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Sulla post verità, sulle bufale, sul giornalismo

Sono stata da tutt'e due le parti della barricata. Sono una giornalista e ho lavorato nella comunicazione politica. Ho fatto la portavoce e l'ufficio stampa, e la vicedirettrice di un giornale e la direttrice di un'anomalissima tv di partito che faceva ottimo giornalismo e ottima comunicazione politica. Me lo dico da sola, sì. Perché so di essere stata nel mezzo di una guerra, in cui nessuno è disposto a riconoscere niente a nessuno. Però forse ho qualche titolo a dire la mia su questa storia del dibattito sulla post verità e poi delle minacce di giuria popolare sulle bufale dei giornali e relative reazioni indignate. Che non mi convincono, né le une né le altre.

Molte cose le ha scritte Michele Fusco, su Gli stati generali. Ne aggiungo qualcuna, in modo molto poco organico perché meglio non mi viene.

Non mi pare ci sia una questione di post verità, secondo me c'è una questione di conformismo. Sul Sole 24 ore di oggi c'è un commento, di Leonardo Maisano, sulle dimissioni dell'ambasciatore britannico sir Ivan Rogers, che guidava le trattative con L'Europa sulla Brexit. L'ho letto, affascinata più che dall'argomento dal titolo: "Ha pagato per il suo realismo". Non so giudicare se il commentatore abbia ragione, ma quello che è interessante è la situazione che descrive: in pratica in Inghilterra alla propaganda terrorizzante sugli effetti del leave ora è subentrata un'altra narrazione, opposta, secondo la quale la Brexit sarà la soluzione di ogni problema e l'inizio di una nuova era di prosperità. Istituti di ricerca pagati da enti vicini al governo euroscettico di Theresa May promettono, e la Bbc rilancia, il fiorire di centinaia di migliaia di posti di lavoro come ricaduta a breve subito dopo la fine del negoziato, tra un anno o due. L'ambasciatore Rogers però era più pessimista. Aveva detto che ci sarebbe voluto almeno un decennio per chiudere le trattative. Insomma, è stato di fatto licenziato, costretto alle dimissioni causa pensiero non omologato. Indipendentemente da chi ha ragione, questo quadro mi pare molto simile a quello italiano. Anche da noi ci sono cose che non si possono dire, che non si sono potute dire per mesi, se non a prezzo di essere gufo, rosicone, disfattista, o di perdere il ruolo o addirittura il lavoro. Il conformismo dei media costruisce una verità, raccontandola. Rende marginale e biasimevole ogni narrazione alternativa. Convince se stesso, e spesso perde di vista la situazione reale. Su questa percezione di conformismo e distanza dal reale Grillo può costruire la sua propaganda fascistoide contro i giornali. Noi giornalisti lo dobbiamo riconoscere.

La propaganda infatti è sempre esistita, il problema è la distinzione dei ruoli. La disintermediazione ha travolto i confini, creando una situazione in cui nessuno fa più il suo mestiere. Mi ha colpito molto, dentro questo pezzo di Marco Damilano, la descrizione, fatta da un anonimo ministro, di come si svolgevano i consigli dei ministri nell'era Renzi: «Il Consiglio durava un quarto d’ora, parlava solo lui. Quando qualcuno di noi si dilungava a presentare un provvedimento veniva subito interrotto: “Faccio io la sintesi!”. I minuti finali li dedicava a darci i compiti mediatici: “Tu vieni con me in conferenza stampa. Tu invece vai questa sera in tv, da Vespa. E domani fai un’intervista con un quotidiano del Nord...”. Da quando c’è Paolo, abbiamo ripreso a parlare tutti...». Con un premier così, chi ha bisogno di un ufficio stampa? Ma anche: con ministri che si fanno trattare così, chi fa politica? Ma il fatto è che questa situazione è stata accettata. Da una larga parte dell'opinione pubblica, dai media, dai politici. Questo ha reso tutti meno credibili e ha costretto tutti a diventare tifosi. Non parlo solo di Renzi, ma di una situazione in cui nessuno ha più fatto il suo mestiere. Ricordo i "#matteorisponde" con qualche giornalista che si azzardava a far domande usando l'hashtag e il premier che si divertiva a sfotterlo: "T'ho beccato!", senza rispondere. Il giorno dopo non c'erano articoli risentiti sui giornali, ma lenzuolate di dichiarazioni del premier in risposta agli utenti di twitter. Era solo colpa di Renzi? No. Eppure Renzi una colpa, grossa, ce l'ha.

La classifica delle bufale alla Leopolda era peggio dei tribunali speciali di Grillo. Al netto del linguaggio di Grillo, l'ho già definito come fascistoide e lo ripeto e lo condanno, quello che Renzi e i renziani non hanno mai davvero capito è che fare certe cose da palazzo Chigi non è lo stesso che farle dal divano di casa, o dal vertice di un partito di opposizione. Credo che i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato senso dello stato, o senso delle istituzioni, e che qualcuno anche nel Pd avrebbe dovuto ricordarselo. Purtroppo invece non solo il Pd ha rivelato una mentalità non dissimile da quella che critica nei suoi avversari - al netto del linguaggio, ripeto - ma ha dimostrato di non essere all'altezza dei suoi compiti verso il paese. Dico una cosa che ho imparato in parte anche riflettendo su me stessa e su qualche mio errore: quando lavoravo al Pd criticavo certi articoli dal mio account privato su twitter a volte non mi rendevo conto dell'effetto che poteva fare a un giornalista una critica che veniva "dal Nazareno", anche se io non parlavo su incarico di nessuno e non ero neanche nell'ufficio stampa del Pd. Ci ho riflettuto dopo, ora che rivendico il diritto, dal mio divano, a dire quello che voglio. Ma stare al governo è un compito che ti dà molti più strumenti per comunicare, e richiede molto più rispetto e cautela, e anche molta più umiltà. Una responsabilità molto più grande che "rappresentare", anche senza averne titolo come io non l'avevo, un partito di opposizione. Che come tale, per le ragioni che ho scritto sopra, ha diritto anche a criticare e denunciare le "bufale" dei giornali, secondo me. Certo non a evocare le giurie popolari contro i giornalisti. O il voto dei fans.

Ultimo punto: l'obiettività dei giornalisti non esiste e non va rivendicata. Mi convinco sempre più, negli anni, della bontà di questa regola che mi sono data all'inizio del mio lavoro. Non bisogna chiedere ai giornalisti di essere obiettivi, perché nessuno lo è. Chi rivendica di esserlo non mi convince mai, nemmeno Mentana, il grandissimo Mentana (dico sul serio), che dice che lui non va a votare da vent'anni. Anche non andare a votare è una scelta politica. Tutti siamo cittadini e persone, e mettere noi stessi in quello che facciamo è l'unico modo per dare ancora un senso al nostro lavoro, che nessun computer o algoritmo può sostituire. L'unico modo per fare bene il nostro mestiere è dire con onestà da che parte stiamo, e assumercene la responsabilità nell'immediato e nel tempo, e sperare di meritare la fiducia della gente. A questo, come scrive Michele Fusco, servono gli archivi: a giudicare e a essere giudicati. Fa parte del nostro lavoro essere giudicati, e tutti hanno il diritto di farlo. Per fortuna.

(A proposito, mi unisco alle domande di Pietro Spataro: che fine ha fatto l'archivio dell'Unità? Sì lo so, è un'altra storia. Ma prima o poi ne parliamo).

Qualche domanda sulla lettera di Renzi agli italiani all’estero

Riepilogando:

  • alle 17 e 07 di ieri un'agenzia riferisce che il ministro Boschi, incontrando i comitati Basta un sì all'estero, ha annunciato l'imminente arrivo ai 4 milioni di nostri connazionali con diritto di voto fuori dall'Italia, "contemporaneamente alla scheda elettorale. Ma non insieme fisicamente, precisiamolo. Altrimenti scatta subito la polemica" di una lettera del presidente del consiglio agli italiani all'estero.
  • immediate le proteste degli esponenti del No. Gaetano Quaglieriello, sottolineando che il ministro ha alluso alla lettera durante un'iniziativa dei comitati del Sì e non ne ha parlato come di un testo dai contenuti istituzionali, si appella al ministro Gentiloni perché intervenga per ripristinare la parità di condizioni in campagna elettorale.
  • all'ora di cena le agenzie riportano la sintesi di alcuni passaggi della lettera, spiegando che essa contiene le istruzioni su come votare ma anche le considerazioni del premier sul fatto che (cito Agi) "l'Italia goda di un grande rispetto internazionale anche per la stabilità che ha raggiunto" finendo poi per illustrare (sempre Agi) "le ragioni per cui votare Sì".
  • Enrico Mentana durante il tg di La7 stigmatizza duramente l'iniziativa dicendo che così si falsa il referendum.
  • alle 22 l'ufficio stampa del Pd parla di "polemiche strumentali, pretestuose e del tutto infondate" in quanto "la lettera del segretario Matteo Renzi agli italiani all'estero è un'iniziativa elettorale del Pd, sostenuta interamente dal punto di vista economico dal partito stesso".

Mi chiedo:

  • se questa versione dei fatti possa essere ritenuta accettabile.
  • se il Pd possieda e disponga di 4 milioni di indirizzi di italiani all'estero.
  • se tale indirizzario sia pubblico e a disposizione di chiunque intenda "sostenere economicamente" l'invio di materiale elettorale.
  • se la lettera si presenta come comunicazione istituzionale o come propaganda elettorale.

Post scriptum: riporto qui quanto risponde a domanda il mio amico Walter, dal Brasile. "Gli unici che hanno i nostri indirizzi sono i consolati attraverso l'AIRE (associazione italiana residenti all'estero) quindi l'unica maniera di sapere dove abito è usando i servizi dello stato italiano... Quindi non potrà mai essere una iniziativa de PD perché il PD non ha il mio indirizzo... E se mi manda una lettera lo denuncio per violazione della privacy visto che non c'è scritto da nessuna parte che iscrivendomi all'AIRE avrei ricevuto propaganda politica".

Post post scriptum: la faccenda non viene ritenuta rilevante praticamente da nessun giornale italiano, a parte il Fatto quotidiano.

Aggiornamento: qualcuno mi ha risposto in privato che gli indirizzi sono a disposizione del comitato del Sì e del No (che non esiste però, mi pare, come soggetto istituzionale). Mi spiace, ma non è una risposta accettabile. Se la lettera è del comitato del Sì, perché la firma Matteo Renzi? Lui non ne fa parte. Se a scrivere è Matteo Renzi, la lettera è del governo o è del Pd. Non si scappa. (Mi chiedo poi come faccia il comitato del Sì a sapere quando il governo spedisce le schede elettorali, in modo che la lettera e la scheda arrivino "contemporaneamente", come dice il ministro Boschi. Prodigioso, no?)

Se il jobs act aveva le ruote

"Ma che sagoma Mentana" è il tormentone dell'estate, va benissimo, mi unisco. Aggiungo però due cose:

1) può essere pure che il jobs act andava fatto dieci anni fa. Penso di no, penso che se lo avesse fatto Berlusconi saremmo stati contrari, ma ammettiamo che. Bene: dove sono le dichiarazioni di Matteo Renzi pro jobs act di dieci anni fa? E sennò è troppo facile eh.

2) Matteo Renzi governa adesso. Ricordate questa parola? "Adesso"? Bene, conta come il jobs act funziona adesso, non come avrebbe funzionato dieci anni fa. Leadership è, appunto, comprendere la contemporaneità. Come avrebbe detto il sindaco di Firenze quando faceva i comizi in camicia bianca.