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Draghi parla in aula, il suo tributo alla politica

Pubblicato su Il Foglio

Le fanfare trionfanti che lo accompagnano da fuori, il profilo bassissimo che trasmette. Saranno tutte quelle mascherine e tutto quel nero e quei ministri e ministre indistinguibili, sarà che è un governo “senza aggettivi”. Si insedia un Draghi descritto come un supereroe, “l’italiano più autorevole nel mondo!”, si presenta un Draghi ancora senza volto.

Cos’è questo governo “repubblicano” (embè)? È l’esordio quasi umile, “la durata dei governi in Italia è stata mediamente breve”, o è il programma di legislatura, ancorché su diversi punti accademico e vago, che Draghi elenca con eleganza? È il governo dell’emergenza o il governo di una Nuova Ricostruzione, che paragonandosi a quello nato alla fine della guerra si dà il vertiginoso obiettivo di costruire una vera nuova sintesi senza comprimere le identità politiche?

Avete detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica – dice Draghi – e non è vero: nessuno deve fare passi indietro. (Apperò, è dalla sera che Mattarella è uscito alla Vetrata che ci spiegano che è successo per via “della crisi di sistema”). Finisce che Draghi ha un piano per la sanità che sembra quello di Speranza (che infatti è rimasto ministro), un piano per l’ambiente che sembra quello di papa Francesco, che sul Recovery il governo di prima ha fatto un grande lavoro che non sarà stravolto, che vuole proteggere i lavoratori e per fortuna il governo di prima ha lavorato per ridurre le disuguaglianze, e niente Mes, nemmeno nominato.

E alla fine è proprio un peccato che debbano tenere tutti la mascherina. Perché certe facce sarebbe stato divertente vederle, e certe altre facce si sarebbe dimostrato che non ci sono più: perse.

 

“A che ora nasce quest’anno Gesù bambino?”

“A che ora nasce quest’anno?” è la domanda che faccio ai miei genitori tutti gli anni quando, qualche giorno prima di Natale, arrivo a Carrara (quest’anno chissà). Chiunque sia mai andato alla messa di Mezzanotte (ma anche chiunque l’abbia seguita in televisione in diretta da San Pietro e celebrata dal papa) sa benissimo che la messa di Mezzanotte non è mai a mezzanotte.

Se proprio proprio si vuole essere letterali (come io preferisco, sono una cattolica un po’ tradizionalista) la messa di Mezzanotte inizia verso le 23 e 45, in modo che a mezzanotte, mentre si dice il Gloria – l’inno che evoca l’annuncio degli angeli ai pastori, “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama” – risuonino le campane e venga svelata nel presepe l’immagine del bambino Gesù, a simboleggiare la sua nascita.

Però questa cosa della mezzanotte non è mica un dogma di fede, anche perché ci sono posti dove fa molto freddo, persone anziane, spesso preti anziani (e anche appunto papi anziani), e insomma l’orario della messa spesso varia in un generico dopocena che cambia anche ogni anno. Anche perché come sanno tutti (parlo sempre di tutti quelli che vanno alla messa almeno ogni tanto), gli impegni dei parroci sono tanti e vari, molti di loro celebrano più messe in posti anche distanti chilometri, e comunque alla messa di Natale si può andare anche la mattina dopo. Per questo appunto a chiunque vada in chiesa a Natale, e tra questi credo sia il ministro Francesco Boccia, oggi processato per eresia su diversi giornali di destra, capita con la confidenza e la tenerezza e anche l’ironia con cui parliamo di queste cose di fare o sentirsi fare la domanda: “A che ora nasce, quest’anno?”.

Anche perché non è mica detto che Gesù bambino sia nato proprio a mezzanotte. È nato di notte, di sicuro, perché lo scenario notturno è descritto nei vangeli (i pastori appunto “vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge” quando hanno ricevuto l’annuncio degli angeli). Ma che fosse mezzanotte non sono tanto sicura, con tutta quella gente in giro a pescare, filare la lana, prendere l’acqua al pozzo: del resto a dicembre è notte anche alle cinque di pomeriggio. Non bisogna farsi trarre troppo in inganno dal presepe, sapete: per esempio questa storia del bue e dell’asinello è molto dubbia. E anche i tre re Magi probabilmente non erano tre, e di sicuro non erano re. Ma queste cose ve le racconterò magari un’altra volta.

Cosa sto cercando di dire? Leggo su Repubblica di oggi che il governo sta trattando con la Cei sulla questione della messa di Mezzanotte: bene. Secondo me avrebbe dovuto farlo anche a marzo scorso, e l’ho scritto, quando prese la decisione ben più pesante di sospendere le messe, e probabilmente non ne ebbe il  tempo e la lucidità. Però non c’è ragione di fare una guerra di religione sulla messa di Mezzanotte e credo che la Cei non abbia motivo di chiedere trattamenti speciali: se ci sarà ancora il coprifuoco, ci sarà il coprifuoco: vorrà dire che ci regoleremo anche per la messa. Andremo in chiesa prima, o la mattina dopo, o guarderemo papa Francesco in tv. Valuti il governo come sarà giusto chiederci di comportarci e ce lo dica. Varrà per le messe come per le cene e i cenoni, e (par condicio) anche per i pranzi del giorno dopo (magari anche i giornali romanocentrici dovrebbero ricordarsi che per mezza Italia il Natale è una cena, per mezza Italia è un pranzo; ed è giusto così, il mondo è vario).

Ecco, fossi nel governo eviterei di far girare contemporaneamente sia l’idea di ripristinare il coprifuoco per Natale sia quella di far stare aperti i negozi fino alle 22 per garantire lo shopping nei giorni precedenti: perché capisco tutto ma è un po’ seccante dare l’idea che a Natale è più importante fare acquisti che andare alla messa. Anche perché appunto sia gli acquisti che la messa si possono fare in altro orario. Insomma dateci una regola, possibilmente ragionevole, e chiedeteci di essere responsabili rispettandola tutti insieme. Lo faremo, con qualche più o meno grande sacrificio ma sicuramente senza nessun sacrilegio.

Renzi è già uscito dal Pd. Ammesso che ci sia mai entrato, cosa di cui dubito

Lo dico ai tanti amici angosciati dalle incredibili interviste dei renziani, annuncianti una scissione priva di alcuna plausibile motivazione politica, anzi una “separazione consensuale” in cui addirittura Renzi “lascerebbe” qualcuno libero di rimanere nel partito perché, si sa, l’uva è acerba.

Lo dico a Gianni (Cuperlo), a Peppe (Provenzano), lo dico soprattutto al mio più vecchio amico Dario (Franceschini) che lo sa meglio di tutti, come lo so io: non è vero che le scissioni sono sempre foriere di sventure e di sconfitte.

Io nel 1994 ne ho fatta una fichissima di scissioni. Quella scissione portò al governo un nuovo centrosinistra, e il suo leader morale oggi è al Quirinale a rappresentare e a difendere le nostre istituzioni, la democrazia, noi tutti, come nessuno saprebbe fare al suo posto. Ne ho fatta un’altra poi, nel 2017: non è andata altrettanto bene nelle urne, ma il passare del tempo mi sta rassicurando che tutti i torti non li avevo. E qualche conferma – e qualche soddisfazione – me la state dando anche voi amici, con le vostre interviste e le vostre parole di questi giorni: grazie.

Vi dico, amici: lasciate che facciano un po’ quello che vogliono. Se c’è un moscone che sbatte fastidiosamente contro i vetri, aprite la finestra. Non cambierà niente. Tanto lui, Renzi, è già fuori dal Partito democratico, ammesso che ci sia mai entrato.

Lo so benissimo che è stato eletto segretario legittimamente, lo so che non è un corpo estraneo, che è uno di noi dall’inizio, addirittura dai tempi preistorici del Partito popolare (no Dario?). Sto dicendo un’altra cosa. Quello a cui mi riferisco è la sua totale estraneità all’idea stessa di un partito grande, plurale, contendibile, democratico.

Estraneità che abbiamo visto benissimo nel momento del potere – quando Renzi ha concepito solo le prove di forza e la brutalità (ne siete stati vittime anche voi) come metodo di governo del partito. E che vediamo da quando fa, si fa per dire, “la minoranza” – ora che Renzi non riesce a non sentirsi “controparte” rispetto a chi guida il partito dopo di lui, e per questo deve farne un altro: per “stare al tavolo”.

Perché Renzi non può essere rappresentato da nessun altro che da se stesso, in una triste politica senza politica, capace di passare dal #senzadime al #vengoanchio, dal non voglio poltrone a volevo i toscani, nel tripudio identico e costante dei fans, a seconda delle convenienze tattiche. E chi non è d’accordo è un nemico, o ha problemi psichiatrici, è ossessionato, rosica.

In questo senso il Pd di Renzi non è stato mai il Pd, e Renzi non appartiene al Pd, non ha niente a che vedere col Pd, e non ha niente a che vedere con voi. Né con me. Aprite la finestra amici, che abbiamo un sacco da fare, un nuovo centrosinistra da costruire.

“Il bambino promesso”, romanzo di un’adozione in Kenya

Io avrei avuto paurissima anche solo di quegli insetti misteriosi che arrivano a sciami e volano in verticale contro tutte le leggi dell’aerodinamica. Non parliamo di una locusta sul comodino, o delle formiche killer, o di una macchina in panne in mezzo agli elefanti. Altro? Ok, vigilantes corrotti, meccanici imbroglioni, autisti che ti buttano giù dal pullman senza fermarsi, allarmi tsunami, attentati, avvocati, echi di guerre tribali. Otto mesi in Kenya ci vuole un coraggio da pazzi, per quanto mi riguarda. Figuriamoci andarci con un figlio piccolo, profeticamente chiamato Leone, e andarci per diventare genitori di un altro bambino. E ci sono stati anche benone, loro, invece. Continua a leggere

Per carità, abbassate quel ditino. Sui commenti alla candidatura di Di Maio

Cerco di dirlo bene, con calma. Il punto non è tanto che, come ho provato già diverse volte a spiegare, secondo me con i grillini sbagliate tutto. Il punto è che c’è un limite oltre il quale si smette di essere comprensibili a chiunque, si diventa disonesti anche con se stessi. C’è un limite oltre il quale, se sei un giornalista, giustamente gli elettori smettono di leggerti. Se sei un politico, smettono di votarti. Magari sono anche d’accordo con te; ma non ti possono più prendere sul serio.

Allora intendiamoci. Non è che a me piaccia Di Maio, o che creda al meccanismo di quelle pseudo primarie grilline, o che apprezzi la sua prosa. Non lo voterò mai, né alle primarie né alle elezioni, Di Maio. Si può criticare Di Maio per mille motivi, o ignorarlo anche, al limite. Una sola cosa non si può dire: non si può dire Di Maio è un ignorante perché non sa che in Italia il premier non si elegge ma lo sceglie il presidente della repubblica. Continua a leggere

Una domanda, da qui fuori dal tunnel

Non ho visto il confronto, sono fuori dal tunnel. So che quei serenissimi e distaccati utenti del web che ad ogni mio tweet sul Pd scattano come Bolt per venirmi ad avvertire che (io!) sono “ossessionata da Renzi” non ci crederanno mai, ma non ho nemmeno (ancora) letto bene i giornali. A dire il vero la maggior parte di quello che ho intravisto nei titoli e sui social mi sembra un po’ triste e un po’ lunare. Tuttavia, siccome le agenzie un po’ per dovere professionale le guardo, volevo sapere: ma seriamente qualcuno pensa che Renzi, dopo aver ottenuto nelle primarie una sorta di mandato plebiscitario in bianco, concederà ai perdenti un referendum tra gli iscritti per decidere su quali alleanze dovrà fare il Pd in futuro?

E perché dovrebbe, scusate?

Alcune cose sparse sulla scissione

Sono giornate impegnative, da molti punti di vista. Ho pensato e detto delle cose; ve le lascio qui in attesa poi di metterle in ordine.

Questa è l’intervista che mi ha fatto Pierluigi Mele per il sito di Rainews. “Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi“.

Qui invece c’è il video della mia partecipazione a Otto e mezzo ieri sera con Dario Nardella, Evelina Christillin e ovviamente Lilli Gruber. “Bersani – Renzi, l’ultima sfida“.

Infine, siccome ogni tanto scatta quella meravigliosa cosa che qualcuno scrive quello che stai pensando e come ti senti meglio di come lo faresti tu, faccio una cosa che non faccio mai e pubblico qui sotto un post della mia amica Monica Nardi. Perché non so come si chiamerà e quando ci riusciremo; ma noi lo rifaremo, il Pd. Continua a leggere

Se per sbaglio al congresso del Pd si parlasse di politica

Nessuno sa veramente cosa dirà tra qualche ora Matteo Renzi, ma è probabile che la direzione di oggi apra per il Pd il percorso del congresso. Se così sarà, due narrazioni sembrano prepararsi per accompagnare la lunga procedura di rinnovo della leadership democratica: da un lato quella classica della “Babele”, di un partito litigioso e sfarinato dall’eterno scontro correntizio, e dall’altro quella della “vendetta”, della “resa dei conti” che prepari il ritorno di un Matteo Renzi rilegittimato dal “suo” popolo: “Ci divertiremo”, filtrano già le gazzette più informate sul Palazzo, rendendo il tipico approccio tra irridente e minaccioso al quale ci ha abituati la leadership uscente. “E chi perde rispetti chi ha vinto”, come se in un partito non fosse altrettanto necessario, se non più importante, anche il contrario.

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Gabbani’s karma batte Hillary Mannoia. Nel modo giusto

Su Francesco Gabbani e Carrara avevo scritto tutto un anno fa: l’ho ripubblicato l’altra sera e ha portato bene, così mo’ ve lo beccate di nuovo.
Cosa aggiungere? Stanotte, nonostante una giornata particolarmente lunga, ho aspettato la fine dell’estenuante finale. Ero quasi sicura che avrei dovuto votare di nuovo per Francesco dopo mezzanotte, e sapevo che poteva vincere (sì, sono un po’ il Messori della canzonetta: in segreto l’avevo previsto). L’ho seguito poco: era un festival particolarmente noioso e insincero, un po’ disorientato e senza quid (che il Festival è sempre specchio del paese, si sa). Livello delle canzoni, basso. Metà dei big francamente ignoti, penso non solo per colpa della mia anzianità. Quando l’altra sera sono usciti fuori il maglioncino arancione di Francesco, la scimmia e la loro danza leggera, furba e sorridente – e forse anche un po’ seria – come il loro testo, ci siamo tutti risvegliati sul divano. Non so se è per questo che ha vinto, ma Francesco Gabbani è un giovane, non uno che fa il giovane. È uno che sa sorridere con intelligenza, ancorché démodé (fatela voi la rima panta rei / e singing in the rain, se vi riesce). Ti lascia il dubbio di aver capito qualcosa che noi non sappiamo, su questi tempi. E comunque ha una marcia in più. Sa che la leggerezza non è per forza banalità, e viceversa.
È stato bello che abbia vinto contro Fiorella Mannoia. Ho letto tante scemenze, a me non frega niente di come vota la Mannoia. L’ho sempre trovata insopportabile così quando era l’emblema della sinistra settaria e moralmente superiore come adesso che si dichiara grillina, non so se pentita. Insopportabile su twitter (l’ho dovuta defolloware per non insultarla) e meravigliosa, intendiamoci, come cantante. La sua canzone, interpretata con la solita abbacinante perfezione, era appunto, banale e pesante. Era un sermone col ditino puntato, un distillato di politicamente corretto. Meritava di essere sconfitta da una scimmia che balla. Tutto qui. La Mannoia era la Hillary Clinton di questo Festival. E come accade spesso alle Hillary Clinton, era talmente perfetta e pronta per vincere che non ha vinto.
E però mi è piaciuto vederli aspettare il verdetto sottobraccio l’uno all’altra, come una zia col nipote. Mi è piaciuto vedere lui imbarazzato e poi inchinato al cospetto della regina sconfitta. È stato giusto. È così che dovrebbe essere. È così che il futuro dovrebbe abbracciare il passato: con questa allegria e con questa umiltà. E viceversa, l’ho già detto. Per questo ringrazio Francesco anche quest’anno, oltre che per tutto il resto: per la sua buona educazione, per il suo senso delle cose e delle loro proporzioni. Per la sua maturità.

Rottamare il telefono: un caso di psicopolitica

Scrive sul Foglio* l’ottimo David Allegranti – ed è uno scooppettino divertente, perché molto si è parlato nei giorni scorsi di messaggi e mail a cui l’ex premier non risponde – che Matteo Renzi, dopo le dimissioni, ha cambiato telefono. Nel senso di numero, ovviamente. Allegranti, che è giornalista accurato e attento, riporta anche il commento della sua fonte, un anonimo senatore renziano: “È normale – dice dunque il parlamentare – dopo una sconfitta”.

Ecco, io penso che su queste cinque righe di articolo bisognerebbe scrivere diversi tomi scientifici. Non ho ancora deciso però la materia: di psicologia o di politica. Sono incerta, per dire, tra la valutazione comportamentale di un individuo adulto che, dopo aver subito una plateale smentita, decide di rendersi irrintracciabile a tutti coloro a cui non ha voglia di parlare e quella di chi, chissà se richiesto del suo parere, si affretta a definire questa reazione “normale”. Continua a leggere