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Il congiunto e il congiuntivo (breve nota triste)

Io lo so, che #sichiamavaPiersanti. Lo ricordo ogni sei gennaio. Ho scritto più articoli su Piersanti Mattarella di buona parte dei miei colleghi. Ho lavorato, per scelta, al Popolo e a Europa, giornali che il sei gennaio la pagina su Piersanti la facevano anche prima, quando Sergio non era ancora presidente. Ho intervistato i suoi amici, ricordo nitida nel dire la portata storica, politica, generazionale di quell'omicidio allora un po' finito in ombra, Maria Eletta Martini.

Ho letto la sua biografia, scritta da Giovanni Grasso, oggi portavoce del presidente della Repubblica. Sono stata alla presentazione del libro al senato, c'era Sergio Mattarella e c'era Pietro Grasso, non solo come padrone di casa: Grasso era il magistrato di turno a Palermo quel sei gennaio, arrivò lì d'urgenza quella mattina e poi condusse per anni le intricate e ancora oggi parzialmente misteriose indagini. Ho letto altri libri, sul ruolo della mafia e non solo della mafia nella morte di Piersanti.

Certo che inorridisco a sentire un presidente del consiglio che balbetta di un congiunto il cui nome non ricorda bene. Certo che glielo avrei voluto urlare in faccia anch'io che "si chiamava Piersanti". Tuttavia, compagni, amici, colleghi, non illudetevi, non illudiamoci. Non sarà così che metteremo in difficoltà il governo e la maggioranza. Non sarà così che metteremo un grammo di dubbio nella testa degli elettori che li votano. La maggior parte dei quali, che si chiamava Piersanti e chi era, esattamente come Conte, non lo sa. E la colpa è anche mia, come è vostra, anche se io lavoravo, per scelta, al Popolo, e scrivevo articoli su Piersanti Mattarella mentre voi vi occupavate d'altro. Non è bastato.

La polemica sul congiunto toglierà a Conte gli stessi consensi che le polemiche sul congiuntivo hanno tolto a Di Maio: nessuno.

Ma è proprio vero che siamo un’#altracosa? Il governo Conte, Renzi e noi

Nel susseguirsi un po’ stucchevole e un po’ consolatorio di “Bravo!”, “Grazie!” con cui il Pd accompagna in queste ore il proprio addio ai ruoli di governo e l’assunzione dei doveri dell’opposizione, particolare entusiasmo ha suscitato ieri l’intervento al senato dell’ex segretario dimissionario. Non si può dire in effetti che a Matteo Renzi manchino grinta ed efficacia oratoria; e, nel caso specifico, nemmeno argomenti. Al di là di alcune affermazioni assai opinabili, come la rivendicazione di una differenza di stile, in particolare sui social, di cui da tempo il Pd non dà grandi prove, colpisce però nell’intervento dell’ex premier un punto politico sul quale con grande lucidità si è soffermato già ieri sera Filippo Penati su facebook. (continua sul sito articolo1mdp.it)

I 101 cinque anni dopo. La vera domanda non è “chi”, ma “perché”

(Scritto per Strisciarossa.it)

Il quinto anniversario del tradimento dei 101 ha riservato qualche amara soddisfazione a noi cultori della materia. Benedetta dall'autorevolezza della firma del direttore dell'Espresso Marco Damilano e dalla collocazione in prima pagina su Repubblica, sembra definitivamente affermarsi una lettura dei fatti che non solo arriva a suggerire se non i singoli nomi almeno l'identikit dei responsabili, attraverso un ragionamento logico che dalle conseguenze politiche del gesto risale all'indietro ai suoi autori/beneficiari nel mondo renziano e in quello dalemiano (la saldatura tra chi non voleva il Prof al Colle e chi voleva “abbattere il cavallo azzoppato” Bersani), ma che ha anche il pregio di individuare con precisione in quella vicenda “l'otto settembre del Pd”: non fu solo Prodi a essere “bruciato” quel giorno, ma il futuro del partito. Due punti che erano il cuore del nostro Giorni bugiardi, il libro di Stefano Di Traglia e mio uscito alla fine del 2013, e che allora risultavano un po' meno mainstream di adesso.

Dato per acquisito (per quanto possibile) il “chi”, è però forse oggi ancora più interessante e attuale chiedersi il “perché”. Al contrario che nella ricerca dei nomi – dove il presente, cioè quanto avvenuto dopo nel Pd, ci aiuta a illuminare il passato –, nella ricerca dei motivi sono i fatti di cinque anni fa a dare significato allo stallo di questi giorni: in cui non a caso vediamo un vincitore delle elezioni – che per la verità, anche lui, è soltanto “arrivato primo” – invocare i voti necessari per “far partire un governo di cambiamento”, con le stesse precise parole che usava cinque esatti anni fa Pierluigi Bersani.

Non fu solo la banale fame di potere del Giglio magico ad abbattere in sequenza Marini, Prodi e la segreteria Bersani nell'aprile del 2013; tantomeno fu solo una questione di equilibri interni di partito. Consapevoli o no, i 101 traditori (e i loro antesignani della notte precedente, quella in cui tramontò la candidatura di Marini, sempre che non fossero in buona parte le stesse persone) avevano un altro, attualissimo obiettivo: chiudere la strada al “governo di cambiamento”, orientando la legislatura verso le larghe intese. Per questo Bersani, effettivamente “azzoppato” dal risultato elettorale non poteva, chiunque mai avesse potuto venirgli in mente di proporre, fosse pure il neo eletto (da un mese esatto) papa Francesco, vincere la partita del Quirinale: andava “abbattuto”, per la sua ostinazione a non voler guidare il Pd verso un'alleanza di governo con la destra.

Ma cos'è questo “governo di cambiamento”, questo stilema che oggi continua a caratterizzare un altro lungo stallo post elettorale? E soprattutto perché Bersani come oggi Luigi Di Maio, un politico con cui ha così poco in comune, ne era diventato il portabandiera? Conoscendo il personaggio regge poco l'idea di un segretario scavezzacollo, romanticamente attratto dall'idea di cavalcare l'onda grillina a costo di rimetterci la segreteria; ma regge ancora meno la ricostruzione malevola e pure circolata di un Bersani “attaccato alla poltrona” al punto da ostinarsi a rincorrere i 5Stelle a costo della “dignità”: perché semplicemente se Bersani avesse voluto palazzo Chigi a tutti i costi avrebbe potuto andarci a braccetto con Alfano senza che Berlusconi avanzasse la minima obiezione. Dunque che cosa spinse il solido e spesso definito “pragmatico” ex ministro dell'industria con la passione per la filosofia e la storia a cercare in ogni modo di interloquire con i “barbari” del Movimento, anche a costo di rimetterci la leadership?

Probabilmente il motivo è lo stesso che aveva orientato altre scelte strategiche di Bersani segretario, a cominciare dall'accettazione della sfida antistatutaria di Matteo Renzi per partecipare alle primarie, ma potremmo ricordare anche l'affiancamento e il sostegno alle candidature dei sindaci “arancioni” inventati da Nichi Vendola per competere col Pd, o la partecipazione alle campagne referendarie per i beni comuni o il rifiuto di esprimere nomi di partito per il cda della Rai. La verità è che in Bersani c'è costantemente la consapevolezza di avere di fronte una sfida da accettare, che può anche diventare una ricchezza ma solo a costo di vincerla: e questa sfida è quella del distacco, della sfiducia nella politica, della stanchezza per i riti stanchi della prima e anche della seconda repubblica. Un male che Bersani vede arrivare da lontano e vede sempre più prossimo a condurre il sistema al collasso.

Quello che, più o meno propriamente, viene chiamato antipolitica o populismo, per Bersani non va arginato: va sfidato. Ma la sfida vera per lui è coinvolgerlo, costringerlo a scendere dal terreno dei sogni a quello della realtà e del governo dei problemi; e costringerlo a competere. “Fatemi partire”, diceva Bersani nel 2013, per la stessa ragione per cui probabilmente direbbe o magari dirà oggi “fateli partire”: non per un'ambizione di leadership personale ma per la consapevolezza che l'errore fatale per il sistema è chiudersi, isolare chi è “fuori”, illudersi che basti cercare i numeri necessari nell'alleanza tra chi sta “dentro” per risolvere il problema.

Questo hanno provocato i 101, più ancora che due ottimi candidati alla presidenza della repubblica bruciati o della fine anticipata di qualche mese di una segreteria o della distruzione del senso di comunità in un partito: hanno provocato cinque anni di larghe intese e un distacco infinitamente maggiore di prima tra i cittadini e la politica, e soprattutto tra i cittadini e la sinistra. Una sinistra che ha rinunciato ad accettare la sfida del popolo, anche del suo, e si è rifugiata nella prigione dorata dell'establishment. Cinque anni dopo i 101, al termine di una campagna elettorale fondata sugli slogan della “competenza”, del “vota la scienza” e dell'“unico argine ai populismi”, il Partito democratico è ancora lì: ad arrabattarsi per vedere se mai bastassero i numeri per restarci ancora, nel luogo politico dove si è posizionato cinque anni fa. Mentre i populismi vecchi e nuovi prosperano, a destra come a sinistra, e si preparano a giocarsi tra loro tutta la posta. O magari no: che in politica non si sa mai.

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Caro Pd, una domanda: non era meglio Franceschini?

Sui nuovi presidenti delle camere, qualche considerazione.

  • questa non è la prima repubblica, questa è la proporzionale. Con la proporzionale devi fare politica. Fare la tifoseria non basta più. Salvini (soprattutto) e Di Maio hanno fatto politica. Politica significa: rapporti di forza, un obiettivo da raggiungere e un po' di fantasia.
  • cambia tutto, ma la politica ha sempre le sue regole. Nella prima repubblica la "mossa Bernini" sarebbe stata fatta pari pari, con una piccola differenza: nessuno ne avrebbe parlato. Niente Salvini in Sala stampa, niente comunicato di Berlusconi infuriato. Però sarebbero apparsi lo stesso quei cinquantasette voti, e tutti avrebbero capito. E sarebbero iniziate le stesse telefonate e le stesse riunioni nel centrodestra. E sarebbe finita nello stesso modo: l'unico in cui poteva finire. Salvando il centrodestra o almeno le apparenze con un compromesso che tiene conto dei nuovi rapporti di forza interni.
  • la politica ha le sue regole: se Salvini avesse voluto presidente del senato la Bernini, ieri avrebbe votato la Casellati. Peccato: preferivo la Bernini.
  • #seceralaBernini fra l'altro ci saremmo potuti divertire un sacco a condividere se eravamo indignati i meme su suo cugino Gian Lorenzo a cui il comune di Roma ha appaltato piazze, fontane e palazzi. Mannaggia.
  • a differenza che nel 2013, i grillini sembrano in condizione di entrare un minimo nelle dinamiche politiche. Tenendo conto dei rapporti di forza, hanno eletto il presidente di una camera e un "meno peggio" del centrodestra nell'altra. Questa cosa, che il Movimento faccia politica senza bisogno di presidentarie e altre sciocchezzarie per costruirsi alibi e si assuma le sue responsabilità, è una novità ed è buona. Non tanto per i 5 Stelle, per la democrazia italiana.
  • evidentemente per i renziani gli inciuci sono inciuci se li fanno gli altri (Marini), poi diventano necessità quando li fanno loro (Verdini, e comunque è colpa di Bersani che non ha vinto), poi ridiventano inciuci se li rifanno gli altri. Distinzione tra ambito del governo e quello delle istituzioni: assente. Segnalo sommessamente che su questa linea "avete visto, hanno fatto l'inciucio, hanno votato con la destra, gnegnegne" il Pd rischia di non essere utilissimo né a se stesso né ad altri. E nemmeno credibilissimo, se posso dire.
  • io non so se sia vero che una parte del Pd (Franceschini?) voleva provare a mescolare i voti con i 5 Stelle per evitare che si accordassero con Salvini. Non so se sia vero, ma so che avrei preferito Franceschini o Zanda presidenti di una camera e che qualcuno mettesse una zeppa nell'asse tra Salvini e Di Maio, almeno sulle istituzioni poi sul governo si vedrà. L'avrei considerata una buona mossa politica. Non tanto per il Pd, per la democrazia italiana. Voi no eh?
  • quando ieri Salvini ha fatto la mossa Bernini, proprio non si poteva provare a fare una contromossa? Lanciare una candidatura che mettesse in difficoltà un centrodestra diviso e potesse arrivare al ballottaggio? Avete presente il metodo Grasso, scegliere un candidato che toglie voti all'altro (Schifani, ben più invotabile dai grillini al ballottaggio)? Forse era l'ultima occasione per provare a mettere quella famosa zeppa. Ma appunto bisognerebbe fare politica, evidentemente qualcuno preferisce di no. Del resto se la tua analisi del voto è "la ruota gira" non c'è da stupirsi che tu non ne senta il bisogno.
  • "e allora Liberi e Uguali?". E allora niente: non puoi entrare in partita con così pochi parlamentari. Soprattutto se non c'è, la partita.
  • e comunque mi dispiace tantissimo per Giachetti e la Fedeli. (Pernacchia).
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Apologia di LeU. Dopo lo tsunami, le cose da cui ripartire

Ha ragione il mio amico Stefano Di Traglia, che lunedì mattina mi ha scritto: adesso sarebbe tempo di fare l'analisi del voto del 2013, quella che il Pd non ha mai voluto fare. Sono stati anni di analisi sbagliate, sbagliate perché fondate su una lettura illusoria della realtà. Ripartire dai fatti ci farebbe bene a tutti. Noi di Liberi e Uguali non abbiamo avuto la forza di invertire la rotta - e dovremo capire perché. Ma i fatti li abbiamo visti e l’analisi non l’abbiamo sbagliata.

  1. Tutto come previsto. Se abbiamo sbagliato la risposta non lo so (ci arrivo), ma è successo esattamente tutto quello che dicevamo da anni: la mucca era nel corridoio, il Pd è andato a sbattere contro il muro a tutta velocità. L'onda è stata talmente alta che ci è passata sopra, questo sì. Non abbiamo avuto il fisico. Non siamo stati percepiti come un'alternativa al Pd, ma come un pezzo del Pd o comunque come una parte di qualcosa - la sinistra - con cui questo paese voleva chiudere, voltandosi dall'altra parte: a destra - e nella destra a Salvini - e verso i grillini. Cosa potevamo fare di diverso? Io penso niente.
  2. Eh già, gli elettori in fuga dal Pd votano i Cinque stelle: sai che scoperta. Anche questo sono anni che lo diciamo, compreso il fatto che la tattica piddina - demonizzarli salvo imitarli con quella specie di populismo soft che è tanto nelle corde del renzismo - non funziona. C'è una novità, stavolta: gli elettori in fuga dalla sinistra hanno scelto anche Salvini, e per le stesse ragioni. Perché non ne vogliono più sapere di noi. Non è che vogliono dare un segnale, vogliono proprio togliercisi di torno. Se voglio dare uno schiaffo a Renzi non voto Grasso, voto Di Maio: è più sicuro.
  3. Spero che si capisca, guardando i numeri, che il problema era un po’ più complesso rispetto a “voi di LeU fate vincere la destra”. Zingaretti vince nel Lazio grazie all’apporto determinante di LeU. Gori in Lombardia avrebbe perso comunque, anche nell’ipotesi (palesemente falsa) che bastasse una decisione dei vertici di LeU per spostare su di lui i voti che ha preso Rosati. Altrettanto vale per i collegi maggioritari del Rosatellum, la cui relativa importanza nel determinare il risultato è evidente. Il meccanismo mentale del “voto utile”, se c’è stato, ha penalizzato tutta la sinistra e sarebbe stato meglio maneggiarlo con più prudenza. E meno male (altro che storie) che non c’è il ballottaggio dell’Italicum, che avrebbe cancellato la sinistra - tutta - dall’orizzonte. Anche l'Italicum nasceva da un'analisi illusoria e sbagliata. Le nostre critiche all'Italicum erano giuste.
  4. Così come erano giuste le critiche al Rosatellum, la legge acchiappa fiducie che adesso tutti vogliono cambiare. Non chiamateli ripescati, quelli che hanno perso nel loro collegio ma poi sono stati eletti nel proporzionale: è la legge che è fatta così. Non consente il voto disgiunto. Non consente di votare la persona. E, in un sistema pluri partitico, a giocarsela nei collegi, senza voto disgiunto, sono solo i partiti grandi. I big di LeU che hanno accettato di correre nei collegi (quasi tutti) non sono dei paraculi che si sono fatti "ripescare": sono dei generosi che hanno accettato una sfida persa in partenza per  provare a portare consensi in più, qualche volta riuscendoci (basta guardare le percentuali di Bologna, dove c'era Vasco Errani).
  5. Anche la storia delle "facce nuove" che sono mancate ha stufato. Vogliamo parlare di D'Alema? Parliamone: con duemila voti in più, D'Alema oggi era senatore. Che sia arrivato ultimo nel suo collegio sinceramente non rileva: la legge elettorale miracoli non ne consente. Semplicemente non è scattato il quoziente della lista plurinominale (una sola) in cui era candidato. È successo lo stesso a facce ben più fresche - e ben più pluricandidate - come Anna Falcone. E non c'entra niente il giudizio degli elettori su di loro. Chiedetelo a chi ha scritto questo capolavoro di Rosatellum come funziona il flipper dei quozienti nel proporzionale. Abbiamo fatto la campagna elettorale aggrappati alla popolarità di Bersani, ce lo siamo litigati come testimonial, le tv se lo contendevano: senza di lui oggi staremmo anche peggio. Eppure anche lui per un pugno di voti poteva non essere eletto, se la pallina del flipper avesse rimbalzato altrove. Non usiamo l'irrazionalità di un sistema elettorale assurdo per trarre conclusioni che rientrano nello schema logico renziano, non nel nostro.
  6. Andiamo avanti con LeU, ma senza diventare autistici. È ovvio che dobbiamo guardare anche a cosa succede nel Pd. La catastrofe è talmente grande che il problema di come salvare la sinistra non può essere solo nostro. Si capirà meglio nei prossimi giorni se qualcosa può succedere. Anche il Pd però farebbe bene a non cercare scorciatoie. Che cosa significhi la passerella di Calenda al Nazareno io non l'ho capito. È un uomo simpatico e intelligente, ma non ci si iscrive direttamente alla segreteria di un partito, salvo minacciare di andarsene se non si fa quello che uno dice. Alla sinistra non serve un'altra illusione come quella di cinque anni fa. Serve un'analisi di se stessa e dei fatti, il tempo per farla, e un bel po' di umiltà e generosità che si sono perse per strada.

Altre considerazioni sul voto e su LeU le ho fatte in questa intervista di Concetto Vecchio uscita sul sito di Repubblica.

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“Se uno è perbene deve dimostrarlo”. Riflessioni su un flame su twitter

Scrivo questo post come monito a me stessa, ma anche perché voglio che ci sia agli atti una mia versione dei fatti, in caso a qualcuno interessi. E infine perché penso che sia utile interrogarsi su quello che succede.

Ieri pomeriggio Barbara Collevecchio ha fatto un tweet con lo screenshot di vari insulti e auguri di morte a Bersani comparsi in rete il 5 gennaio 2014, giorno in cui venne ricoverato e operato d'urgenza al cervello. Il senso del tweet era: "Bersani ecco con chi tu vuoi alleare, con quelli che ti insultavano così quando stavi male".

Barbara - che non conosco - è una provocatrice e un'attaccabrighe di Twitter, cioè una che spesso chiocciola e cerca di coinvolgere la gente in qualche flame. Non ce l'ho con lei, non è una mia nemica, a volte difende i miei avversari a volte no, di solito non interloquisco con lei, a volte sì. Ieri però vedermi sbattuti in faccia gli auguri di morte a Bersani e il ricordo di quella giornata piegato a una banale polemichetta politica contro Bersani mi ha fatto perdere la calma: è l'unica colpa che mi riconosco. Le ho scritto, a Barbara, che è un'ipocrita, che della malattia di Bersani non le importa niente e che quel tweet strumentale mi faceva schifo e mi offendeva. Tutto qui, né volgarità né insulti. Solo una parola, "ipocrita", usata nel suo senso proprio e preciso: "Simulatore di atteggiamenti o sentimenti esemplari", dice il vocabolario.

Lei ovviamente si è arrabbiata e ha iniziato a difendersi, piuttosto scompostamente, accusandomi di averla insultata in modo volgare e insultandomi ben più volgarmente a sua volta. Il suo principale argomento, ripetuto più volte, è stato "mia madre quel giorno piangeva": l'idea che forse quel giorno piangessero anche altri non l'ha mai sfiorata. Empatia, zero. Solo in serata Barbara ha riconosciuto che il suo tweet poteva avermi dato fastidio in quanto persona emotivamente coinvolta da quel fatto, e ha scritto che per questo motivo "mi perdona", strappandomi, controvoglia, una risata. Pazienza, ripeto, avrei dovuto ignorare.

A questo punto è intervenuta la famosa giornalista antimafia Federica Angeli, collega di Repubblica sotto scorta per minacce dei clan di Ostia che non ho mai avuto il piacere di conoscere né di frequentare, nemmeno via social. Chiocciolandomi, Angeli ha scritto in due tweet a Barbara che non doveva stupirsi della mia risposta, ma sorriderne, visto che aveva "fatto centro" e che il motivo della mia reazione era "evidente". A questa sconosciuta - se non per fama - interlocutrice ho risposto, come mi pare assolutamente normale, di non permettersi insinuazioni sul mio conto. E siccome ero a quel punto piuttosto arrabbiata ho aggiunto "non osi".

Qui la Angeli ha reagito:
- definendomi "persona" tra virgolette
- definendo la mia risposta uguale alle minacce del capomafia Spada (che evidentemente padroneggia perfettamente il congiuntivo)
- accusandomi di avere "minacciato" una giornalista sotto scorta
- retwittando qualunque tweet insultante sul mio conto
- pretendendo le mie scuse per averla "minacciata".

A un certo punto è intervenuta la professoressa Sofia Ventura, che educatamente ha fatto notare che certi argomenti erano un po' fuori luogo, visto che Chiara Geloni non è un capomafia ma una persona perbene. Angeli ha risposto testualmente: "Che le persone siano perbene va dimostrato". Questo tweet ha al momento più di cento like. Questo e altri tweet analoghi di Federica Angeli, durante la discussione, sono stati likati e positivamente commentati da alcuni parlamentari del Pd.

Questi sono i fatti. Le riflessioni le lascio a chi ha avuto la pazienza di leggere.

(Naturalmente ho tutti gli screenshot, anche se non mi va di postarli).

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“Il bambino promesso”, romanzo di un’adozione in Kenya

Io avrei avuto paurissima anche solo di quegli insetti misteriosi che arrivano a sciami e volano in verticale contro tutte le leggi dell'aerodinamica. Non parliamo di una locusta sul comodino, o delle formiche killer, o di una macchina in panne in mezzo agli elefanti. Altro? Ok, vigilantes corrotti, meccanici imbroglioni, autisti che ti buttano giù dal pullman senza fermarsi, allarmi tsunami, attentati, avvocati, echi di guerre tribali. Otto mesi in Kenya ci vuole un coraggio da pazzi, per quanto mi riguarda. Figuriamoci andarci con un figlio piccolo, profeticamente chiamato Leone, e andarci per diventare genitori di un altro bambino. E ci sono stati anche benone, loro, invece.

Quando Massimo mi disse che lui e Barbara lo avrebbero fatto ho pensato che questa regola del Kenya - questa regola per cui i sei mesi, o un po' di più, che passano tra il momento in cui ti dicono chi sarà tuo figlio e quello in cui puoi portarlo a casa con te li puoi passare col bambino, ma devi farlo lì, nel suo paese - fosse una regola geniale. Non alla portata di qualunque famiglia, ma geniale. Ho pensato che avrebbero conosciuto il suo mondo, il suo cibo, i suoi colori. Che avrebbero potuto un giorno accompagnarlo meglio nel comprendere da dove veniva. Ho immaginato la Barbara che imparava ad avvolgersi un pezzo di stoffa per portare il bambino sulla schiena, come le mamme kenyane, e Leone che imparava a disegnare giraffe e zebre accanto ai suoi draghi, e ho immaginato naturalmente che Massimo ne avrebbe fatto un libro.

Il libro ora c'è, e si intitola "Il bambino promesso". Racconta questa storia come se fosse un romanzo ma non è un romanzo. O forse sì, non saprei mica dirlo, comunque è una storia vera. È l'incontro affascinante con una natura meravigliosa, ovviamente. È l'incontro crudo e senza sconti con una realtà dura, selvaggia, insolente. È una storia di mamme che abbandonano i figli. Di vecchie che strappano quasi il bimbo nero dalle braccia della donna bianca. Di adozioni più difficili di altre, di bambini più misteriosi o più disperati. Di inganni, e tantissimo di fortuna. È un interrogarsi ansioso e cieco su cosa sarebbe stato di quel bambino se. Cosa sarà di tutti gli altri bambini se non. È chiedersi quanto senso abbia salvarne uno. E quanto senso abbia tutto il resto.

È un mondo, quello descritto da Massimo, dove nessuno sembra completamente buono - e dove però nessuno è giudicato. Ci sono eroi che salvano bambini dalla strada a centinaia, ma ti resta il dubbio che siano anche degli imbroglioni. Aprire un orfanotrofio in fondo è un modo di campare, in un mondo come quello: a Nairobi. E comunque nessuno sembra possa diventare davvero un eroe in quell'inferno. C'è un addentrarsi sempre di più in quel mondo, un calarsi dentro una vita con un ritmo diverso, c'è la scoperta, passando pomeriggi interminabili dentro un'officina, che "il tempo per loro è un amico, e non hanno nessuna voglia di ingannarlo o di ammazzarlo. Così, più tempo possono avere a disposizione e più sono contenti: se, dovendo fare una visita, preghi un kikuyu di badare al tuo cavallo spera solo, glielo leggi in faccia, che la visita sia lunga. E una volta accettato l'incarico non tenta di passare il tempo, ma se ne rimane lì seduto, e vive". Questa era Karen Blixen, ed è Barbara a prendere il libro e a sfogliarlo trovando il paragrafo giusto, sul tavolo di cucina.

Barbara è sempre adeguata a tutto, Barbara trova le parole, Barbara è immensa. Lo è soprattutto nella cosa più importante - che naturalmente è diventare la mamma di Tommy. Lei dopo pochissimo "non ci pensa più", Massimo invece deve pensarci, e molto. Non so se sia perché è lui a raccontarla, questa cosa di diventare il babbo di Tommy (rimanendo il babbo di Leone), che è così più complicata, per lui. Ma poi, quando succede, è meraviglioso.

Scrivo questo post in evidente conflitto di interessi. Mi legano a Massimo una montagna di cose: la città e l'anno di nascita, l'amicizia sempiterna dei nostri genitori, due fratelli anche loro nati nello stesso anno, il cuore affacciato sullo stesso pontile e sullo stesso specchio di acqua salata e gli stessi tramonti, la stessa Aurelia all'insù e all'ingiù, Claudio Baglioni, e un chirurgo che toglie la miopia col laser. Che anche quest'ultima cosa l'abbiamo in comune mi sono ricordata perché è stato proprio lui, il laserchirurgo, a svelarci lo stesso segreto per come fare a sapere quando la ferita si sarebbe perfettamente chiusa: "Quando comincerai a non pensarci più".

Massimo Bavastro, Il bambino promesso, Nutrimenti (euro 19.00)

 

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Per carità, abbassate quel ditino. Sui commenti alla candidatura di Di Maio

Cerco di dirlo bene, con calma. Il punto non è tanto che, come ho provato già diverse volte a spiegare, secondo me con i grillini sbagliate tutto. Il punto è che c'è un limite oltre il quale si smette di essere comprensibili a chiunque, si diventa disonesti anche con se stessi. C'è un limite oltre il quale, se sei un giornalista, giustamente gli elettori smettono di leggerti. Se sei un politico, smettono di votarti. Magari sono anche d'accordo con te; ma non ti possono più prendere sul serio.

Allora intendiamoci. Non è che a me piaccia Di Maio, o che creda al meccanismo di quelle pseudo primarie grilline, o che apprezzi la sua prosa. Non lo voterò mai, né alle primarie né alle elezioni, Di Maio. Si può criticare Di Maio per mille motivi, o ignorarlo anche, al limite. Una sola cosa non si può dire: non si può dire Di Maio è un ignorante perché non sa che in Italia il premier non si elegge ma lo sceglie il presidente della repubblica.

Questa amici è disonestà intellettuale. Avrebbe il diritto di dirlo solo chi non ha mai scritto o letto un pezzo su "chi è il leader" o "chi sarà il leader"; chi non ha mai scritto o letto o discusso su "chi fa vincere". Chi non è mai "sceso in campo". Chi non ha mai messo o votato un nome nel simbolo. Chi non ha mai partecipato alle primarie per scegliere il candidato premier. Chi non ha mai militato e non milita in un partito che ha scritto nel suo statuto che "il segretario è il candidato premier". Quindi, nessuno di noi.

Credete che la gente non ci pensi? Ci pensa.

Io apprezzo per carità che si superi la mentalità dell'uomo solo al comando, e apprezzo anche - visto che così sarà - chi comincia a capire che un sistema proporzionale funziona diversamente da un sistema maggioritario, e rispetto a un sistema maggioritario cambia molte cose. Sono anni che provo a spiegarvelo peraltro*.

E però per carità, abbassate quel ditino. Se Di Maio è sgrammaticato, a voi il libro di grammatica ve l'ha mangiato il cane quando eravate piccoli. E se sentendovi fare certi commenti quando si tratta degli altri la gente pensa che siete tutti dei pagliacci e diventa grillina, un po' ve lo meritate.

*abbiamo anche provato a cambiarlo lo statuto del Pd su quel punto. Era il 2013, segretario Epifani. Abbiamo spiegato che con un premier del Pd a palazzo Chigi non aveva senso, e anzi era pericoloso, eleggere un segretario-candidato premier. Che, con tre poli, era anche inutile. La proposta fu respinta, perché quella era una bestemmia per qualcuno. Qualcuno di quelli che oggi spiegano la costituzione a Di Maio. 

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A Mieli e Tabacci, sul “rancore personale” che uccide l’analisi politica

Caro Paolo Mieli, come reagiresti se io facessi un editoriale in cui affermo che i tuoi articoli sulla sinistra risentono dei tuoi problemi irrisolti con tuo padre, che fu se non sbaglio giornalista dell'Unità? Caro Bruno Tabacci, le piacerebbe se un dirigente di Articolo 1 facesse un'intervista per sostenere che le sue scelte politiche sono frutto di un vecchio trauma infantile?

Non volevo scriverlo questo post. Ma è tutto il giorno che lo rimugino e ci sto male. Così voglio dire subito questa cosa, prima di abituarmici e smettere di pensarla. Se, tra professionisti del giornalismo e tra professionisti della politica, assumiamo come elemento di analisi la categoria del "rancore personale" non c'è più nessuna politica e nessun giornalismo possibile. Non siamo troll, e non possiamo parlarci come troll. Spendere l'argomento del "rancore personale" come un elemento "normale" di analisi dei fatti politici è la morte dei nostri due mestieri. È qualcosa che avrebbe fatto inorridire tutti i nostri maestri, nel senso professionale del termine, ma anche nel senso ideale. Perché è un atto di smisurata arroganza e illiberalità; perché uccide l'interlocutore, delegittimandolo come tale. Chiude ogni dialogo. Rende impossibile il dibattito e la risposta. Così muore il giornalismo, così muore la politica.

Vorrei infine dire qualche parola sul rancore. Quando si esce da un partito qualche ragione di rancore ci può stare, dovreste saperlo. Si incrinano (per fortuna non sempre) antiche amicizie, si dividono percorsi, si dicono a volte parole di troppo. Sono cose che capitano. Io credo che abbiamo diritto, tutti, a provare risentimento. A guardarlo in faccia il nostro risentimento, da persone adulte. A gestirlo e a non fare politica in nome di esso. Sono rimasta nel Pd per tre anni da giornalista disoccupata, dopo vent'anni di lavoro, con tanti amici importanti che non hanno ritenuto opportuno aiutarmi, rivendicando ogni giorno il mio diritto di dire a tutti cosa pensavo, sia che scrivessi un tweet sia che li incontrassi per strada. In quella condizione ho continuato a ritenermi una persona del Pd, per convinzione politica che bisognasse combattere all'interno del partito e per volontà di restare accanto a chi lo faceva.

Io non sono uscita dal Pd per rancore personale, ma perché ho dolorosamente cambiato idea su questo. Mi sono convinta che la partita del congresso era truccata e non c'era possibilità di vincerla. Che le cose in quel partito non si potevano più cambiare. Che troppi ormai se n'erano andati senza rimedio. Io me ne sono andata dal Pd per motivi politici e per fare politica. Potete dire e scrivere che ho sbagliato, ma non avete il diritto di sbattermi su un lettino. Sono una cittadina italiana, e voi non siete il mio psicanalista, quando anche mai ne avessi bisogno. Ho il diritto, e il mio partito ha diritto, di essere trattata da interlocutore politico. Almeno da voi, che di troll e fanatici in giro ce n'è abbastanza. Se potete, grazie.

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Riflessioni su un “voto locale”. E un segretario in vacanza

Insomma, "è un voto locale". Sarebbe bello rileggersi i commenti dei renziani quando nel 2012 il Pd vinse pressoché dappertutto ma perse Parma. "Parma oscura tutto il resto", dettò la linea Debora Serracchiani. E Matteo Renzi ne approfittò per ribadire che bisognava assolutamente fare le primarie per scalzare Bersani prima della fine del mandato, perché Bersani "ci fa perdere". Cinque anni dopo, invece, il voto è locale. Anche Genova, anche l'astensionismo da record, anche la destra in rimonta: è tutto locale. E chi dice il contrario, si capisce "vuole usare il voto contro di me", l'infingardo. Mentre lui, Matteo, sta meritatamente in vacanza. Mica si vota a Firenze, è un voto locale. E poi, astuto, sa bene una cosa: che vedere lui in piazza a far campagna rischierebbe di motivare gli elettori dei partiti avversari. Un concetto che sfuggiva a un ingenuo come De Gasperi, a un Mitterrand, a un Barack Obama: tutta gente che, stolidamente, passava le campagne elettorali a far comizi. Senza rendersi conto del rischio che correva. E solo per un caso inspiegabile questi ultimi, ciononostante, qualche volta hanno vinto.

Ma non è delle vacanze di Renzi e delle sue strategie vincenti (che - dice oggi Matteo Richetti - "discutiamo in segreteria": ma s'è più riunita la segreteria Pd dopo le foto in terrazza? Non lo abbiamo saputo). Quello che volevo fare è una domanda al segretario (con calma, quando torna) e ai dirigenti e militanti del Pd, tra i quali ho molti amici, e soprattutto a chi pur non condividendo la politica di Renzi, sostiene che nessuno deve permettersi di mettere in discussione il ruolo del segretario che ha vinto le primarie. Come si concilia questa affermazione con quello che leggiamo sui giornali di oggi? La maggior parte dei candidati del centrosinistra, dice infatti Renziaisuoi, "non sono renziani". "Appartengono - addirittura! - alla precedente gestione". (L'unico riconosciuto da Renziaisuoi come renziano - guarda caso - pare essere il candidato dell'Aquila, che affronta il ballottaggio in deciso vantaggio. Ma anche lì, per non sbagliare, Renzi a sostenerlo mica c'è andato. Bersani sì, per dire).

Ora, se Renzi si sente tenuto a sostenere solo i "suoi", perché gli altri fuori e dentro il Pd dovrebbero rispettarne il ruolo di segretario, e nemmeno in caso di sconfitta avrebbero il diritto di sollevare critiche, non si spiega. E tantomeno, se Renzi risponde solo dei risultati dei renziani, si può concepire che aspiri a guidare una coalizione: come potrebbe infatti farsi garante di un progetto comune? Come può fare il capo del centrosinistra uno che di fronte a una paventata sconfitta del centrosinistra pensa solo a gettare la croce addosso "a tutti i partiti vecchi e nuovi di quell'area" per "scombinare i piani" di chi "punta a metterla in carico a lui"?

Sarebbe bello sapere cosa ne pensa chi s'indigna quando sente dire che Renzi non può fare il federatore del nuovo centrosinistra che sarebbe necessario far nascere. Mentre a chi scrive certe puttanate, mi piacerebbe solo chiedere: ma almeno te le fai due risate intanto, vero?