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De Gregori, guarda che non sono io

"Europa" mi ha chiesto un articolo "da fan" sull'intervista di De Gregori al Corriere. Lo potete leggere anche qui 

Guarda che non sono io, Francesco, la sinistra di cui ti sei stufato. Guarda che io di quello che hai detto al Corriere non c’è praticamente niente che non condivido. Non c’entra che tu sei probabilmente l’ultimo leader della sinistra, uno che se fa un’intervista se ne parla per un giorno intero, e ricordando quel che disse quell’altra volta nel 2007 che fece un’intervista, roba che ormai D’Alema e Veltroni se lo sognano. Non c’entra nemmeno che tu sia il sessantenne più figo del mondo, né che ci sei rimasto ormai quasi solo tu, a essere uno di cui noi ragazze pensiamo “che posso farci se mi fai sognare”. Non c’entra che sia un mondo talmente di pazzi che ormai quando tu dici o fai qualcosa mi chiamano i colleghi e mi scrivono i lettori del blog per chiedermi un commento (potresti anche avvisarmi eh, che ieri avevo degli impegni e alle nove già avevo il cellulare mezzo scarico). E se anche tu ci hai magistralmente rotto il gioco spiegandoci, come sempre peraltro avevamo sospettato, che appunto se crediamo di conoscerti non è un problema tuo, sappi che non ti libererai di noi neanche questa volta. Noi tuoi fans di sinistra. Noi che non ci voti più. Continua a leggere

La storia siamo noi, e lui lo sa

Europa mi ha chiesto un articolo sull'altra sera, quando si era sparsa la notizia che De Gregori avesse firmato il manifesto di Italia Futura

E il treno non l’ha preso, e ha fatto bene. Italo, s’intende. Lui, Francesco De Gregori. Dicono adesso da Italia Futura che ci sia stato un grosso equivoco: il manifesto gliel’avevano mandato, sì. E lui, il Principe, aveva concesso un cenno di riscontro, forse addirittura di apprezzamento. Vi pare poco. Mica è roba che capiti tutti i giorni, con lui. E però, vistosi tra i firmatari, Sua Degregorità deve aver alzato il principesco sopracciglio: perché nel giro di mezz’ora l’associazione italfuturista ha corretto il tiro: c’è stato un errore, ecco.  Continua a leggere

I muscoli del capitano – (Titanic, 1982)

Scintillante bellezza, fosforo, fantasia: De Gregori conosce i desideri di una donna sugli uomini meglio di una donna, o forse è più bravo a chiamarli per nome. In realtà sarebbe il capitano che parla, descrivendo la nave, ma è chiaro che tu lo ascolti e pensi a lui, è lui che vedi, dritto sul cassero: il capitano. Molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia: questo sì ragazze, che è un uomo. Solo molti anni dopo, a un concerto di lui con Lucio Dalla, capisci cosa ci aveva messo dentro di nascosto De Gregori: la musica di Que sera sera, Doris Day, gli anni cinquanta, la bionditudine e le illusioni da ragazzina: il finale è quasi una citazione. E sospiri pensando che come Doris è un capitano quello che in fondo cerchi: un uomo con le spalle larghe, uno che cammina sui pezzi di vetro.Ma veniamo al punto. Una volta, bisogna sapere, esistevano i dischi. Parole e musica raccontavano una storia, un momento o un periodo, era qualcosa in più di una canzone. Titanic infatti non è solo una canzone, è anche un disco; un disco perfetto però. Non so cosa si pensasse del Titanic, prima (qui si faccia come se avessi scritto da qualche parte “immaginario collettivo”, che io non gliela faccio). Non era uscito il film allora, e neanche tutti quei documentari sul centenario. La storia dell'orchestrina e dell'iceberg erano probabilmente note, ma del marconista con gli occhi di ghiaccio così difficili da evitare non si sapeva ancora nulla, e neanche della ragazza di prima classe innamorata del proprio cappello; o forse sì, certe cose si sanno, e poi la prima classe costa mille lire la seconda cento la terza dolore e spavento: così vanno le navi, e il mondo. Ragazzi che partono, e mamme: che avrai dei figli da una donna strana e che non parlano l'italiano, ma mamma io per dirti il vero l'italiano non so cosa sia. Insomma, c'è tutta la vita e la storia di tutti noi in quel disco. C'è anche Caterina e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo, e c'è Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, e c'è Belli capelli, il romanesco trasfigurato in poesia e rimpianto. E c'è il rock anni sessanta, e le bombe a San Lorenzo e il papa con le braccia spalancate tra le rovine, e le stelle, e la luna gigante. La vecchia Europa che per provarci andava in America, e l'America che invece è venuta lei da noi. Non saremmo gli stessi, senza Titanic, bisogna sapere.

“Andiamo avanti tranquillamente”, per esempio, non sarebbe la stessa frase.

Nota a margine per il libro "Con le nostre parole" di

Matteo Orfini (Editori Internazionali Riuniti, 2012)

Io, la nonna Andreina, De Gregori e Ruini (nel ventennio berlusconiano)

Quasi vent'anni fa, quando avevamo più o meno vent'anni, non era stato difficile scegliere e decidere che no, Berlusconi no. Insomma, bene o male avevamo dei genitori, avevamo avuto dei nonni. Mia nonna Andreina quando ero piccola mi diceva: “Lo vedi quello, è un comunista. Ma un comunista come ci vorrebbero tanti democristiani”. Una brava persona, insomma. Mia nonna cantava Biancofiore. Bandiera rossa no, non credo, ma Fischia il vento infuria la bufera ce l'aveva insegnata. Continua a leggere