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Diamanti e il renzismo preterintenzionale di Repubblica

Bello il pezzo di Ilvo Diamanti oggi. È vero, non ha senso accusare Renzi di autoritarismo o di attentato alla Costituzione. La personalizzazione della politica è un processo globale, ormai la politica è così, ha cominciato Craxi, figuriamoci.
E vabbè. Poteva almeno aggiungere “tant’è vero che pure noi a Repubblica ormai ci siamo stufati di contrastare questa roba, che quando c’era Berlusconi ci saremmo incatenati a largo Fochetti per molto meno, per non dire di quando c’era Craxi, che ci saremmo incatenati a piazza Indipendenza”, ma si sa lo spazio è tiranno (e comunque giustamente Diamanti evita, di nominare l’Innominabile).
Poteva aggiungere “c’è stato in questi anni chi in effetti ha cercato di contrastare questa deriva, di restituire a questa democrazia per caso uno sviluppo coerente con le premesse della Costituzione, ed è stato uno sforzo titanico, ma in pochi gliel’hanno riconosciuto e l’hanno sostenuto, perché in fondo un po’ di innamoramento direttista, innestato su quel fondo di antipartito, ce l’abbiamo sempre avuto anche noi di Repubblica, altroché se ce l’abbiamo avuto”, ma vabbè, che pretendiamo.
Niente, ha vinto Renzi e Repubblica è contenta. Senza avere inventato nulla, che gli inventori son stati altri. Senza avere un’idea di come dare “senso al caos”, che il caos gli va benissimo così, e il suo PdR nel caos ci si trova da dio.
Magari non diciamo che è così in tutto il resto d’Europa almeno, professore. Nel resto d’Europa non ci sono i partiti personali, ma partiti che sopravvivono ai loro leader, anche ai più forti, e meccanismi per sostituire i leader. Nessuno elegge il premier né pensa lontanamente di farlo. Nessun partito si chiama Pdr, la Cdu non si chiama CdMerkel, e così via.