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Il Pd e i girotondi sulla crisi, analisi di un partito

Intervista a Formiche.net

di Francesco De Palo

“Un grande errore dare del filo a Renzi. Il Pd ha mostrato troppa equidistanza tra Conte e Italia Viva”. Lo dice a Formiche.net Chiara Geloni, già direttrice di Youdem e autrice del libro “Titanic. Come Renzi ha affondato la sinistra” (PaperFIRST, 2019) che scompone la crisi di governo nei suoi aspetti più intestini. Punto di partenza non è nell’oggi e nella possibile rottura di queste ore all’interno della maggioranza, ma nell’ultimo decennio quando il Pd ha mutato il proprio status anche personale, osserva. E sul Conte ter dice che…

Chi decide la linea nel Pd?

Naturalmente non ho dubbi che sia il segretario. Ma la domanda è resa legittima dal fatto che, in effetti, una delle non poche anomalie di queste giornate è che sembrano non esserci più neanche i luoghi, né i momenti in cui la politica dica qualcosa guardando le persone negli occhi. Nessuno ricorda un grande discorso pubblico o una grande intervista di Zingaretti attraverso i media o i canali social del partito a tutti gli uomini e le donne del Pd per raccontare cosa sta succedendo. Mi pare volersi affidare solo al retroscena, alle voci che filtrano o ai vicesegretari. Si arriva così al paradosso di Renzi che manda a Bettini, un autorevolissimo privato cittadino, le sue proposte sul Recovery.

Quanto conta realmente Nicola Zingaretti e quanto Dario Franceschini (e tutti gli altri) mentre al partito manca una fase assembleare, al netto dell’emergenza Covid?

Il momento assembleare manca per i motivi noti, ma al di là del Covid mancano i partiti. Manca una sede, un luogo, un giornale dove la linea del partito venga fuori come frutto non di un assemblearismo sessantottino, ma di una vera discussione tra veri leader che esprimono vere opzioni politiche. Non sono scandalizzata dal fatto che Zingaretti non sia l’uomo forte che decide senza discutere, quanto dal contrario: ovvero che i partiti non sono più luoghi in cui si discute. Il pluralismo è una bella cosa ma oggi nei partiti sembra un po’autoreferenziale perché si svolge tra membri del gruppo dirigente e non tra leadership che esprimono diverse sensibilità condivise. Parlo del Pd perché è stato l’ultimo dei partiti, ma vale anche per tutti gli altri.

Il Pd ha più volte detto chiaramente di non voler uscire dall’attuale schema di governo. Ma come pesa i rilievi al governo di Gentiloni e Sassoli sul Recovery?

Non credo sia giusto considerare qualsiasi opinione contraria come una critica. Il governo aveva elaborato una bozza sul Recovery che come tale era suscettibile di modifiche. Le critiche o i rilievi non vanno considerati come lesa maestà. Ciò che appare inaccettabile del Pd è la stata sua troppa equidistanza tra la posizione di Conte e quella di Italia Viva a tal punto che Renzi ha potuto dire, debolmente smentito, di parlare anche a nome del Pd. Il partito avrebbe dovuto essere più fermo nel difendere non Conte come persona ma come prospettiva di governo e come modo di starci, modus che non può essere rappresentato dal comportamento di IV, a prescindere dai torti e dalle ragioni. Non si sta in una maggioranza in questo modo, dando ultimatum ogni giorno, soprattutto dall’alto di una percentuale che, ovviamente rispetto, ma che in quanto tale non può pretendere di influire su tutta la linea.

È vero che un pezzo del Pd concorda nella tesi renziana?

Temo che il Pd abbia pensato che Renzi potesse rappresentare, con più libertà, un disagio presente tra i dem. È stato un grave errore, perché Renzi non è affidabile né controllabile, né può essere il rappresentante della cultura di governo Pd. Per cui non è interesse del Pd mantenere questa ambiguità, rispetto ad una fase che è già stata giudicata molto severamente dagli elettori.

Si poteva evitare di arrivare a questo punto, in un momento complicatissimo come quello in cui l’Italia si trova?

Sì. Ma sto ascoltando considerazioni sgradevoli anche sul piano umano: sono quasi dieci anni che ciò accade all’interno del Pd dove, prima ancora che una frattura politica, penso siano stati superati quei limiti umani che consentono la sopravvivenza di una comunità. Di questo sono stata testimone. Il Pd rifletta su questo aspetto, anche per valutare cosa accadrà nei prossimi giorni. Un governo può cadere e, molto laicamente, un’esperienza si può anche chiudere: ma c’è modo e modo di gestire una fase del genere e troppo spesso in passato il Pd ha gestito dei passaggi importanti calpestando le persone, con un messaggio sentimentalmente suicida rivolto agli elettori.

Bettini è un libero battitore oppure no?

Apprezzo il suo contributo e la sua intelligenza, ma non so definirlo. Certo non credo spetti a lui convocare assemblee. Il Pd per varie ragioni è rimasto senza padri nobili: oggi Bettini è l’unico che esercita un ruolo che spetterebbe forse ad una generazione che nei momenti difficili si mette a disposizione in maniera collettiva. Ricordo che all’epoca della segreteria Bersani egli si confrontava nei momenti più critici con un gruppo ristretto ma autorevole di dirigenti. Se oggi Zingaretti volesse farlo, avrebbe molte persone intelligenti da ascoltare. Ma osservo che il Pd è l’unico che non ha più ex segretari al suo interno, salvo Franceschini. Mi sembra una primizia assoluta.

Perché punto al premio Pollyanna. Tre cose sulla mia vita social

Stamattina quando ho aperto Twitter ho pensato che se istituissero un premio per chi mantiene il buonumore di fronte alle peggiori insolenze, illazioni personali, allusioni sessuali, offese professionali, accuse di incompetenza fondate sull’ignoranza dei fatti, ecco senza falsa modestia: mi candido. L’ho scritto in un tweet e ho messo anche l’hashtag: #premioPollyanna. O, non ci crederete: m’hanno risposto che tanto non lo vinco il premio perché modestia e tolleranza non so cosa siano. Ma io infatti mi ero solo candidata!

La pesantezza. Questo è il male del nostro tempo, mannaggia.

Però un po’ mi scoccia quando non riesco a spiegarmi, così se qualcuno avesse voglia di leggere vorrei provare a dire tre cose – non per diradare la shitstorm social ormai costante ma in questi giorni più intensa che in altri, che con quella ormai ci convivo. Ma a futura memoria, per chi fosse interessato a sapere cosa penso, o anche solo cosa fa sì che meriti tante attenzioni.

  1. Ihihihihi: mi ha fatto ridere questo video di Renzi che attaccava la prescrizione, pubblicato da Repubblica, e l’ho twittato con una risatina e una faccina. Ora, lascio perdere le offese e gli insulti, ma vorrei puntualizzare agli “hai preso un abbaglio, perché Renzi la prescrizione l’ha allungata e non abolita” che non sono proprio stupida. Quel video, quell’operazione (non mia, di Repubblica) è esattamente speculare a quella che stanno facendo da giorni i superfans della squadretta renziana: postare video e dichiarazioni di Andrea Orlando contro la riforma Bonafede, fatti quando era un deputato dell’opposizione. Lo stesso ex ministro della giustizia ne ha parlato sui social: “Mi ha puntato la bestiolina”. “Abbiamo votato la riforma di Orlando, abbiamo votato la riforma di Orlando!” ripetono da giorni i fans di chi, esponente di un partito di maggioranza, ha invece votato la proposta di un deputato dell’opposizione che strumentalmente si rifaceva al testo della riforma Orlando, in presenza di un accordo di maggioranza che prevede un altro percorso per superare gli squilibri introdotti dalla riforma Bonafede. Un comportamento che, lo ha detto ieri sera in tv Massimo Giannini, mica la faziosa e ossessionata Geloni, di solito porta dritto alle crisi di governo. E quindi ecco perché quel video fa ridere, e perché l’ho rilanciato: non tanto perché dimostra che Renzi è un bugiardo (cosa vera, ma non rilevante in questo caso). Ma perché dimostra che il contesto politico e generale in cui una cosa accade può cambiare i giudizi e i comportamenti politici, anche senza che questo significhi cambiare idea nel merito. Che è esattamente il motivo per cui un partito di maggioranza non può e non deve votare la “riforma Orlando” proposta da Forza Italia. Ho capito benissimo quel video. E sono in grado, vedete, di spiegare perché l’ho postato – se qualcuno è in grado di leggere.
  2. La Buona scuola: ieri mattina in tv ad Agorà mi è capitato di commentare la vicenda della scuola romana finita sui giornali per aver segnalato sul suo sito la differenza di classe sociale degli alunni che frequentano i diversi plessi che la compongono. Ho detto che le scuole pubbliche non dovrebbero essere costrette a fare depliant pubblicitari o siti promozionali segnalando come un’attrazione l’assenza di disabili e stranieri o la presenza di figli di famiglie “perbene”, e che questo è figlio di una mentalità aziendalista e competitiva introdotta da una riforma sbagliata. La conduttrice mi ha interrotto chiedendomi a quale riforma mi riferissi e io ho risposto: alla Buona scuola del governo Renzi. Il tempo era poco, non era assolutamente un dibattito tra specialisti, altrimenti (a parte che non avrei neanche avuto titolo a parlare, a quel punto) avrei certamente dovuto dire che questa mentalità arriva da lontano, e che ci sono state anche altre riforme che andavano in questa direzione. Le mie parole, inoltre sono state riprese da un video-tweet che ha fatto una sintesi molto “sparata” e ci ha aggiunto un’immagine di Renzi alla fine. Ma vogliamo negare che la Buona scuola abbia dato la spinta finale verso questo esito, stravolgendo completamente alcune posizioni storiche della sinistra sul ruolo degli insegnanti e della scuola pubblica? Ma no, “la Geloni darebbe la colpa a Renzi anche dei cambiamenti climatici e dell’affondamento del Titanic” (beh, dell’affondamento del Titanic sì!), e “la scuola di classe è sempre esistita”, e addirittura “sicuramente tu ne hai beneficato”. Allora guardate, quando io andavo alle medie se abitavi di qua dal Viale andavi alla Rosselli, se abitavi di là dal Viale andavi alla Carducci. Io abitavo di qua, e infatti sono andata alla Rosselli. Che aveva una succursale, dove nessuno voleva andare (chissà poi perché, era a cento metri di distanza) e ci stavano le sezioni D e F. Fecero il sorteggio, finii nella D e infatti andai alla succursale. In classe non conoscevo nessuno. Per me era molto meglio di come funziona adesso, senza depliant e siti promozionali, e maestre che suggeriscono gli abbinamenti tra i bambini e famiglie che trattano per essere abbinate e bambini che si stressano per essere all’altezza della scuola “giusta”.
  3. Però alla fine di tutto sto pippone volevo dire anche una cosa, che poi è il motivo per cui l’ho scritto. Volevo dire che questa non è solo una cosa organizzata, è una tecnica. Una tecnica che usano i politici sui social per avere consenso o intimidire il dissenso. Additare qualcuno, caricaturizzarne il discorso per passare per vittime o attirare simpatie, lasciando questa persona in balia per ore e per giorni dei loro supporter e fanatici. Questa tecnica non è solo orribile: è pericolosa. Anche, perfino, se davvero (e quasi mai lo è) fosse un modo per rispondere a vere offese al leader. Ho letto che Sergio, il ragazzo delle Sardine affetto da dislessia deriso da Salvini in un video e un tweet, sta rischiando di perdere il lavoro perché la sua sicurezza non può essere garantita. Ecco vedete, non lo scrivo per me, io ormai punto al premio Pollyanna. Lo scrivo per persone come Sergio, che è l’ultimo a cui capita questo, o altre a cui è già successo, che non nomino per non contribuire a rimetterle sotto i riflettori. Offendere un leader politico, tantomeno criticarlo, non significa meritare di essere messi alla gogna. Non siamo tutti uguali, né sui social, né nella vita. E dovremmo pretendere che nessuno se lo dimentichi.
  4. (lo so, avevo detto tre). Vi state chiedendo se queste cose di cui al punto 3 le fa solo Salvini? La risposta è no.

Renzi è già uscito dal Pd. Ammesso che ci sia mai entrato, cosa di cui dubito

Lo dico ai tanti amici angosciati dalle incredibili interviste dei renziani, annuncianti una scissione priva di alcuna plausibile motivazione politica, anzi una “separazione consensuale” in cui addirittura Renzi “lascerebbe” qualcuno libero di rimanere nel partito perché, si sa, l’uva è acerba.

Lo dico a Gianni (Cuperlo), a Peppe (Provenzano), lo dico soprattutto al mio più vecchio amico Dario (Franceschini) che lo sa meglio di tutti, come lo so io: non è vero che le scissioni sono sempre foriere di sventure e di sconfitte.

Io nel 1994 ne ho fatta una fichissima di scissioni. Quella scissione portò al governo un nuovo centrosinistra, e il suo leader morale oggi è al Quirinale a rappresentare e a difendere le nostre istituzioni, la democrazia, noi tutti, come nessuno saprebbe fare al suo posto. Ne ho fatta un’altra poi, nel 2017: non è andata altrettanto bene nelle urne, ma il passare del tempo mi sta rassicurando che tutti i torti non li avevo. E qualche conferma – e qualche soddisfazione – me la state dando anche voi amici, con le vostre interviste e le vostre parole di questi giorni: grazie.

Vi dico, amici: lasciate che facciano un po’ quello che vogliono. Se c’è un moscone che sbatte fastidiosamente contro i vetri, aprite la finestra. Non cambierà niente. Tanto lui, Renzi, è già fuori dal Partito democratico, ammesso che ci sia mai entrato.

Lo so benissimo che è stato eletto segretario legittimamente, lo so che non è un corpo estraneo, che è uno di noi dall’inizio, addirittura dai tempi preistorici del Partito popolare (no Dario?). Sto dicendo un’altra cosa. Quello a cui mi riferisco è la sua totale estraneità all’idea stessa di un partito grande, plurale, contendibile, democratico.

Estraneità che abbiamo visto benissimo nel momento del potere – quando Renzi ha concepito solo le prove di forza e la brutalità (ne siete stati vittime anche voi) come metodo di governo del partito. E che vediamo da quando fa, si fa per dire, “la minoranza” – ora che Renzi non riesce a non sentirsi “controparte” rispetto a chi guida il partito dopo di lui, e per questo deve farne un altro: per “stare al tavolo”.

Perché Renzi non può essere rappresentato da nessun altro che da se stesso, in una triste politica senza politica, capace di passare dal #senzadime al #vengoanchio, dal non voglio poltrone a volevo i toscani, nel tripudio identico e costante dei fans, a seconda delle convenienze tattiche. E chi non è d’accordo è un nemico, o ha problemi psichiatrici, è ossessionato, rosica.

In questo senso il Pd di Renzi non è stato mai il Pd, e Renzi non appartiene al Pd, non ha niente a che vedere col Pd, e non ha niente a che vedere con voi. Né con me. Aprite la finestra amici, che abbiamo un sacco da fare, un nuovo centrosinistra da costruire.

Archiviare il segretario candidato premier? Compagni, fate con comodo

La modifica statutaria per separare la carica di segretario e candidato premier venne proposta nel 2013, durante la segreteria Epifani. Si trattava semplicemente di prendere atto della realtà, non solo per salvaguardare il premier in carica, che si chiamava Enrico Letta, era del Pd e NON ne era il segretario. Ma per prendere atto che il sistema non era PIU’ né bipolare né maggioritario, e quindi nessuno poteva più pensare di essere “il candidato premier” di niente. Quella modifica allo statuto fu bocciata, per una convergenza tattica tra alcuni nostalgici ideologi di un purismo ulivista fuori tempo massimo e coloro ai quali di quella norma statutaria volevano farsi forti per raggiungere i loro obiettivi di potere: cioè scalzare Letta e sostituirlo a palazzo Chigi. Naturalmente i primi, come sempre, hanno fatto il gioco dei secondi.
Successivamente è stata addirittura approvata una legge elettorale che, con un sistema proporzionale e multipolare, prevede addirittura la figura del “capo della coalizione”, anche se la coalizione non c’è. Cinque anni di retorica bugiarda e di distanza dalla realtà.
E adesso leggo che per qualcuno quella modifica sarebbe “frettolosa”. Alla buon’ora, compagni. Fate con comodo.

Ma è proprio vero che siamo un’#altracosa? Il governo Conte, Renzi e noi

Nel susseguirsi un po’ stucchevole e un po’ consolatorio di “Bravo!”, “Grazie!” con cui il Pd accompagna in queste ore il proprio addio ai ruoli di governo e l’assunzione dei doveri dell’opposizione, particolare entusiasmo ha suscitato ieri l’intervento al senato dell’ex segretario dimissionario. Non si può dire in effetti che a Matteo Renzi manchino grinta ed efficacia oratoria; e, nel caso specifico, nemmeno argomenti. Al di là di alcune affermazioni assai opinabili, come la rivendicazione di una differenza di stile, in particolare sui social, di cui da tempo il Pd non dà grandi prove, colpisce però nell’intervento dell’ex premier un punto politico sul quale con grande lucidità si è soffermato già ieri sera Filippo Penati su facebook. (continua sul sito articolo1mdp.it)

I 101 cinque anni dopo. La vera domanda non è “chi”, ma “perché”

(Scritto per Strisciarossa.it)

Il quinto anniversario del tradimento dei 101 ha riservato qualche amara soddisfazione a noi cultori della materia. Benedetta dall’autorevolezza della firma del direttore dell’Espresso Marco Damilano e dalla collocazione in prima pagina su Repubblica, sembra definitivamente affermarsi una lettura dei fatti che non solo arriva a suggerire se non i singoli nomi almeno l’identikit dei responsabili, attraverso un ragionamento logico che dalle conseguenze politiche del gesto risale all’indietro ai suoi autori/beneficiari nel mondo renziano e in quello dalemiano (la saldatura tra chi non voleva il Prof al Colle e chi voleva “abbattere il cavallo azzoppato” Bersani), ma che ha anche il pregio di individuare con precisione in quella vicenda “l’otto settembre del Pd”: non fu solo Prodi a essere “bruciato” quel giorno, ma il futuro del partito. Due punti che erano il cuore del nostro Giorni bugiardi, il libro di Stefano Di Traglia e mio uscito alla fine del 2013, e che allora risultavano un po’ meno mainstream di adesso. Continua a leggere

Renzusconi, l’inciucio e gli argomenti ribaltabili

Nel mio ostinato e militante adalemismo – né dalemiana né anti, come spiegavo qui – di una cosa non mi capacito, nell’assistere alle crisi di nervi variamente intense che le interviste di D’Alema provocano: dell’assoluta inconsapevolezza della ribaltabilità di un certo argomentare.

Insomma, D’Alema non dovrebbe osare parlare di Renzusconi e criticare i patti tra Silvio e Matteo, perché lui è l’uomo dell’inciucio e della Bicamerale. Benissimo. Invece voi, ricapitoliamo: voi grondate indignazione da vent’anni per una crostata a casa di Gianni Letta che produsse un patto con Berlusconi sulle riforme istituzionali, poi saltato, raccontato da subito per filo e per segno dai giornali, tradotto in emendamenti la mattina dopo in una commissione bicamerale, stipulato alla presenza di tutti i principali leader politici dell’epoca. E mo’ vi piace Renzi. Boh.

Intanto che vi trastullate con gli stipendi e gli scontrini

In bocca al lupo per questi prossimi due giorni di alto dibattito su: assenze, scontrini, io prendo qui, io taglio là, gnegnegne, dimezzati questo, raddoppiati l’altro e insomma tutta la bella sbornia demagogica alla quale cercherò di non partecipare.
Ribadisco fin d’ora che io sono per parlamentari bravi, competenti, rappresentativi, non ricattabili e ben pagati e per una democrazia libera e pluralista, dove la libertà e il pluralismo siano garantiti anche da uno stato che si assume la sua responsabilità di erogare soldi e controllare come si spendono.
Vi faccio presente infine che intanto che conteggiate quanto risparmieremmo tagliando le diarie o registrando le presenze o facendo timbrare il cartellino ai deputati (che figata, dai, facciamolo!) e vi trastullate con queste ed altre armi di distrazione di massa, abbiamo ricevuto una letterina dall’Europa che dice non tanto che non siamo abbastanza austeri (come fanno a volte, si sa, quei cattivoni), ma che abbiamo provato a fare una manovra senza coperture. Cioè, tecnicamente a imbrogliare. Come facevano quei governi che per un po’ di consenso a breve termine si giocavano il futuro dell’Italia e dei giovani. O come si dice adesso, il futhuro.

Se il jobs act aveva le ruote

“Ma che sagoma Mentana” è il tormentone dell’estate, va benissimo, mi unisco. Aggiungo però due cose:

1) può essere pure che il jobs act andava fatto dieci anni fa. Penso di no, penso che se lo avesse fatto Berlusconi saremmo stati contrari, ma ammettiamo che. Bene: dove sono le dichiarazioni di Matteo Renzi pro jobs act di dieci anni fa? E sennò è troppo facile eh.

2) Matteo Renzi governa adesso. Ricordate questa parola? “Adesso”? Bene, conta come il jobs act funziona adesso, non come avrebbe funzionato dieci anni fa. Leadership è, appunto, comprendere la contemporaneità. Come avrebbe detto il sindaco di Firenze quando faceva i comizi in camicia bianca.

Esercizi di spirito critico (anche per principianti)

1) Chiedersi SEMPRE “ma se l’avesse fatto Berlusconi”.
2) Chiedersi ALMENO OGNI TANTO “ma se l’avesse fatto Bersani”.

Stavo giusto pensando, per mantenermi in esercizio, a cosa sarebbe successo se nella scorsa legislatura il Pd avesse gentilmente sollevato dall’incarico qualche senatore raccoglifirme alla Ichino o qualche scioperatore della fame alla Giachetti, uno che sta in minoranza anche quando è in maggioranza, o qualsiasi altro renziano, veltroniano, fioroniano, mariniano, civatiano o altro a piacere. Proprio in quel momento ho visto questo tweet di una persona onesta, onesta di pensiero intendo, come Andrea Sarubbi.

Ps: commento critico sull’esercizio di spirito critico.
Bisognerà comunque chiedersi come si sta in una commissione parlamentare da esponente di un gruppo e non da singolo. Voglio dire che io non sono sicura di riconoscermi in pieno nell’atteggiamento di Corradino Mineo, dato che penso che un partito debba essere un soggetto politico e non uno spazio per individualismi dei singoli, e che un senatore in una commissione non rappresenti solo se stesso e le proprie opinioni. Tuttavia vorrei ricordare che prima di cacciare la gente forse varrebbe la pena provare a convincerla, non sia mai magari anche a convincersi reciprocamente. Anche perché, ricordo, Ichino e compagnia si dissociavano da testi approvati a maggioranza negli organismi dirigenti del loro partito, Mineo si oppone a un testo che nemmeno il ministro competente, oggi come oggi, sa dire bene qual è.