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A Mieli e Tabacci, sul “rancore personale” che uccide l’analisi politica

Caro Paolo Mieli, come reagiresti se io facessi un editoriale in cui affermo che i tuoi articoli sulla sinistra risentono dei tuoi problemi irrisolti con tuo padre, che fu se non sbaglio giornalista dell'Unità? Caro Bruno Tabacci, le piacerebbe se un dirigente di Articolo 1 facesse un'intervista per sostenere che le sue scelte politiche sono frutto di un vecchio trauma infantile?

Non volevo scriverlo questo post. Ma è tutto il giorno che lo rimugino e ci sto male. Così voglio dire subito questa cosa, prima di abituarmici e smettere di pensarla. Se, tra professionisti del giornalismo e tra professionisti della politica, assumiamo come elemento di analisi la categoria del "rancore personale" non c'è più nessuna politica e nessun giornalismo possibile. Non siamo troll, e non possiamo parlarci come troll. Spendere l'argomento del "rancore personale" come un elemento "normale" di analisi dei fatti politici è la morte dei nostri due mestieri. È qualcosa che avrebbe fatto inorridire tutti i nostri maestri, nel senso professionale del termine, ma anche nel senso ideale. Perché è un atto di smisurata arroganza e illiberalità; perché uccide l'interlocutore, delegittimandolo come tale. Chiude ogni dialogo. Rende impossibile il dibattito e la risposta. Così muore il giornalismo, così muore la politica.

Vorrei infine dire qualche parola sul rancore. Quando si esce da un partito qualche ragione di rancore ci può stare, dovreste saperlo. Si incrinano (per fortuna non sempre) antiche amicizie, si dividono percorsi, si dicono a volte parole di troppo. Sono cose che capitano. Io credo che abbiamo diritto, tutti, a provare risentimento. A guardarlo in faccia il nostro risentimento, da persone adulte. A gestirlo e a non fare politica in nome di esso. Sono rimasta nel Pd per tre anni da giornalista disoccupata, dopo vent'anni di lavoro, con tanti amici importanti che non hanno ritenuto opportuno aiutarmi, rivendicando ogni giorno il mio diritto di dire a tutti cosa pensavo, sia che scrivessi un tweet sia che li incontrassi per strada. In quella condizione ho continuato a ritenermi una persona del Pd, per convinzione politica che bisognasse combattere all'interno del partito e per volontà di restare accanto a chi lo faceva.

Io non sono uscita dal Pd per rancore personale, ma perché ho dolorosamente cambiato idea su questo. Mi sono convinta che la partita del congresso era truccata e non c'era possibilità di vincerla. Che le cose in quel partito non si potevano più cambiare. Che troppi ormai se n'erano andati senza rimedio. Io me ne sono andata dal Pd per motivi politici e per fare politica. Potete dire e scrivere che ho sbagliato, ma non avete il diritto di sbattermi su un lettino. Sono una cittadina italiana, e voi non siete il mio psicanalista, quando anche mai ne avessi bisogno. Ho il diritto, e il mio partito ha diritto, di essere trattata da interlocutore politico. Almeno da voi, che di troll e fanatici in giro ce n'è abbastanza. Se potete, grazie.

Riflessioni su un “voto locale”. E un segretario in vacanza

Insomma, "è un voto locale". Sarebbe bello rileggersi i commenti dei renziani quando nel 2012 il Pd vinse pressoché dappertutto ma perse Parma. "Parma oscura tutto il resto", dettò la linea Debora Serracchiani. E Matteo Renzi ne approfittò per ribadire che bisognava assolutamente fare le primarie per scalzare Bersani prima della fine del mandato, perché Bersani "ci fa perdere". Cinque anni dopo, invece, il voto è locale. Anche Genova, anche l'astensionismo da record, anche la destra in rimonta: è tutto locale. E chi dice il contrario, si capisce "vuole usare il voto contro di me", l'infingardo. Mentre lui, Matteo, sta meritatamente in vacanza. Mica si vota a Firenze, è un voto locale. E poi, astuto, sa bene una cosa: che vedere lui in piazza a far campagna rischierebbe di motivare gli elettori dei partiti avversari. Un concetto che sfuggiva a un ingenuo come De Gasperi, a un Mitterrand, a un Barack Obama: tutta gente che, stolidamente, passava le campagne elettorali a far comizi. Senza rendersi conto del rischio che correva. E solo per un caso inspiegabile questi ultimi, ciononostante, qualche volta hanno vinto.

Ma non è delle vacanze di Renzi e delle sue strategie vincenti (che - dice oggi Matteo Richetti - "discutiamo in segreteria": ma s'è più riunita la segreteria Pd dopo le foto in terrazza? Non lo abbiamo saputo). Quello che volevo fare è una domanda al segretario (con calma, quando torna) e ai dirigenti e militanti del Pd, tra i quali ho molti amici, e soprattutto a chi pur non condividendo la politica di Renzi, sostiene che nessuno deve permettersi di mettere in discussione il ruolo del segretario che ha vinto le primarie. Come si concilia questa affermazione con quello che leggiamo sui giornali di oggi? La maggior parte dei candidati del centrosinistra, dice infatti Renziaisuoi, "non sono renziani". "Appartengono - addirittura! - alla precedente gestione". (L'unico riconosciuto da Renziaisuoi come renziano - guarda caso - pare essere il candidato dell'Aquila, che affronta il ballottaggio in deciso vantaggio. Ma anche lì, per non sbagliare, Renzi a sostenerlo mica c'è andato. Bersani sì, per dire).

Ora, se Renzi si sente tenuto a sostenere solo i "suoi", perché gli altri fuori e dentro il Pd dovrebbero rispettarne il ruolo di segretario, e nemmeno in caso di sconfitta avrebbero il diritto di sollevare critiche, non si spiega. E tantomeno, se Renzi risponde solo dei risultati dei renziani, si può concepire che aspiri a guidare una coalizione: come potrebbe infatti farsi garante di un progetto comune? Come può fare il capo del centrosinistra uno che di fronte a una paventata sconfitta del centrosinistra pensa solo a gettare la croce addosso "a tutti i partiti vecchi e nuovi di quell'area" per "scombinare i piani" di chi "punta a metterla in carico a lui"?

Sarebbe bello sapere cosa ne pensa chi s'indigna quando sente dire che Renzi non può fare il federatore del nuovo centrosinistra che sarebbe necessario far nascere. Mentre a chi scrive certe puttanate, mi piacerebbe solo chiedere: ma almeno te le fai due risate intanto, vero?

Una domanda, da qui fuori dal tunnel

Non ho visto il confronto, sono fuori dal tunnel. So che quei serenissimi e distaccati utenti del web che ad ogni mio tweet sul Pd scattano come Bolt per venirmi ad avvertire che (io!) sono "ossessionata da Renzi" non ci crederanno mai, ma non ho nemmeno (ancora) letto bene i giornali. A dire il vero la maggior parte di quello che ho intravisto nei titoli e sui social mi sembra un po' triste e un po' lunare. Tuttavia, siccome le agenzie un po' per dovere professionale le guardo, volevo sapere: ma seriamente qualcuno pensa che Renzi, dopo aver ottenuto nelle primarie una sorta di mandato plebiscitario in bianco, concederà ai perdenti un referendum tra gli iscritti per decidere su quali alleanze dovrà fare il Pd in futuro?

E perché dovrebbe, scusate?

Alcune cose sparse sulla scissione

Sono giornate impegnative, da molti punti di vista. Ho pensato e detto delle cose; ve le lascio qui in attesa poi di metterle in ordine.

Questa è l'intervista che mi ha fatto Pierluigi Mele per il sito di Rainews. "Siamo ancora in tempo a fermare la deriva di Renzi".

Qui invece c'è il video della mia partecipazione a Otto e mezzo ieri sera con Dario Nardella, Evelina Christillin e ovviamente Lilli Gruber. "Bersani - Renzi, l'ultima sfida".

Infine, siccome ogni tanto scatta quella meravigliosa cosa che qualcuno scrive quello che stai pensando e come ti senti meglio di come lo faresti tu, faccio una cosa che non faccio mai e pubblico qui sotto un post della mia amica Monica Nardi. Perché non so come si chiamerà e quando ci riusciremo; ma noi lo rifaremo, il Pd.

Se scissione sarà, verranno a dirvi, o leggerete, che è colpa della fusione a freddo. Voi però per piacere non credeteci, perché è solo una mistificazione paracula. Così come lo è quella dei comunisti polverosi e retrivi da una parte e dei giovani arrembanti e innovatori dall'altra. O lo sono i discorsi sulle vecchie appartenenze o i riferimenti culturali che non si integrano, sull'amalgama, sui democristianoni e i compagni che non si capiscono. Oppure, ancora, quella colossale cretinata dei figli che devono uccidere i padri per avere una identità o i tanti bla bla bla di chi non ha mai messo piede in una sede di partito.

Il punto non è l'incompatibilità tra le culture politiche dei grandi partiti popolari del Novecento, ma l'assenza o la pochezza di cultura politica. Non è la differenza tra valori, ma i valori che sbiadiscono in nome di smaccate e dozzinali logiche di potere, spartizioni, egotismi ipertrofici e fragilità personali.

Io ho un'idea molto chiara sul come si sia arrivati sin qui. Dirla evidentemente non toglie e non aggiunge nulla. Alcuni processi penso di averli subodorati per tempo, altri no, ma tant'è.

Quello che conta, secondo me, è che quella storia lì, quell'afflato di vera giustizia sociale e vera modernità che può nascere in Italia solo da una reale comunità di intenti tra sinistra e cattolicesimo democratico, è stata e RESTERÀ la più straordinaria e nobile intuizione della politica italiana. Quella che, sotto forme diverse, ha prodotto la breve stagione del centrosinistra nei primissimi anni '60, più tardi la sintonia tra Moro e Berlinguer in nome dell'interesse generale del Paese, da ultimo l'esperienza dell'Ulivo con la spinta europeista e quella (oggi purtroppo esaurita) per il risanamento della nostra finanza pubblica.

Una storia e un'unione sempre contrastate, sempre temutissime ora dalla destra destra, ora dai blocchi di potere, quelli sì retrivi e conservatori. È avvenuto anche in questi anni, in modi forse più sofisticati e subdoli, ma il risultato mi pare lo stesso.

Di certo, quell'afflato non si esaurirà e chi saprà restituirgli una dignità politica e culturale avrà reso un servizio al Paese in questi tempi così difficili.

Andreatta diceva a Prodi, proprio negli anni in cui entrambi pensavano per primi all'Ulivo, che l'unico vero orizzonte di ogni politica pubblica dovesse essere la ricaduta sull'ULTIMO DEI CITTADINI. Quelli che non contano niente, quelli che hanno paura, quelli che sono rimasti indietro e non ce la fanno più. Esiste oggi qualcosa di più attuale e importante di questo?

 

Se per sbaglio al congresso del Pd si parlasse di politica

Nessuno sa veramente cosa dirà tra qualche ora Matteo Renzi, ma è probabile che la direzione di oggi apra per il Pd il percorso del congresso. Se così sarà, due narrazioni sembrano prepararsi per accompagnare la lunga procedura di rinnovo della leadership democratica: da un lato quella classica della “Babele”, di un partito litigioso e sfarinato dall'eterno scontro correntizio, e dall'altro quella della “vendetta”, della "resa dei conti" che prepari il ritorno di un Matteo Renzi rilegittimato dal “suo” popolo: “Ci divertiremo”, filtrano già le gazzette più informate sul Palazzo, rendendo il tipico approccio tra irridente e minaccioso al quale ci ha abituati la leadership uscente. "E chi perde rispetti chi ha vinto", come se in un partito non fosse altrettanto necessario, se non più importante, anche il contrario.

Tuttavia, se è vero come osservano in molti che comunque il congresso del Pd sancirà la fine – già decretata dal referendum di dicembre – della stagione “personale” della leadership di quel partito, e che anche un Renzi eventualmente vincitore non potrebbe mai essere un leader dello stesso tipo di quello che abbiamo conosciuto, vale la pena sforzarsi di capire e raccontare il congresso del Pd con categorie politiche diverse da quelle della personalizzazione. Cambiando prospettiva, depurando lo sguardo dalle tossine degli ultimi anni e dalle pigrizie retoriche, tutto diventa perfino più chiaro: perché alla fine è sempre la politica che spiega la politica.

E di politica, nel dibattito del Pd, ce ne sarà da vendere. Per il partito nato dieci anni fa – troppo in fretta e troppo tardi al tempo stesso – dall'esperienza dell'Ulivo si impongono scelte decisive; ma soprattutto una. Il grande rimosso che ci ha regalato l'Italicum – una legge non solo incostituzionale ma, come lo stesso Renzi aveva tardivamente capito prima della sentenza della Corte, politicamente sbagliata – è la fine del bipolarismo. Nel 2013 il Pd non aveva “sbagliato un rigore a porta vuota”, ma aveva drammaticamente incrociato un nuovo fenomeno destinato a manifestarsi in tutto l'Occidente: centrodestra e centrosinistra tradizionali non sono più le due proposte che possono convogliare il consenso di tutto l'elettorato verso due proposte alternative di governo, e il terzo (o i terzi) litiganti rischiano di goderne a scapito dei primi.

Come si combatte in questo nuovo tipo di guerra? Nel Pd le strategie ci sono, e fondamentalmente sono due. O si torna bersanianamente all'Ulivo, a un Ulivo “4.0” che superi le ricette anni '90 ma abbia l'obiettivo di riunificare un campo di centrosinistra, politico ma anche civico, ispirato ai valori costituzionali, che il renzismo e il referendum hanno frantumato; oppure, franceschinianamente, si punta all'alleanza degli europeisti e dei responsabili che faccia argine contro il populismo arrembante. Sono due ipotesi entrambe fondate e legittime sulle quali merita aprire un profondo dibattito congressuale (si ricorda per inciso che il congresso del Pd non è, da statuto, una giornata di gazebo ma un lungo percorso che dura diversi mesi). Ognuna delle due ha una logica e qualche punto debole, soprattutto uno, non da poco, in comune: che sulla carta nessuna delle due basta a garantire la vittoria. Ma non c'è dubbio che da questa scelta di fondo dipenda tutto il resto: quanto tempo serve per prepararsi alle elezioni, che tipo di proposta di legge elettorale, e ovviamente quale leader possa incarnare al meglio la fase nuova.

È sorprendente quanto Renzi da questo dibattito resti fuori. Il segretario, ormai da due mesi, sembra capace soltanto di gestire la partita a colpi di “silenzi” e “mosse” che dovrebbero portare, non si capisce come, a un suo rapido rientro sulla scena. E mentre il partito tende a riorientarsi sull'asse di queste due strategie per il futuro, Renzi ne perde progressivamente il controllo. La sua “vocazione maggioritaria”, l'ambizione di tornare a vincere parlando a un “popolo del 40 per cento” che dovrebbe regalare prima una trionfale conferma al segretario sui suoi avversari interni e poi il premio di maggioranza al Pd solitario della stagione renziana appare ogni giorno più velleitaria. E chi tra i suoi gli consiglia anche in queste ore di tornare a essere “il vecchio Renzi” non lo aiuta a uscire fuori da un'illusione impolitica.

Sulla post verità, sulle bufale, sul giornalismo

Sono stata da tutt'e due le parti della barricata. Sono una giornalista e ho lavorato nella comunicazione politica. Ho fatto la portavoce e l'ufficio stampa, e la vicedirettrice di un giornale e la direttrice di un'anomalissima tv di partito che faceva ottimo giornalismo e ottima comunicazione politica. Me lo dico da sola, sì. Perché so di essere stata nel mezzo di una guerra, in cui nessuno è disposto a riconoscere niente a nessuno. Però forse ho qualche titolo a dire la mia su questa storia del dibattito sulla post verità e poi delle minacce di giuria popolare sulle bufale dei giornali e relative reazioni indignate. Che non mi convincono, né le une né le altre.

Molte cose le ha scritte Michele Fusco, su Gli stati generali. Ne aggiungo qualcuna, in modo molto poco organico perché meglio non mi viene.

Non mi pare ci sia una questione di post verità, secondo me c'è una questione di conformismo. Sul Sole 24 ore di oggi c'è un commento, di Leonardo Maisano, sulle dimissioni dell'ambasciatore britannico sir Ivan Rogers, che guidava le trattative con L'Europa sulla Brexit. L'ho letto, affascinata più che dall'argomento dal titolo: "Ha pagato per il suo realismo". Non so giudicare se il commentatore abbia ragione, ma quello che è interessante è la situazione che descrive: in pratica in Inghilterra alla propaganda terrorizzante sugli effetti del leave ora è subentrata un'altra narrazione, opposta, secondo la quale la Brexit sarà la soluzione di ogni problema e l'inizio di una nuova era di prosperità. Istituti di ricerca pagati da enti vicini al governo euroscettico di Theresa May promettono, e la Bbc rilancia, il fiorire di centinaia di migliaia di posti di lavoro come ricaduta a breve subito dopo la fine del negoziato, tra un anno o due. L'ambasciatore Rogers però era più pessimista. Aveva detto che ci sarebbe voluto almeno un decennio per chiudere le trattative. Insomma, è stato di fatto licenziato, costretto alle dimissioni causa pensiero non omologato. Indipendentemente da chi ha ragione, questo quadro mi pare molto simile a quello italiano. Anche da noi ci sono cose che non si possono dire, che non si sono potute dire per mesi, se non a prezzo di essere gufo, rosicone, disfattista, o di perdere il ruolo o addirittura il lavoro. Il conformismo dei media costruisce una verità, raccontandola. Rende marginale e biasimevole ogni narrazione alternativa. Convince se stesso, e spesso perde di vista la situazione reale. Su questa percezione di conformismo e distanza dal reale Grillo può costruire la sua propaganda fascistoide contro i giornali. Noi giornalisti lo dobbiamo riconoscere.

La propaganda infatti è sempre esistita, il problema è la distinzione dei ruoli. La disintermediazione ha travolto i confini, creando una situazione in cui nessuno fa più il suo mestiere. Mi ha colpito molto, dentro questo pezzo di Marco Damilano, la descrizione, fatta da un anonimo ministro, di come si svolgevano i consigli dei ministri nell'era Renzi: «Il Consiglio durava un quarto d’ora, parlava solo lui. Quando qualcuno di noi si dilungava a presentare un provvedimento veniva subito interrotto: “Faccio io la sintesi!”. I minuti finali li dedicava a darci i compiti mediatici: “Tu vieni con me in conferenza stampa. Tu invece vai questa sera in tv, da Vespa. E domani fai un’intervista con un quotidiano del Nord...”. Da quando c’è Paolo, abbiamo ripreso a parlare tutti...». Con un premier così, chi ha bisogno di un ufficio stampa? Ma anche: con ministri che si fanno trattare così, chi fa politica? Ma il fatto è che questa situazione è stata accettata. Da una larga parte dell'opinione pubblica, dai media, dai politici. Questo ha reso tutti meno credibili e ha costretto tutti a diventare tifosi. Non parlo solo di Renzi, ma di una situazione in cui nessuno ha più fatto il suo mestiere. Ricordo i "#matteorisponde" con qualche giornalista che si azzardava a far domande usando l'hashtag e il premier che si divertiva a sfotterlo: "T'ho beccato!", senza rispondere. Il giorno dopo non c'erano articoli risentiti sui giornali, ma lenzuolate di dichiarazioni del premier in risposta agli utenti di twitter. Era solo colpa di Renzi? No. Eppure Renzi una colpa, grossa, ce l'ha.

La classifica delle bufale alla Leopolda era peggio dei tribunali speciali di Grillo. Al netto del linguaggio di Grillo, l'ho già definito come fascistoide e lo ripeto e lo condanno, quello che Renzi e i renziani non hanno mai davvero capito è che fare certe cose da palazzo Chigi non è lo stesso che farle dal divano di casa, o dal vertice di un partito di opposizione. Credo che i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato senso dello stato, o senso delle istituzioni, e che qualcuno anche nel Pd avrebbe dovuto ricordarselo. Purtroppo invece non solo il Pd ha rivelato una mentalità non dissimile da quella che critica nei suoi avversari - al netto del linguaggio, ripeto - ma ha dimostrato di non essere all'altezza dei suoi compiti verso il paese. Dico una cosa che ho imparato in parte anche riflettendo su me stessa e su qualche mio errore: quando lavoravo al Pd criticavo certi articoli dal mio account privato su twitter a volte non mi rendevo conto dell'effetto che poteva fare a un giornalista una critica che veniva "dal Nazareno", anche se io non parlavo su incarico di nessuno e non ero neanche nell'ufficio stampa del Pd. Ci ho riflettuto dopo, ora che rivendico il diritto, dal mio divano, a dire quello che voglio. Ma stare al governo è un compito che ti dà molti più strumenti per comunicare, e richiede molto più rispetto e cautela, e anche molta più umiltà. Una responsabilità molto più grande che "rappresentare", anche senza averne titolo come io non l'avevo, un partito di opposizione. Che come tale, per le ragioni che ho scritto sopra, ha diritto anche a criticare e denunciare le "bufale" dei giornali, secondo me. Certo non a evocare le giurie popolari contro i giornalisti. O il voto dei fans.

Ultimo punto: l'obiettività dei giornalisti non esiste e non va rivendicata. Mi convinco sempre più, negli anni, della bontà di questa regola che mi sono data all'inizio del mio lavoro. Non bisogna chiedere ai giornalisti di essere obiettivi, perché nessuno lo è. Chi rivendica di esserlo non mi convince mai, nemmeno Mentana, il grandissimo Mentana (dico sul serio), che dice che lui non va a votare da vent'anni. Anche non andare a votare è una scelta politica. Tutti siamo cittadini e persone, e mettere noi stessi in quello che facciamo è l'unico modo per dare ancora un senso al nostro lavoro, che nessun computer o algoritmo può sostituire. L'unico modo per fare bene il nostro mestiere è dire con onestà da che parte stiamo, e assumercene la responsabilità nell'immediato e nel tempo, e sperare di meritare la fiducia della gente. A questo, come scrive Michele Fusco, servono gli archivi: a giudicare e a essere giudicati. Fa parte del nostro lavoro essere giudicati, e tutti hanno il diritto di farlo. Per fortuna.

(A proposito, mi unisco alle domande di Pietro Spataro: che fine ha fatto l'archivio dell'Unità? Sì lo so, è un'altra storia. Ma prima o poi ne parliamo).

Gli errori compresi in ritardo. Perché il renzismo è finito

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

“Abbiamo straperso”. Matteo Renzi ha puntato a presentarsi come uno che ha capito: niente “lanciafiamme” – congresso subito, primarie domani – e un'analisi anche severa, da leader consapevole e pronto a ripartire. Ma a ben vedere la sua autocritica – sulla personalizzazione, sugli errori nel rapporto col Sud, le periferie, i giovani, il web – non è stata mai sulla sostanza, ma solo sulla comunicazione. È convinto anzi che la storia renderà giustizia alle sue riforme. Ma davvero Renzi può tornare? Forse, ma le cose dette ieri non bastano. Perché dopo il 4 dicembre del renzismo non resta niente: non c'è più una linea politica e non c'è più un racconto che parli all'Italia, a questa Italia che il 4 dicembre ha svelato.

Non c'è più, innanzitutto, il partito della Nazione. Si può anche non chiamarlo così, se non piace, ma si è dimostrata fallimentare la teoria che ignorando – se non bastonando – molte istanze storiche della sinistra i voti di sinistra sarebbero arrivati lo stesso sommandosi a nuovi voti in fuga dalla destra. Lo avevano già detto regionali e amministrative: non succede. I voti di sinistra persi dal Pd magari non vanno altrove alle elezioni ma gliele fanno perdere e poi se possono tornano per dire No. I voti di destra non arrivano o comunque non abbastanza. Il blocco sociale che Renzi cercava, la “maggioranza silenziosa” per cui ha abolito la tassa sulla prima casa e l'articolo 18, non c'è.

Non c'è più la strategia della disintermediazione, del leader che bypassa i vecchi partiti (prima di tutto il suo) e cerca la sintonia direttamente col popolo. In pochi mesi, Renzi ha dapprima “vinto” il referendum trivelle grazie all'astensionismo, poi ha perso malamente quello sulla costituzione, adesso tifa per le elezioni per non misurarsi col giudizio popolare sulla riforma del jobs act: i plebisciti li perde. Può anche vincere le primarie con un paio di milioni di voti: ma poi? Hanno votato No quasi venti milioni.

Di conseguenza non c'è più l'Italicum, cioè la logica dell'investitura di un leader-capo. Il Pd renziano ha finalmente capito, in ritardo rispetto al 2013, che non c'è più il bipolarismo, e quindi non ha più senso la retorica del vincitore da conoscere la sera delle elezioni. Convertirsi d'improvviso al Mattarellum però appare strumentale: non c'è dietro nessuna riflessione su dove va il sistema politico, anche se qualcuno ieri ha provato a sollevarla. Sembra che Renzi voglia soprattutto preservare, dicendo no al proporzionale, un modello elettorale che preveda la figura del candidato premier, per esorcizzare quanto è avvenuto già in questa legislatura. Ma una legge elettorale non può più scriverla il Pd da solo.

È inoltre venuto meno l'argomento principale del consenso al Renzi nel suo partito: “ci fa vincere”. Renzi, dopo il 2014, ha condotto ripetutamente il Pd alla sconfitta, e il referendum ha fotografato il suo isolamento. Basterà l'alleanza col partito (ancora inesistente) di Pisapia per esportare in tutta Italia un “modello Milano” che proprio in queste ore fibrilla anche a Milano? Non c'è più l'argomento “gli altri hanno fallito”, semplicemente perché ha fallito anche lui, sulla riforma più importante, e sono a rischio anche le altre: il jobs act per via del referendum, la riforma della PA per via della Corte costituzionale, la riforma della scuola per via del fatto che se l'unico ministro “bocciato” è stata la Giannini un motivo ci sarà. Non c'è più la rottamazione, se il volto del renzismo oggi è un pacato sessantenne arrivato alla presidenza del consiglio sulla scia di una sonora sconfitta alle primarie romane. Non c'è più il “populismo soft”: combattere il grillismo con argomenti un po' grillini - poltrone, stipendi - non ha portato fortuna al Sì e dopo il 4 dicembre il M5S resta nei sondaggi, come da diversi mesi, il primo partito. Non c'è più la strategia di occupazione di televisione e web, che sarà più difficile perseguire fuori da palazzo Chigi e che comunque – per quanto portata all'estremo – non ha funzionato.

Non c'è più infine l'argomento con cui Renzi ha sempre zittito ogni critica: “Vogliono solo riprendersi la poltrona”. Nella sua prossima battaglia, qualunque essa sarà, chi combatterà per riprendersi la poltrona sarà lui, Matteo Renzi. Ambizione legittima, ma dovrà riflettere ancora per riuscirci.

È Gentiloni l’unica speranza

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Mezzogiorno e ceti medi impoveriti: nella sua dichiarazione programmatica – asciutta ma ambiziosa, non certo le parole del capo di un governo “elettorale” ma quelle di un premier con un solido mandato del Quirinale – è stato soprattutto su queste due priorità che il presidente Paolo Gentiloni ha dato motivo di sperare che il disagio sociale espressosi domenica con la bocciatura della riforma Boschi possa trovare ascolto nel nuovo esecutivo e garantire la necessaria discontinuità rispetto a una stagione politica sonoramente bocciata dalle urne. Complessivamente, un po' poco, a fronte di tanti messaggi contrari, a volte goffamente e inspiegabilmente contrari, trasmessi in queste prime ore: la nascita del nuovo governo è stata una specie di monumento all'autoreferenzialità. Premier a parte, avrebbe potuto essere la squadra post vittoria del Sì, è stato osservato: ed è vero.

Due ministeri in più – e per far posto ai due esponenti del Giglio magico con più responsabilità nel varo della riforma bocciata (Boschi, che subentra a Claudio De Vincenti spostato appunto al Mezzogiorno) e nella fallimentare campagna referendaria (Lotti, promosso da sottosegretario a ministro ma con le stesse deleghe chiave di prima). Meno donne. Qualche trasformismo premiato e un unico capro espiatorio, Stefania Giannini. Zero rappresentanza nell'area del No, intendendo per No non necessariamente (per carità) la minoranza Pd ma tutta l'area civica, associativa, accademica alla quale il Pd dell'ordalia referendaria ha voltato le spalle. E quella promozione agli esteri di Angelino Alfano che più di tutte denota una macroscopica incapacità di guardarsi da fuori, con gli occhi dei cittadini. Alfano è al governo ininterrottamente dal 2008, con la destra e con la sinistra, è stato più che sfiorato dal pasticcio diplomatico col Kazakistan ai tempi del caso Shalabayeva, rappresenta un partito praticamente privo di voti, è fortemente a disagio con l'inglese e non si è mai occupato di relazioni internazionali. Insomma, l'immagine di una politica sorda e arroccata. Altro che rottamazione.

Anche il profilo di Gentiloni, va detto, stride con la narrazione dell'epopea della generazione Leopolda. Renzianissimo, per carità, il nuovo premier è tuttavia inequivocabilmente uno “di quelli di prima”: ha compiuto da un po' i sessant'anni, è deputato da diverse legislature, è stato ministro dei governi di centrosinistra che fin qui nei discorsi di Renzi venivano liquidati come fallimentari al pari dei quelli di Berlusconi. Ha nel curriculum, come tutti alla sua età, battaglie vinte e battaglie perse. E soprattutto è tanto urbano, felpato e sottotraccia quanto il suo predecessore è debordante, dirompente e spesso insolente. Sarà probabilmente in questo tratto umano del premier la principale discontinuità del governo Gentiloni dal precedente. Il nuovo premier, se non sarà solo una meteora destinata a durare pochi mesi, potrà svelenire un clima politico irrespirabile, da lui stesso stigmatizzato ieri alla camera, anche perché Gentiloni si terrà il più lontano possibile dalle asprezze politiche e congressuali destinate ad attraversare soprattutto il suo partito. Questa libertà dal doppio ruolo di segretario e premier (che è ancora, ed è un po' grottesco, rigidamente previsto dallo statuto del Pd) è un'opportunità per il nuovo presidente.

Che, se sarà favorito dall'istinto di conservazione dei gruppi parlamentari – soprattutto di quelli del Pd, oggi di dimensioni praticamente irripetibili – non sembra destinato a essere molto aiutato proprio dal suo partito e in particolare dai renziani. L'ex premier, è chiaro, trascinerà il Pd in una paradossale battaglia “per riprendersi la poltrona” (proprio quello di cui fino a ieri accusava gli avversari), giocando tutto in nome della possibilità di avere al più presto la rivincita alle urne. Prospettiva tutt'altro che scontata, a meno di non credere alla storia del 40 per cento “tutto renziano” del Sì – e comunque non è scontato che a questo congresso il Pd sopravviva. Sarà bene che i suoi principali leader e fondatori, da dentro e da fuori il governo Gentiloni, questo punto lo abbiano chiaro, più di quanto hanno dimostrato di averlo finora.

Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l'ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”.

Al di là degli aspetti più generali la battaglia per il No ha restituito a un pezzo di sinistra l'idea di una prospettiva; precisamente a quell'elettorato che il Pd com'è stato in questi tre anni non lo vota più, però non ha preso definitivamente altre strade. È gente che aveva votato Pd sempre, europee comprese, poi è rimasta prevalentemente a casa, nell'indifferenza più totale del gruppo dirigente. E domenica ha votato No, e “No convinto”. Si spiega anche così il fenomeno imprevisto di una partecipazione al voto a livelli da elezioni politiche. Anche in quelle “regioni rosse” dove il Sì ha riportato le uniche sofferte vittorie (e l'analisi provincia per provincia rivela un quadro molto più mosso di come può sembrare), la partecipazione è tornata ad essere la più alta d'Italia, come del resto era sempre stata: basta considerare la differenza tra il 37 per cento che partecipò alle regionali del 2014 in Emilia Romagna e il quasi 76 di domenica: oltre il doppio. E pur con tutto il gruppo dirigente locale schierato sul Sì la vittoria è stata di misura e limitata ad alcune province.

Oggi, di fronte alle dimensioni della sconfitta, è necessario riconoscere che se il Pd è ancora vivo lo deve alla lungimiranza di quella sua piccola parte che si è rifiutata di partecipare all'ordalia del “bastaunsì”, ha impedito che la vittoria del No fosse solo il trionfo di Grillo, Salvini e Berlusconi e ha presidiato la posizione di chi crede in un Pd diverso. Ancora una volta il referendum, come già le amministrative e le regionali, ha smentito le suggestioni alla “Partito della nazione”, dimostrando che i voti di destra non arrivano e non compensano quelli di sinistra che se ne vanno. Tra il paese e il Pd è successo qualcosa di grave in questi anni, e chi l'aveva visto si è preso del gufo rosicone e da ultimo del traditore. E invece aveva ragione.

Sarebbe un errore adesso pensare di risolvere tutto con una rapida resa dei conti congressuale. Anche al premier è probabilmente passata la voglia di chiedere un altro plebiscito. Ma soprattutto al partito non serve un'altra conta interna e autoreferenziale, bensì affrontare la sua difficoltà a capire la realtà e il suo isolamento nella società ricostruendo un campo credibile di centrosinistra. E d'altro canto, il Pd oggi non è in condizione di fare un congresso, anche se prima o poi dovrà farlo. Dopo tre anni di abbandono organizzativo e di totale asservimento alla comunicazione di palazzo Chigi non c'è più una base, non c'è un minimo di militanza, non c'è un pensiero condiviso a partire dal quale confrontarsi su diverse linee politiche. Dopo la stagione della rottamazione, il Pd ha bisogno di ricostruttori. Toccherebbe a Renzi, se avesse l'umiltà di mettersi a fare quello che (per sua stessa ammissione) non ha mai desiderato fare e non ha mai fatto, cioè il segretario del partito. Ma al punto in cui siamo è difficile. Anzi rischia di essere l'ostacolo più grande, sia che resti sia che se ne vada.

Agli amici renziani, sul day after del fuori! fuori!

Amici renziani:
1) il punto non è che quelli che gridavano "fuori! fuori" fossero pochi: ci mancherebbe solo che fossero tanti, vi pare?
2) il punto non è neanche che "nessuno vuol mandarci via": ci mancherebbe solo che voleste mandarci via, e il fatto che un capogruppo abbia appena dovuto dichiarare una cosa del genere dimostra il punto di follia a cui avete portato questo partito.
3) ieri abbiamo aspettato per tutto il giorno che qualcuno prendesse le distanze da quei cori, ripresi da decine di telecamere, e invece abbiamo dovuto aspettare che qualche editorialista importante vi bacchettasse e poi che Bersani vi smascherasse: allora si è scoperto che "erano pochi" e che "nessuno vuole mandarci via"; e grazie eh!
4) accade la stessa cosa ogni volta che qualcuno, ad esempio uno del partito di Verdini dichiara che vuole aiutare Renzi a farci fuori; ogni volta che un editorialista scrive che Renzi ammazzerà la sinistra; ogni volta che un retroscenista scrive che se Renzi vince sterminerà chiunque non si sia allineato al suo pensiero: e noi aspettiamo che qualcuno prenda le distanze, e non succede.
5) il punto, infine, è che tutto il discorso pubblico del nostro segretario (non solo quello di ieri, quelli che fa ogni giorno), perfino quando parla a una platea di partito, è costantemente volto ad aizzare l'uditorio contro una parte del partito: come se fosse convinto che insultando un pezzo di Pd, buttando via la storia del Pd, lui guadagna consensi. Per questo poi qualche cretino urla "fuori! fuori!", sapete? Per questo.