Renzi è già uscito dal Pd. Ammesso che ci sia mai entrato, cosa di cui dubito

Lo dico ai tanti amici angosciati dalle incredibili interviste dei renziani, annuncianti una scissione priva di alcuna plausibile motivazione politica, anzi una “separazione consensuale” in cui addirittura Renzi “lascerebbe” qualcuno libero di rimanere nel partito perché, si sa, l’uva è acerba.

Lo dico a Gianni (Cuperlo), a Peppe (Provenzano), lo dico soprattutto al mio più vecchio amico Dario (Franceschini) che lo sa meglio di tutti, come lo so io: non è vero che le scissioni sono sempre foriere di sventure e di sconfitte.

Io nel 1994 ne ho fatta una fichissima di scissioni. Quella scissione portò al governo un nuovo centrosinistra, e il suo leader morale oggi è al Quirinale a rappresentare e a difendere le nostre istituzioni, la democrazia, noi tutti, come nessuno saprebbe fare al suo posto. Ne ho fatta un’altra poi, nel 2017: non è andata altrettanto bene nelle urne, ma il passare del tempo mi sta rassicurando che tutti i torti non li avevo. E qualche conferma – e qualche soddisfazione – me la state dando anche voi amici, con le vostre interviste e le vostre parole di questi giorni: grazie.

Vi dico, amici: lasciate che facciano un po’ quello che vogliono. Se c’è un moscone che sbatte fastidiosamente contro i vetri, aprite la finestra. Non cambierà niente. Tanto lui, Renzi, è già fuori dal Partito democratico, ammesso che ci sia mai entrato.

Lo so benissimo che è stato eletto segretario legittimamente, lo so che non è un corpo estraneo, che è uno di noi dall’inizio, addirittura dai tempi preistorici del Partito popolare (no Dario?). Sto dicendo un’altra cosa. Quello a cui mi riferisco è la sua totale estraneità all’idea stessa di un partito grande, plurale, contendibile, democratico.

Estraneità che abbiamo visto benissimo nel momento del potere – quando Renzi ha concepito solo le prove di forza e la brutalità (ne siete stati vittime anche voi) come metodo di governo del partito. E che vediamo da quando fa, si fa per dire, “la minoranza” – ora che Renzi non riesce a non sentirsi “controparte” rispetto a chi guida il partito dopo di lui, e per questo deve farne un altro: per “stare al tavolo”.

Perché Renzi non può essere rappresentato da nessun altro che da se stesso, in una triste politica senza politica, capace di passare dal #senzadime al #vengoanchio, dal non voglio poltrone a volevo i toscani, nel tripudio identico e costante dei fans, a seconda delle convenienze tattiche. E chi non è d’accordo è un nemico, o ha problemi psichiatrici, è ossessionato, rosica.

In questo senso il Pd di Renzi non è stato mai il Pd, e Renzi non appartiene al Pd, non ha niente a che vedere col Pd, e non ha niente a che vedere con voi. Né con me. Aprite la finestra amici, che abbiamo un sacco da fare, un nuovo centrosinistra da costruire.

Sembra di stare a Ballarò. Il Pd del 2019 è diventato il M5S del 2013

Dopo la clamorosa spaccatura tra Lega e 5 Stelle, ieri i giornali erano pieni di retroscena – fondati o no – su possibili nuovi scenari di alleanze senza i leghisti, e alla camera era all’ordine del giorno il decreto sicurezza bis, un provvedimento chiave per Salvini, che appariva furente e disorientato, impotente e incredulo. Cosa avrebbe potuto/dovuto fare il principale partito di opposizione? Non dico pensare di far cadere il governo ma metterci un po’ di malizia, un po’ di politica. Lavorare per approfondire il solco che per la prima volta si apriva tra i suoi avversari. Andare a vedere se è vero che tra i 5 Stelle si preparano smottamenti, far capire che c’è interesse, c’è spazio.

Cosa ha fatto il Pd? Ha passato tutto il giorno a litigare furiosamente coi grillini, per una presunta frase di un suo deputato contro le donne incinte (la frase è inverosimile che sia stata pronunciata, ma è talmente inverosimile anche che sia stata inventata che mi sembra più verosimile che siano false per assurdo entrambe le tesi). Dice ma i grillini lo hanno fatto apposta. Dico può darsi, ma l’opposizione c’è cascata.

Quindi, addio politica. Per sicurezza poi, nel corso del pomeriggio, il segretario del Pd ha ribadito per la centesima volta che se cade questo governo c’è solo il voto – sia mai che qualcuno dei grillini avesse creduto che c’è qualche salvezza lontano da Salvini. Quello che aveva lasciato la politica ha urlato di nuovo il suo #senzadime, quello sobrio ha detto che a qualcuno dev’essere preso un colpo di sole misto ad alcolici, e quello che fa il capogruppo per conto di quell’altro ha annunciato una bella mozione di sfiducia a Salvini, per essere sicuro di risospingere anche l’ultimo resistente grillino nelle braccia del Capitano.

Nei tg della sera è passato il solito Pd urlante e scomposto, indistinguibile dai suoi avversari, incapace di convincere un solo elettore che non l’abbia già votato. Guardando questo Pd, ve lo dico, mi sembra di stare a Ballarò (cit.). Un partito terrorizzato da qualsiasi scenario politico che richieda di scegliere, di nominare i suoi avversari e di avere una strategia per batterli, di uscire dall’isolamento, di mettere in discussione qualche sua scelta, di dire che non ha sempre avuto ragione, di smettere di dare l’idea che chi non lo ha votato debba chiedergli scusa. Un partito che tra poco ci dirà che vuole aprire il parlamento come una scatoletta di tonno e salirà sui tetti, perché le sceneggiate sui banchi dell’aula non gli basteranno più.

Invocano il loro “elezioni elezioni”, come l’occasione per uno di legittimarsi come leader, per l’altro di fare la sua corsetta in surplace da candidato premier, per chi è rimasto renziano di incassare la sua quota, per chi è diventato zingarettiano di ristabilire gli equilibri, per chi è orfiniano di rifarsi una verginità a sinistra, eccetera eccetera. Senza preoccuparsi minimamente di avere un’idea di cosa dire all’Italia, di come tornare a governare da sinistra. Chi prova a fare politica è un traditore, un ubriaco, uno che briga perché vuole star sempre in maggioranza. Elezioni, elezioni, elezioni.

Desolante dirlo, ma il Pd del 2019 è diventato il Movimento 5 Stelle del 2013. E rischia di fare la stessa fine.

(Se volete leggere altre ovvietà come quelle che ho scritto, c’è un’intervista di D’Alema su Repubblica).

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Titanic a Roma: la registrazione integrale di Radio Radicale (grazie)

La presentazione di Titanic a Roma, ieri sera, è stata proprio come speravo che sarebbe stata. Mi assomigliava. C’erano proprio (quasi) tutte le persone che speravo ci fossero. Una serata memorabile. Quindi ad uso degli storici dell’età contemporanea, lo posto qui per non perderlo. Che si sa, la storia la racconta sempre chi ha preso appunti (autocit. di cit.).

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“Uh quanti giovani”: riflessione controcorrente sulla campagna elettorale

Una delle osservazioni più scontate che ti fanno quando pubblichi sui social la foto di qualche iniziativa elettorale è: ma son tutti vecchi! (non manca ovviamente la versione original-spiritosissima: “uh quanti giovani!”). Del resto sono anni che nel discorso pubblico italiano essere giovani viene considerato un pregio in sé, nonostante notevoli evidenze del contrario.

Ora, premesso che è vero che alle iniziative di campagna elettorale (di tutti i partiti in genere, Movimento Cinque Stelle unica parziale eccezione, non certo solo del mio) in genere i giovani non ci vanno in massa, e premesso anche che gli anziani votano, e il loro voto vale uno come quello dei giovani per cui non capisco cosa ci sia da schifarli tanto, vorrei far notare pacatamente una cosa.

L’altro giorno ero a Livorno con Bersani per la campagna elettorale di Articolo Uno e della coalizione di centrosinistra. Ho postato una foto della platea e naturalmente subito qualcuno ha commentato “uh quanti giovani!”. Ho spiegato con qualche soddisfazione che a Livorno il programma prevedeva che dopo l’iniziativa del pomeriggio Bersani la sera incontrasse i giovani in birreria: e la sera la birreria Ribello Gallo era strapiena, e i ragazzi sono andati avanti più di due ore a fargli domande, a riprova del fatto che se li cerchi dove ci sono, e soprattutto se hai qualcosa da dirgli, ai giovani la campagna elettorale interessa eccome.

Ma poi siccome sono un po’ tignosa ho chiesto a Marco Chimenti, il nostro coordinatore provinciale: qual è l’età media degli abitanti di Livorno? E lui mi ha risposto: “Cinquantacinque anni”.

E così io, che sono una rompiscatole, ho pensato chissà se dovremmo stamparceli con la stampante 3D, i giovani, per far contenti certi argutissimi critici. Che continuano a fare scelte politiche, e a giudicare la politica, avendo in mente un’Italia che semplicemente non esiste.

Archiviare il segretario candidato premier? Compagni, fate con comodo

La modifica statutaria per separare la carica di segretario e candidato premier venne proposta nel 2013, durante la segreteria Epifani. Si trattava semplicemente di prendere atto della realtà, non solo per salvaguardare il premier in carica, che si chiamava Enrico Letta, era del Pd e NON ne era il segretario. Ma per prendere atto che il sistema non era PIU’ né bipolare né maggioritario, e quindi nessuno poteva più pensare di essere “il candidato premier” di niente. Quella modifica allo statuto fu bocciata, per una convergenza tattica tra alcuni nostalgici ideologi di un purismo ulivista fuori tempo massimo e coloro ai quali di quella norma statutaria volevano farsi forti per raggiungere i loro obiettivi di potere: cioè scalzare Letta e sostituirlo a palazzo Chigi. Naturalmente i primi, come sempre, hanno fatto il gioco dei secondi.
Successivamente è stata addirittura approvata una legge elettorale che, con un sistema proporzionale e multipolare, prevede addirittura la figura del “capo della coalizione”, anche se la coalizione non c’è. Cinque anni di retorica bugiarda e di distanza dalla realtà.
E adesso leggo che per qualcuno quella modifica sarebbe “frettolosa”. Alla buon’ora, compagni. Fate con comodo.

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Informazione e propaganda: a margine di un flame su Tony Nelly e sul decreto Dignità

Mi sono ritrovata dentro un curioso flame che vi voglio raccontare. Sabato pomeriggio, mentre ero in spiaggia, ho visto sul telefonino un tweet di Repubblica che rilanciava un pezzo del sito avente come argomento il tweet di una persona che ringraziava polemicamente Di Maio per il fatto di essere prossimo a perdere il lavoro a causa del decreto Dignità. Il tweet era di un account che si chiama Tony Nelly. Giuro: Tony Nelly. Sta cosa mi ha fatto ridere, e così ho risposto: Cioè scusate : io vi voglio anche bene ma questo si chiama Tony Nelly e a voi non v’è venuto nessun dubbio? Ma nemmeno mezzo?

In seguito a questo, non necessariamente a causa di questo eh, sono successe varie cose:
– nel giro di qualche minuto anche il Corriere ha pubblicato un pezzo sul tweet di Tony Nelly disoccupato per colpa del decreto Dignità (e per par condicio ho rilanciato anche questo);
– il mio tweet ha suscitato moltissimi commenti e reazioni, che mentre scrivo continuano a crescere;
– in particolare mi sono divertita molto con un certo Leo (@lctr82) che mi ha scritto: Mia moglie sta per essere assunta a tempo indeterminato. Posso scrivere pure io un tweet, come Tony Nelly, ringraziando Di Maio per il posto di lavoro e poi finire su ? Ho già pronto il nuovo nickname “Mara Tin”;
– 
la collega e amica Cristina Cucciniello, collaboratrice del gruppo L’Espresso-Repubblica, che evidentemente non stava in spiaggia, mi ha segnalato che Tony Nelly esiste,
si chiama Simone, ha 32 anni, è di Biella, il suo nome account è “ilFonf”, ha un profilo Instagram con stesso nick () e – grazie agli amici che lo taggano – si scopre che si chiama Simone Bonino (). numero di googlate necessarie: 2;
altri colleghi e amici del sito di Repubblica hanno gentilmente assicurato a me e ad altri utenti social che la storia era vera e annunciato successivi approfondimenti; 
Repubblica ha pubblicato e twittato – il giorno dopo e con diverse ore di ritardo su Cristina – un pezzo su Simone Bonino che conferma la veridicità della storia all’origine del tweet di Tony Nelly e racconta il suo essere diventato un “caso” in seguito a quel tweet. 

A seguito di questo piccolo episodio ho fatto un paio di riflessioni che vorrei dirvi. Prima di tutto solidarietà a Simone Bonino, che – leggo – si augura di essere lasciato in pace e con cui mi scuso per aver contribuito al casino in cui si è trovato. In bocca al lupo.

Il punto per me non era che la storia di quel tweet fosse vera o no. Non ho dubbi sulla professionalità dei colleghi di Repubblica e sono certa che l’avessero verificata anche prima delle polemiche su twitter. Va detto che la storia presenta alcune incongruenze, che tanti hanno già sottolineato e su cui non torno perché i motivi per cui quel ragazzo perderà il lavoro per quanto mi riguarda sono affari suoi, come quelli per cui ha fatto quel tweet e ha scelto di stare su twitter con quell’account (segnalo però che Antonio Bonino non è uno sprovveduto sui social, essendosi laureato, leggo, nel 2011 all’Università di Torino con la tesi in informatica giuridica dal titolo: “Il problema della tutela dei dati personali in internet: il caso dei social network”).

Il punto per me non era Tony Nelly, era la scelta di Repubblica di fare un pezzo su quel tweet, e spero di riuscire a spiegarlo senza fare arrabbiare nessuno. Peraltro era il secondo pezzo in pochi giorni fatto così: il 27 luglio era già uscito quello sulla povera mamma, “prima vittima” del decreto Di Maio.

Sia chiaro: io avrei votato contro il decreto Dignità, se fossi stata in parlamento. La lista che mi rappresenta, Liberi e Uguali, ha votato contro. Però queste due persone non perdono il lavoro per via del decreto; lo perdono perché le loro aziende pretendono che continuino a lavorare per loro a tempo indefinito senza assumerle, come consentito dal Jobs act che il decreto dignità in parte (per me insufficiente) modifica. Dico di più: al loro posto verrà assunto, sempre a termine, qualcun altro. Credo che una informazione completa dovrebbe dire questo, non limitarsi a raccogliere in rete qualche caso esemplare. Anche perché un amico ce l’ho anch’io, si chiama Nicholas e la cooperativa per cui lavora, non potendogli più rinnovare il contratto a termine, gli ha detto che lo assume; ma non mi sognerei mai di farne un fenomeno da social per dimostrare che Di Maio è buono, mica sono la moglie di Leo, mica sono Mara Tin, io.

Infine: non c’è niente di male nel fare propaganda: è un mestiere anche quello. Non c’è niente di male nemmeno nel fare un giornale di partito. Nella mia ormai non breve carriera ho praticato questi mestieri in tutte le loro sfumature, ho un certo know how e sono pronta a metterlo a disposizione. Non sono mestieri facili, nessuno di questi: bisogna saperli fare. Fare un pezzo che fa discutere è certamente un merito. Andare a cercare sui social il tweet con la storiella che conferma una tesi precostituita, però, un po’ meno. Perché quella è propaganda, non informazione. Che sia buona o cattiva propaganda, possiamo discutere. Propaganda comunque non vuol dire malafede. E però propaganda e informazione sono cose diverse. E andrebbero tenute separate.

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Appunto sull’articolo 18 (e però voi lo avete votato, eccetera)

Allora:
– il Jobs act era un decreto delegato. Questo significa che il parlamento vota una delega al governo che poi sulla base di quella delega scrive, con una certa seppur limitata libertà, i decreti attuativi. La delega conteneva varie norme sul lavoro (contratto a tutele crescenti, riforma degli ammortizzatori sociali ecc) tra cui la disciplina dei licenziamenti. Nel voto finale sulla delega fu posta la fiducia, che la minoranza Pd votò per senso di responsabilità dichiarandosi contraria ad alcune parti del provvedimento.
 – durante l’esame della delega, sia in sede partito (direzione) che in sede parlamento (gruppo) la minoranza Pd aveva presentato documenti che esprimevano una posizione contraria all’abolizione dell’articolo 18 e che erano stati regolarmente bocciati.
– nella delega, in base a un accordo interno al Pd garantito da una mediazione del presidente della commissione lavoro Cesare Damiano, e votato dalla direzione del Pd all’unanimità – renziani compresi quindi – si era comunque raggiunta una mediazione anche sui licenziamenti che prevedeva il no ai licenziamenti collettivi e norme che limitavano l’abolizione dell’obbligo di reintegra. In seguito, il governo sconfessò quell’accordo e gli stessi parlamentari renziani della commissione lavoro introducendo i licenziamenti collettivi. L’eccesso di delega venne denunciato da subito dallo stesso Damiano, allora membro della maggioranza Pd.
– in precedenza, durante il governo Monti, l’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani aveva impedito l’inserimento dell’abolizione dell’articolo 18 nella legge Fornero, mettendo in gioco il proprio stesso ruolo.

Qui il video:

Tanto vi dovevo.

Vi racconto una cosa su Mattarella e il fare opposizione

E’ da qualche giorno che voglio raccontarvi una cosa su Sergio Mattarella. Dal ’98 al 2001, sapete, Mattarella era stato ministro della Difesa. Poi nel 2001 aveva vinto la destra, io lavoravo al giornale della Margherita e così, in quei successivi cinque anni di opposizione, ogni volta che capitava qualcosa di relativo a questioni militari, internazionali, diplomatiche, per sapere cosa pensasse l’opposizione il mio direttore in riunione di redazione inevitabilmente (e logicamente) diceva: “Intervistiamo Mattarella”.

E siccome in quella redazione ero io più o meno l’addetta al pezzo politico di giornata, alla Margherita, all’Ulivo e ai democristiani, lo diceva guardando me.

E allora io alzavo gli occhi al cielo e telefonavo/mandavo un messaggio/andavo alla camera a cercare Sergio Mattarella. Ma la risposta la sapevo già, perché era sempre la stessa. “Cara Chiara, parlo volentieri con te e con Europa di tutto quello che ritenete. Ma assolutamente NON di una materia come questa, che riguarda il mio precedente incarico da ministro”, mi diceva con la consueta inflessibile cortesia. E io doverosamente, e pensando alla faccia che avrebbe fatto il mio direttore, insistevo e trattenevo parolacce e dicevo ma presidente (lo chiamavo così perché era stato capogruppo), ma scusa, ma se non le chiediamo a te queste cose ma a chi le chiediamo? Ma chi ce le deve dire? E lui, inossidabile: “Temo proprio che non sarebbe opportuno né elegante”.

Mi viene spesso in mente, Mattarella. Io pensavo che fosse un po’ esagerato, al limite dell’autolesionismo, questo scrupolo. E a dirla tutta lo penso ancora: eccheccavolo. E tuttavia, di fronte a certi accanimenti ossessivi che vedo in giro, mi è venuta voglia di raccontarvi questa cosa su Mattarella, e sul fare opposizione. Parlando così, in generale.

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Ma andate a cagare voi e le vostre bugie. (La favola di Adamo ed Eva)

Chiedo venia trovo un po’ esagerato
pagare tre volte un litro di benzina
sentirsi dire con sorrisi di rame
che sono costretti dal mercato dei cambi
ma andate a cagare voi e le vostre bugie

Basta cazzate, basta. Non ricostruiremo un progetto di sinistra con le frasi fatte e i luoghi comuni. Non usciremo dalle rovine con le ipocrisie autoassolutorie. Basta. Basta. Facciamo i nomi, io per prima.

Adesso mi venite a dire che bisogna andare “oltre il Pd” (Romano Prodi, tra gli altri). Dopo che per anni siete stati al caldo in un Pd sempre più piccolo, chiuso, monocorde a spiegare che guai ad andarsene perché “siamo una comunità”, e a battezzare subito “padre nobile” chi ripeteva questa banalità ipocrita e falsa – falsa, dopo i 101, dopo Marino, dopo Letta, dopo le espulsioni dalla commissione di ex segretari e ex presidenti, dopo le dimissioni di un capogruppo senza dibattito e discussione, senza che nessuno fosse capace di dire che se il Pd avesse avuto “padri nobili”, sarebbero state impedite tutte queste cose senza bisogno di fare scissioni. Siamo una comunità, come no.

Santi numi ma che pena mi fate
strozzati inghiottiti come olive ascolane

Adesso mi venite a spiegare (Michele Serra) che l’atto di morte della sinistra sono state le elezioni in Emilia Romagna, quando votò il 37 per cento – in Emilia Romagna! -, ma grazie. Grazie da parte di tutti i gufi rosiconi, insultati perché guastavano la festa, “l’astensionismo è un fatto secondario”, certo. Adesso ci spiegate che invece del diluvio grillino è arrivata la valanga leghista (Sergio Rizzo, inviato in Toscana): ma quanto era bello prendere in giro chi diceva “non vedete la mucca nel corridoio”, non è vero?

Pensarsi arrivati dopo un lungo week end

Basta dire che è stata colpa di tutti allo stesso modo. Di chi diceva “così perdiamo” e di chi faceva così lo stesso, perché certo sono odiosi quelli che dicono lo avevo detto. E però lo avevano detto.

Basta dire che i problemi c’erano già prima, e in fondo Renzi ha addirittura frenato la caduta (Enrico Mentana). E certo che c’erano i problemi. E certo che forse la sinistra avrebbe perso lo stesso, di fronte all’onda di destra, anche senza gli errori di chi ha sbagliato. Ma un conto è perdere, un altro smobilitare, “perdere se stessi”, scrive Ezio Mauro. E però qualcuno lo aveva detto. Volete dirmi che anche con Bersani segretario il Pd avrebbe perso Imola? Ma nemmeno se lo vedessi succedere ci crederei. Ma basta.

Credo di notare una leggera flessione del senso sociale
la versione scostante dell’essere umano che non aspettavo
cadere su un uomo così divertente ed ingenuo da credere ancora
alla favola di Adamo ed Eva
favola di Adamo ed Eva

Basta dire che “tutti hanno fallito, e chi ha fallito deve lasciare il campo”. Fatemi i nomi. Chi ha fallito? Quando? Chi deve lasciare il campo? Quale campo? Se no sono solo frasi fatte, come quelle di cui vi siete cibati per anni a colazione, pranzo e cena, tipo “non voglio un partito pesante, voglio un partito pensante”: cazzate. Chi deve lasciare il campo? Perché? E soprattutto: siamo sicuri che non lo abbia già lasciato, e che ci siano da tempo praterie aperte davanti a gente che semplicemente non è capace di correre? Hanno fallito tutti allo stesso modo? Siamo sicuri?

E davvero “Basta con il renzismo e con ciò che l’ha prodotto, da D’Alema a Bersani” (Massimo Cacciari)? Davvero aver capito per primo la sfida di Renzi dentro il Pd, averla accettata contro il parere di tutti e averla vinta è uguale a “averlo prodotto”? Davvero Cacciari e quelli come lui sono innocenti e possono continuare a sputare sui “gruppi dirigenti del passato” e stabilire chi saranno i buoni del futuro?

E infine basta dire che “la gente vuole facce nuove”, basta. Ha vinto Scajola, vi volete rendere conto? Cosa vuol dire essere giovani? Vuol dire crederci, avere coraggio, entusiasmo, curiosità, generosità, capacità di mettersi in discussione, voglia di rischiare. Vuol dire voler cambiare il mondo, essere giovani. E invece non ho mai visto una classe dirigente più boriosa, supponente e poltronara di quella dei miei coetanei rottamatori – e di chi ne ha cantato l’ascesa. La gente vuole teste giovani, e voi siete vecchi dentro.

Siamo uomini troppo distratti
da cose che riguardano vite e fantasmi futuri
ma il futuro è toccare mangiare tossire ammalarsi d’amore

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Il congiunto e il congiuntivo (breve nota triste)

Io lo so, che #sichiamavaPiersanti. Lo ricordo ogni sei gennaio. Ho scritto più articoli su Piersanti Mattarella di buona parte dei miei colleghi. Ho lavorato, per scelta, al Popolo e a Europa, giornali che il sei gennaio la pagina su Piersanti la facevano anche prima, quando Sergio non era ancora presidente. Ho intervistato i suoi amici, ricordo nitida nel dire la portata storica, politica, generazionale di quell’omicidio allora un po’ finito in ombra, Maria Eletta Martini.

Ho letto la sua biografia, scritta da Giovanni Grasso, oggi portavoce del presidente della Repubblica. Sono stata alla presentazione del libro al senato, c’era Sergio Mattarella e c’era Pietro Grasso, non solo come padrone di casa: Grasso era il magistrato di turno a Palermo quel sei gennaio, arrivò lì d’urgenza quella mattina e poi condusse per anni le intricate e ancora oggi parzialmente misteriose indagini. Ho letto altri libri, sul ruolo della mafia e non solo della mafia nella morte di Piersanti. Continua a leggere