto il Pd, rappresentarlo tutto nonostante le asprezze precedenti. Invece dopo 15 giorni ha buttato fuori i parlamentari che non erano d'accordo sull'Italicum dalla commissione affari Costituzionali.

Mi dai ragione. Renzi capisce solo i rapporti di forza. Lì andava sotto e ha mediato. Gli si poteva votare contro altre volte: jobs act, riforme. Invece è prevalso il riflesso unitario.
La fai facile tu. È che se decidi di stare in un partito… Il mio non è un riflesso da centralismo democratico, è una convinzione profonda che il Pd sia la risposta giusta per l'Italia. Secondo te è un’alternativa uscire dal Pd? Per fare cosa? Secondo me se esci fai un doppio danno. Gli regali il 100 per cento del partito e affondi un progetto, il Pd, che con tutti il limiti serve ancora al paese.

Il problema è che, sui territori, il Pd è diventato un’altra cosa. È già il partito della Nazione. O sbaglio?
Si fa fatica a riconoscerlo, ma io non lo do per perso.

Dunque, tutti dentro anche il 5 dicembre. Cuperlo ha detto che se vota no si dimette.
Lucido e amaro. Spero che non dia corso al suo annuncio. Che non si dimetta da deputato. Tanti democratici per il no devono essere rappresentati, io voglio essere rappresentata nel Pd.

Che cosa c’è di sinistra in questo Pd?
C’è Cuperlo no? Lui, Speranza, le nostre idee. La rottamazione vince se lasciamo il Pd, non se restiamo.

E se vince il sì?
Renzi potrebbe essere tentato di capitalizzare la vittoria e portarci al voto in primavera. Poi, sai, dipende da come vince. Se vince 52 a 48 magari poi perde le elezioni, sarebbe un azzardo. C’è una questione di fondo che lui sottovaluta: le amministrative dimostrano che tutti questi voti di destra non arrivano a compensare i voti di sinistra che il Pd lascia per strada. Non ne parla nessuno, però il Pd ha perso parecchi milioni di voti.

Secondo te Bersani andrà in giro a fare campagne e comizi per il no?
Comizi non credo, farà dibattiti e dirà la sua.

Tu hai scritto il libro Giorni bugiardi. Sono ancora bugiardi i giorni che si vivono nel Pd?
Sì, i Giorni bugiardi continuano. Quel clima l’ho rivissuto più volte, almeno altre due: quando è caduto Letta, poi in piccolo quando è caduto Marino. Di nuovoun partito che non riesce mai a comporre i conflitti rimanendo comunità. Deve sempre uscire umiliato qualcuno: Marini, Prodi, Bersani, Letta, Marino…

Chi sarà la prossima vittima della bugia?
Prima o poi la vittima sarà lui.

Renzi?
Sì, quando vai avanti per prove di forza ci può essere il momento in cui la vittima sei tu. Fatti un giro a Montecitorio: la situazione è mossa rispetto a qualche mese fa. Molti si guardano intorno, si interrogano su che succederà. C’è molto conformismo di facciata verso il capo ma non senti l’amore per il leader.

Che senti?
Timore. Renzi ha una certa presa sul partito. Sai, da palazzo Chigi hai argomenti per far valere le tue ragioni che altri segretari non hanno avuto…

Quando lo vedi in tv, che pensi?
Che è sempre lì… Prima dice “sbaglio a personalizzare”, poi tutti i giorni è in tv o in radio… Ma forse sbaglio io, quello è il vero punto di forza.

Da pasionaria a pasionaria: dai un consiglio alla Boschi.
Essere più spontanea, trasmette una certa rigidità.

Ci andresti a cena con Lotti?
Se non c’è Verdini volentieri.

L’ultimo: a Renzi.
Di rilassarsi. Lo vedo un po' ansiogeno ultimamente. Dovrebbe essere un po’ più…

Un po’ più?
C'è una parola... Ecco: sereno. No?

L’Emilia, che era il mio sindaco

Un post su Facebook a volte è una notizia tristissima. Stava così bene quest'estate, l'Emilia. Passava per via Cavour, sempre più piccola (e pareva impossibile), ma con un caschetto da ragazzina. Un secondo di esitazione prima di riconoscermi, ma avevo gli occhiali neri. Poi la solita allegria affettuosa. Le ho raccontato che avevo conosciuto Cecilia, e che era stata la prima volta che qualcuno mi aveva detto: "Mi sa che tu sei amica di mia...", e mentre io pensavo "mamma?", lei aveva concluso: "Nonna".

L'Emilia era stata il mio sindaco, molti anni fa. Ma se lo penso adesso, "il mio sindaco", mi viene sempre in mente lei. Era diventata sindaco in un tempo di cose nuove, l'Emilia. Non c'era ancora l'Ulivo, ma i sindaci si eleggevano per la prima volta direttamente, e i partiti guardavano fuori, oddio fuori fino a un certo punto l'Emilia, ma non era una delle solite facce del partito. In una città "rossa" da millenni, la sinistra candidava una donna, una professoressa, già allora vedova di Franco, un compagno Franco, ma anche lui professore, un intellettuale, non un uomo di partito. L'Emilia i voti li poteva prendere anche fuori.

E infatti li cercava. Noi, l'Azione cattolica diocesana, dentro questi tempi nuovi ci stavamo a nostro agio. Organizzammo un confronto tra i candidati, nella sala del comune, tutto autogestito, domande vere preparate nei gruppi parrocchiali, questioni concrete, i temi "nostri" come cristiani e come cittadini. Da uomini e donne libere, finalmente, di esplorare e poi votare fuori dai blocchi del Novecento.

L'Emilia mi convinse quella sera. Glielo feci capire, con discrezione, senza compromettere l'associazione. Penso abbia convinto molti di noi allo stesso modo. Era comunista, l'Emilia. Ma non doveva essere così terribile votare una donna comunista, visto che quella donna era la stessa ragazza che in casa mia sorrideva dalle foto di una vacanza a Parigi insieme a Franco e ai miei genitori, un Capodanno dei primi anni Settanta: quattro giovani prof italiani infreddoliti e felici a Notre Dame, due democristiani e due comunisti. Era già così l'Italia, anche prima dell'Ulivo, e per questo la nascita dell'Ulivo è stata così semplice e vera.

Ha provato a cambiare un po' di cose, c'è riuscita, è durata poco. Ma è sempre il mio sindaco l'Emilia, e spero che Carrara la ricordi con riconoscenza.