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È Gentiloni l’unica speranza

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l’Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Mezzogiorno e ceti medi impoveriti: nella sua dichiarazione programmatica – asciutta ma ambiziosa, non certo le parole del capo di un governo “elettorale” ma quelle di un premier con un solido mandato del Quirinale – è stato soprattutto su queste due priorità che il presidente Paolo Gentiloni ha dato motivo di sperare che il disagio sociale espressosi domenica con la bocciatura della riforma Boschi possa trovare ascolto nel nuovo esecutivo e garantire la necessaria discontinuità rispetto a una stagione politica sonoramente bocciata dalle urne. Complessivamente, un po’ poco, a fronte di tanti messaggi contrari, a volte goffamente e inspiegabilmente contrari, trasmessi in queste prime ore: la nascita del nuovo governo è stata una specie di monumento all’autoreferenzialità. Premier a parte, avrebbe potuto essere la squadra post vittoria del Sì, è stato osservato: ed è vero. Continua a leggere

Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l’Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l’ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”. Continua a leggere

Appunti per l’ora del cialtrone

La campagna referendaria è finita e stiamo entrando a grandi passi nell’ora del cialtrone. Dicesi ora del cialtrone quel tempo interminabile in cui la propaganda deve fermarsi, la gente sta votando, le voci impazzano e non c’è nessunissimo elemento serio sul quale fare un’analisi. Tuttavia le ore scorrono lentissime, i giornali escono, le dirette cominciano e qualcosa si deve pur dire. Quello è il momento in cui il cialtrone entra in campo: sondaggi riservati, compagni strafidati, soffiate altolocate, tutto fa brodo. Risposte risposte risposte, quando invece sarebbe il momento, ora che c’è un po’ di pace, di porsi finalmente qualche sana domanda che possa servire poi a capire i dati veri. Il presente post è dunque un’iniziativa di servizio per chi deve pur passare le prossime ore al riparo almeno dalle cialtronate più grosse, e mantenersi lucido per quando arriveranno i dati. Quindi eccovi le mie, di cialtronate. Continua a leggere

Referendum: ma siamo sicuri che sia la vittoria del Sì a garantire stabilità? (No)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l’Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Aveva destato qualche stupore il fatto che ultimamente Matteo Renzi avesse cominciato ad alludere agli scenari successivi a un’eventuale vittoria del No. È bastato attendere e il motivo è diventato chiaro: gli ultimi sondaggi consentiti prima del silenzio preelettorale rendono quella della bocciatura della riforma Boschi un’eventualità non ignorabile, ed è assai verosimile che il premier quei sondaggi li conoscesse da qualche giorno. Tuttavia la drammatizzazione dello scenario post vittoria del No, da parte di Renzi, è indubbiamente anche una tattica per recuperare il consenso che in queste ore sembra sfuggirgli. Evocare un quadro di instabilità può servire a parlare alla “maggioranza silenziosa”, quella massa di indecisi poco politicizzati e poco interessati ad approfondire il merito della riforma che, pur non disposti ad arruolarsi in un plebiscito pro-Renzi potrebbero temere le incertezze di un eventuale e imminente post-Renzi.
Ma è proprio vero che la vittoria del No porterebbe instabilità? Continua a leggere

Manca qualcuno nell’improbabile campagna anticasta del Sì

Guardavo questo tweet, e qualcosa non mi tornava.

No, non è come pensate. Non è perché questo volantino, uno dei tanti di #bastaunsì contro la “casta”, non si capisce se è un manifesto dei grillini per il No o un manifesto dei renziani per il SìContinua a leggere

Aggiornamento sulla lettera di Renzi agli italiani all’estero

Metto in ordine le cose che ho capito nella giornata di ieri, che in parte avevo già aggiunto come aggiornamento nel post precedente.

  • la questione della privacy non c’entra. In campagna elettorale i dati degli elettori sono a disposizione delle parti politiche in causa (quindi in questo caso del comitato del Sì e del comitato del No) che possono richiederli al ministero dell’interno e utilizzarli per spedire materiale elettorale. All’estero come in Italia.
  • c’è però un piccolo problema: a quanto pare il No quei dati li ha chiesti e non li ha avuti. Lo scrive oggi Il Fatto quotidiano, raccontando che Giuseppe Gargani – non esattamente un uomo inesperto di come ci si muove in un ministero – li ha chiesti e se li è sentiti negare proprio per ragioni (inesistenti) di privacy. Sarebbe molto grave. Vediamo sul punto come si evolve la giornata, in ogni caso il Sì ha come minimo avuto un vantaggio temporale indebito.
  • alle obiezioni di natura istituzionale sulla “lettera del presidente del consiglio” di cui aveva parlato il ministro Boschi, il Pd ha risposto che la lettera è stata mandata dal partito e a spese del partito e che quello della Boschi è stato un “lapsus”. Comprensibile, per carità. Tuttavia la lettera non contiene simboli del Pd ed è firmata “Basta un sì”, cioè si presenta come una lettera del comitato del Sì. Ma nel comitato Matteo Renzi non ha alcun ruolo e come comitato non ha alcun titolo a parlare. Ovvio che in un volantino ognuno mette i contenuti che vuole, ma mi pare che qui sorga una domanda: quali sono i reali rapporti tra comitato del Sì, governo e Pd? In questo nodo potrebbe annidarsi qualche rischio di impar condicio tra i due comitati. Del resto è risaputo che il comitato è frequentato da parecchia gente di casa a palazzo Chigi, se non altro per ragioni di lavoro.
  • con molta prudenza, va detto inoltre che suscita interrogativi, se non è un altro lapsus, l’affermazione del ministro Boschi secondo cui la lettera di Renzi arriverà “contemporaneamente” alla scheda elettorale. Com’è possibile? Il comitato del Sì per caso sa quando ogni singolo consolato spedisce le schede? Qualcuno lo informa? Mica esisterà un meccanismo per cui la lettera di Renzi e la scheda elettorale vengono spedite insieme? Spero che qualche parlamentare chieda chiarimenti su questo.
  • poi c’ un punto politico. Quando Silvio Berlusconi, nell’indignazione e nello scherno dell’Ulivo, spedì a tutti gli italiani il libretto Una storia italiana, zeppo di sue foto come la lettera di Renzi agli italiani all’estero, lo fece in una campagna elettorale nella quale era candidato a presidente del consiglio. Promuoveva se stesso perché era lui l’oggetto della contesa elettorale. Matteo Renzi continua a mescolare la costituzione con i successi del governo e il suo ruolo di partito. Più dice che era stato un errore personalizzare e più personalizza. Non mostra di avere alcuna coscienza del fatto che la costituzione un domani, se vince il Sì, dovrà essere la costituzione di tutti, rendendo quello della vittoria del Sì uno scenario, con queste premesse, piuttosto inquietante.
  • a conferma di questo, le incredibili risposte di alcuni parlamentari del Pd alle domande della minoranza. “Anche Bersani aveva scritto agli italiani all’estero”, hanno detto col tono di chi ti ha proprio preso in castagna. E ci mancherebbe: era il 2013, era il segretario del Pd, era candidato premier. Da dove viene questa inaudita incapacità non dico di rispondere a una critica con serenità, ma almeno di cogliere il punto della critica?

Qualche domanda sulla lettera di Renzi agli italiani all’estero

Riepilogando:

  • alle 17 e 07 di ieri un’agenzia riferisce che il ministro Boschi, incontrando i comitati Basta un sì all’estero, ha annunciato l’imminente arrivo ai 4 milioni di nostri connazionali con diritto di voto fuori dall’Italia, “contemporaneamente alla scheda elettorale. Ma non insieme fisicamente, precisiamolo. Altrimenti scatta subito la polemica” di una lettera del presidente del consiglio agli italiani all’estero.
  • immediate le proteste degli esponenti del No. Gaetano Quaglieriello, sottolineando che il ministro ha alluso alla lettera durante un’iniziativa dei comitati del Sì e non ne ha parlato come di un testo dai contenuti istituzionali, si appella al ministro Gentiloni perché intervenga per ripristinare la parità di condizioni in campagna elettorale.
  • all’ora di cena le agenzie riportano la sintesi di alcuni passaggi della lettera, spiegando che essa contiene le istruzioni su come votare ma anche le considerazioni del premier sul fatto che (cito Agi) “l’Italia goda di un grande rispetto internazionale anche per la stabilità che ha raggiunto” finendo poi per illustrare (sempre Agi) “le ragioni per cui votare Sì”.
  • Enrico Mentana durante il tg di La7 stigmatizza duramente l’iniziativa dicendo che così si falsa il referendum.
  • alle 22 l’ufficio stampa del Pd parla di “polemiche strumentali, pretestuose e del tutto infondate” in quanto “la lettera del segretario Matteo Renzi agli italiani all’estero è un’iniziativa elettorale del Pd, sostenuta interamente dal punto di vista economico dal partito stesso”.

Mi chiedo:

  • se questa versione dei fatti possa essere ritenuta accettabile.
  • se il Pd possieda e disponga di 4 milioni di indirizzi di italiani all’estero.
  • se tale indirizzario sia pubblico e a disposizione di chiunque intenda “sostenere economicamente” l’invio di materiale elettorale.
  • se la lettera si presenta come comunicazione istituzionale o come propaganda elettorale.

Post scriptum: riporto qui quanto risponde a domanda il mio amico Walter, dal Brasile. Gli unici che hanno i nostri indirizzi sono i consolati attraverso l’AIRE (associazione italiana residenti all’estero) quindi l’unica maniera di sapere dove abito è usando i servizi dello stato italiano… Quindi non potrà mai essere una iniziativa de PD perché il PD non ha il mio indirizzo… E se mi manda una lettera lo denuncio per violazione della privacy visto che non c’è scritto da nessuna parte che iscrivendomi all’AIRE avrei ricevuto propaganda politica”.

Post post scriptum: la faccenda non viene ritenuta rilevante praticamente da nessun giornale italiano, a parte il Fatto quotidiano.

Aggiornamento: qualcuno mi ha risposto in privato che gli indirizzi sono a disposizione del comitato del Sì e del No (che non esiste però, mi pare, come soggetto istituzionale). Mi spiace, ma non è una risposta accettabile. Se la lettera è del comitato del Sì, perché la firma Matteo Renzi? Lui non ne fa parte. Se a scrivere è Matteo Renzi, la lettera è del governo o è del Pd. Non si scappa. (Mi chiedo poi come faccia il comitato del Sì a sapere quando il governo spedisce le schede elettorali, in modo che la lettera e la scheda arrivino “contemporaneamente”, come dice il ministro Boschi. Prodigioso, no?)

Se Matteo rottama anche i giovani (turchi)

Oggi sul quotidiano Il Dubbio

Non abbagli lo scontro quotidiano tra Matteo Renzi e i “gufi” che non vogliono il “cambiamento” perché amanti della “palude”: dentro il Pd, come sempre, accadono cose, si muove gente, sassolini segnalano possibili frane. Anche dentro la tutt’altro che placida maggioranza renziana. Un piccolo episodio accaduto domenica nell’ultima sessione di “Classedem” – la scuola di formazione del Pd – rivela come l’asse portante del gruppo dirigente del partito, quello tra il segretario e il presidente, cioè tra la Leopolda e i Giovani turchi, da qualche tempo sia entrato in tensione. Succede quando, tra una lectio di Giorgio Napolitano e un comizio a mano libera del segretario, tra un testimonial del Sì e l’altro (sempre del Sì), il responsabile della formazione, il cuperliano (molto) morbido Andrea De Maria, dà la parola per un intervento al giovane Giulio Del Balzo. In platea partono fischi, qualcuno urla “vergogna!” e se ne va.

Chi è Del Balzo? È il fondatore e presidente di Futuredem, associazione giovanile nata durante le primarie del 2012 a sostegno di Renzi, con il triplice obiettivo, spiega abile lui illustrando le sue slide dopo aver liquidato la contestazione con una frase da politico consumato (“chi se n’è andato evidentemente sa già tutto di noi”), di formare una classe dirigente capace e consapevole, di dare ai giovani possibilità di mettersi in rete, di individuare nuovi percorsi per una sinistra riformista e di governo. Un lavoro che è “a disposizione di tutto il partito”, precisa con intelligenza Del Balzo per spuntare le armi alle accuse di correntismo. Insomma i dinamici Futuredem sono i giovani renziani puri, gli emergenti nel Pd, coccolati dal segretario e dai suoi, e tu non puoi farci niente bellezza. In platea in realtà lo sanno benissimo tutti, ed è per questo qualcuno si alza sdegnato. Perché la consacrazione dei “Future” sul palco della scuola è – evidentemente – uno schiaffo e un’umiliazione per i Giovani democratici, guidati appunto – attenzione – dal “turco” Mattia Zunino, vincitore, grazie proprio all’asse di ferro tra turchi e renziani, di un congresso assai combattuto.

Manco a farlo apposta infatti, chiudendo i lavori, De Maria si produrrà poi in un riconoscimento ufficiale e “a nome della segreteria” per il ruolo dei Gd. A rendere noto il dettaglio ci pensa proprio Zunino che, in un lungo post su Facebook, partendo da un criptico riferimento all’incidente (“Vedete, il punto non è quello di quali mezzi una associazione culturale sceglie di utilizzare per promuovere il suo lavoro. Un lavoro che, personalmente, seguo con interesse e rispetto da tempo”), spiega – a chi ha capito – che “il vero tema” è “un ragionamento più ampio e più profondo su come il Partito democratico sceglie di formare e selezionare la propria classe dirigente”, e che sono i Giovani democratici, forti organizzati e coesi (sul Sì), “la risposta a questa domanda”.

Una toppa che difficilmente nasconderà il buco. Irritazione dei turchi e proteste da sinistra per il riconoscimento agli “ultras” non sono mancati e ce ne sono parecchie tracce sui social. E conoscendo i Gd (e il Pd) la faccenda non è destinata a chiudersi qua.

La grillizzazione di tutti (non solo del Pd)

Questo post è una battaglia persa: so già che finirà travolto dagli opposti fanatismi. Lo scrivo lo stesso perché ne sento l’urgenza, e anche come un dovere di sintesi dei pensieri di tanti amici. Non mi interessa analizzare gli errori dei Cinque stelle: c’è un sacco di gente che li conosce meglio di me ed è più brava di me a farlo, né mi pare che di tali analisi ci sia carenza. A me – lo sapete – interessa il Pd, soprattutto. E mi interessa l’opinione generale e il futuro di questo paese, delle sue classi dirigenti e di chi scrive i giornali, e di chi va a votare – spesso per i grillini – o non ci va. Per questo provo a mettere in ordine alcune cose che ho pensato in questi giorni, in relazione al caso Roma. Lo dico nel caso si ritenga necessario che venga detto: riflettere sull’efficiacia di alcune critiche ai Cinque stelle non significa assolvere i Cinque stelle o essere grillini. È che io penso che se la realtà dimostra che il grillino ha torto e tu ragione, dovresti incartare e portare a casa: non rimproverare il grillino di non essere abbastanza coerentemente grillino. Anche perché, temo, per quanto tu ti grillizzi il grillino resterà comunque più coerentemente grillino di te. In ordine sparso:

Streaming. Ok, dicevano che avrebbero deciso tutto in streaming e invece manco per niente. Ma possibile che adesso lo streaming sia diventato un valore assoluto? Possibile che a fronte di quello che succede il rimprovero che si fa ai grillini sia “e lo streaming?”. Io non ho niente contro le riunioni in streaming, intendiamoci. Ieri su twitter ho ricordato a qualche smemorato che non sono stati i grillini a pretendere lo streaming con Bersani: lo streaming è stata un’idea di Bersani, una sfida ai grillini se volete. E durante la segreteria Bersani il Pd riuniva la direzione in streaming, come adesso. Però: siamo sicuri che sempre, ogni riunione e ogni decisione nella vita di un collettivo vada per forza fatta in streaming? Meglio: siamo sicuri che chi fa le riunioni in streaming prenda le decisioni durante quelle riunioni? Faccio un esempio, e mi scuso con l’interessato: guardavo Orfini a La7 l’altra sera, e parlava anche di streaming, dicendo che solo il Pd fa lo streaming. Ora, certo che Orfini è stato nominato commissario di Roma durante una direzione trasmessa in streaming: ma mica è stato deciso durante quella riunione di nominarlo. Renzi è arrivato e l’ha proposto, tutti gli interessati lo sapevano già, chi ha voluto ha detto la sua in proposito, poi c’è stato un voto e ovviamente la proposta di Renzi è passata (e sorvolo sulle modalità con cui è avvenuto il rinnovo di quell’incarico alla scadenza, a proposito di mail). Mi sembra perfettamente normale che un partito abbia un gruppo dirigente che di fronte a una crisi prende decisioni sapendo di avere la maggioranza per vederle approvate, peraltro. Poi si può votare in streaming, ma non mi sembra un buon motivo per mitizzare una modalità di decisione che non ha senso, e infatti non esiste. Quindi meglio dire “visto grillini che il mito dello streaming è una mezza cazzata?”, piuttosto che dire “e perché non fate lo streaming? vogliamo lo streaming! noi sì che facciamo lo streaming!”.

Andare in tv. Riprovazione generale e hashtag assortiti per Di Maio che dà buca a Semprini, cosa effettivamente antipatica sempre, dare buca intendo. E però ve lo devo dire: un dirigente politico che di fronte a un’emergenza nel suo partito disdice una comparsata in tv per partecipare a una riunione, fa bene. Punto. Fa il suo dovere. E siccome è più facile che avvenga il contrario, siccome è anche successo che sia mancato qualche voto alla maggioranza in aula e qualche senatore si sia giustificato dicendo “ma ero in tv”, attenzione. Molta. Anche all’effetto che fa.

Curricula. Non entro nel merito dell’avviso di garanzia (di cui non sa niente la Raggi, figuriamoci io), e delle bugie o mancate verità sull’avviso di garanzia che sono comunque da condannare, come tutte le bugie dette agli elettori. Però bisogna decidere con chi stare. Se di fronte alla sfida del governo gli amministratori grillini si accorgono che anche le competenze servono, che si può anche coinvolgere chi ha qualche esperienza e competenza, mi pare una cosa buona. Se questi esperti che lasciano un lavoro sicuro lasciandosi coinvolgere dalle incertezze della politica poi non lavorano gratis ma chiedono uno stipendio all’altezza di quello che avevano, mi pare una cosa giusta. La stupidaggine era teorizzare il contrario. Non è che gli puoi dire “aaaaah, ma avevi detto che uno vale uno!”. Gli devi dire “visto che uno vale uno era una cazzata?”. (A margine: quando si sono dimessi Minenna e la Raineri ho letto che esponenti del Pd dicevano che così veniva estromessa l’anima “di sinistra” consegnando la giunta Raggi alla destra. Non so se sia vero, ma mi son chiesta: se è vero, perché il Pd ha criticato la Raineri per lo stipendio e Minenna per il conflitto di interessi ogni giorno che sono rimasti in giunta?).

Giustizialismo. Qui la faccenda è seria: il garantismo è un valore o no? Perché se è un valore devi rallegrarti che il grillino lo scopra, c’è poco da fare. Per quanto interessata e pelosa sia la scoperta, se al Movimento Cinque stelle o al Fatto quotidiano capiscono che un avviso di garanzia non è una condanna e che non tutti i capi d’accusa sono uguali e che non è detto che chiunque faccia politica o collabori con i politici sia un lestofante è un passo avanti per tutti. Non per i grillini o per il Fatto quotidiano eh: per tutti. Se invece di dire questo cavalchiamo noi il giustizialismo per rimproverare i grillini di non cavalcarlo abbastanza, apriremo un’autostrada culturale al giustizialismo. Inutile dire a vantaggio di chi.

Incapaci. Si continua a ripetere questo argomento – vero – dell’incapacità e dell’inesperienza. Però la campagna elettorale è finita. Se ti sei fatto asfaltare dagli incapaci, io starei attenta a non esagerare nel ricordarlo. Anche perché qui, qui a Roma dico, nessuno si è preso la colpa (né in streaming né senza streaming), nessuno ha fatto un’analisi e nessuno ha fatto passi indietro. E dirò di più: se gli elettori votassero i capaci ci sarebbero altri sindaci in tante città, da Torino a Matera. Se gli elettori volessero i capaci forse ci sarebbe anche qualche altro ministro nel governo. Sarebbe meglio chiedersi, e provare a spiegare, perché è meglio votare i capaci e gli esperti piuttosto che gli incapaci e gli improvvisati. Però bisogna avere titolo per farlo credibilmente, temo.

Politica. In conclusione, lo ha scritto benissimo Antonio Polito, “Il vero grande problema dei Cinque Stelle si potrebbe definire esistenziale, ed è stato macroscopicamente confermato dalla crisi di Roma: il suo progetto iniziale, l’utopia rivoluzionaria su cui si fonda, gli impedisce di risolvere i problemi del far politica con gli strumenti della politica democratica. Questo avviene perché il M5S in fondo non crede nella politica. Crede solo in sé, come prefigurazione in nuce di una società ideale, e dunque unico soggetto capace di interpretare e applicare la «volontà generale» dei cittadini, che si esprime attraverso la Rete. Non a caso il software approntato dalla Casaleggio Associati si chiama Rousseau, non Montesquieu. Si nega così una visione laica della politica, basata sulla separazione liberale dei poteri”. Ecco perché bisognerebbe uscire da questa situazione – citazione implicita per intenditori – ritornando alla politica. Cioè: avete presente la grillizzazione? Ecco, bisognerebbe fare il contrario.

Se il jobs act aveva le ruote

“Ma che sagoma Mentana” è il tormentone dell’estate, va benissimo, mi unisco. Aggiungo però due cose:

1) può essere pure che il jobs act andava fatto dieci anni fa. Penso di no, penso che se lo avesse fatto Berlusconi saremmo stati contrari, ma ammettiamo che. Bene: dove sono le dichiarazioni di Matteo Renzi pro jobs act di dieci anni fa? E sennò è troppo facile eh.

2) Matteo Renzi governa adesso. Ricordate questa parola? “Adesso”? Bene, conta come il jobs act funziona adesso, non come avrebbe funzionato dieci anni fa. Leadership è, appunto, comprendere la contemporaneità. Come avrebbe detto il sindaco di Firenze quando faceva i comizi in camicia bianca.