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A Mieli e Tabacci, sul “rancore personale” che uccide l’analisi politica

Caro Paolo Mieli, come reagiresti se io facessi un editoriale in cui affermo che i tuoi articoli sulla sinistra risentono dei tuoi problemi irrisolti con tuo padre, che fu se non sbaglio giornalista dell'Unità? Caro Bruno Tabacci, le piacerebbe se un dirigente di Articolo 1 facesse un'intervista per sostenere che le sue scelte politiche sono frutto di un vecchio trauma infantile?

Non volevo scriverlo questo post. Ma è tutto il giorno che lo rimugino e ci sto male. Così voglio dire subito questa cosa, prima di abituarmici e smettere di pensarla. Se, tra professionisti del giornalismo e tra professionisti della politica, assumiamo come elemento di analisi la categoria del "rancore personale" non c'è più nessuna politica e nessun giornalismo possibile. Non siamo troll, e non possiamo parlarci come troll. Spendere l'argomento del "rancore personale" come un elemento "normale" di analisi dei fatti politici è la morte dei nostri due mestieri. È qualcosa che avrebbe fatto inorridire tutti i nostri maestri, nel senso professionale del termine, ma anche nel senso ideale. Perché è un atto di smisurata arroganza e illiberalità; perché uccide l'interlocutore, delegittimandolo come tale. Chiude ogni dialogo. Rende impossibile il dibattito e la risposta. Così muore il giornalismo, così muore la politica.

Vorrei infine dire qualche parola sul rancore. Quando si esce da un partito qualche ragione di rancore ci può stare, dovreste saperlo. Si incrinano (per fortuna non sempre) antiche amicizie, si dividono percorsi, si dicono a volte parole di troppo. Sono cose che capitano. Io credo che abbiamo diritto, tutti, a provare risentimento. A guardarlo in faccia il nostro risentimento, da persone adulte. A gestirlo e a non fare politica in nome di esso. Sono rimasta nel Pd per tre anni da giornalista disoccupata, dopo vent'anni di lavoro, con tanti amici importanti che non hanno ritenuto opportuno aiutarmi, rivendicando ogni giorno il mio diritto di dire a tutti cosa pensavo, sia che scrivessi un tweet sia che li incontrassi per strada. In quella condizione ho continuato a ritenermi una persona del Pd, per convinzione politica che bisognasse combattere all'interno del partito e per volontà di restare accanto a chi lo faceva.

Io non sono uscita dal Pd per rancore personale, ma perché ho dolorosamente cambiato idea su questo. Mi sono convinta che la partita del congresso era truccata e non c'era possibilità di vincerla. Che le cose in quel partito non si potevano più cambiare. Che troppi ormai se n'erano andati senza rimedio. Io me ne sono andata dal Pd per motivi politici e per fare politica. Potete dire e scrivere che ho sbagliato, ma non avete il diritto di sbattermi su un lettino. Sono una cittadina italiana, e voi non siete il mio psicanalista, quando anche mai ne avessi bisogno. Ho il diritto, e il mio partito ha diritto, di essere trattata da interlocutore politico. Almeno da voi, che di troll e fanatici in giro ce n'è abbastanza. Se potete, grazie.