Gabbani’s karma batte Hillary Mannoia. Nel modo giusto

Su Francesco Gabbani e Carrara avevo scritto tutto un anno fa: l'ho ripubblicato l'altra sera e ha portato bene, così mo' ve lo beccate di nuovo.
Cosa aggiungere? Stanotte, nonostante una giornata particolarmente lunga, ho aspettato la fine dell'estenuante finale. Ero quasi sicura che avrei dovuto votare di nuovo per Francesco dopo mezzanotte, e sapevo che poteva vincere (sì, sono un po' il Messori della canzonetta: in segreto l'avevo previsto). L'ho seguito poco: era un festival particolarmente noioso e insincero, un po' disorientato e senza quid (che il Festival è sempre specchio del paese, si sa). Livello delle canzoni, basso. Metà dei big francamente ignoti, penso non solo per colpa della mia anzianità. Quando l'altra sera sono usciti fuori il maglioncino arancione di Francesco, la scimmia e la loro danza leggera, furba e sorridente - e forse anche un po' seria - come il loro testo, ci siamo tutti risvegliati sul divano. Non so se è per questo che ha vinto, ma Francesco Gabbani è un giovane, non uno che fa il giovane. È uno che sa sorridere con intelligenza, ancorché démodé (fatela voi la rima panta rei / e singing in the rain, se vi riesce). Ti lascia il dubbio di aver capito qualcosa che noi non sappiamo, su questi tempi. E comunque ha una marcia in più. Sa che la leggerezza non è per forza banalità, e viceversa.
È stato bello che abbia vinto contro Fiorella Mannoia. Ho letto tante scemenze, a me non frega niente di come vota la Mannoia. L'ho sempre trovata insopportabile così quando era l'emblema della sinistra settaria e moralmente superiore come adesso che si dichiara grillina, non so se pentita. Insopportabile su twitter (l'ho dovuta defolloware per non insultarla) e meravigliosa, intendiamoci, come cantante. La sua canzone, interpretata con la solita abbacinante perfezione, era appunto, banale e pesante. Era un sermone col ditino puntato, un distillato di politicamente corretto. Meritava di essere sconfitta da una scimmia che balla. Tutto qui. La Mannoia era la Hillary Clinton di questo Festival. E come accade spesso alle Hillary Clinton, era talmente perfetta e pronta per vincere che non ha vinto.
E però mi è piaciuto vederli aspettare il verdetto sottobraccio l'uno all'altra, come una zia col nipote. Mi è piaciuto vedere lui imbarazzato e poi inchinato al cospetto della regina sconfitta. È stato giusto. È così che dovrebbe essere. È così che il futuro dovrebbe abbracciare il passato: con questa allegria e con questa umiltà. E viceversa, l'ho già detto. Per questo ringrazio Francesco anche quest'anno, oltre che per tutto il resto: per la sua buona educazione, per il suo senso delle cose e delle loro proporzioni. Per la sua maturità.

Rottamare il telefono: un caso di psicopolitica

Scrive sul Foglio* l'ottimo David Allegranti - ed è uno scooppettino divertente, perché molto si è parlato nei giorni scorsi di messaggi e mail a cui l'ex premier non risponde - che Matteo Renzi, dopo le dimissioni, ha cambiato telefono. Nel senso di numero, ovviamente. Allegranti, che è giornalista accurato e attento, riporta anche il commento della sua fonte, un anonimo senatore renziano: "È normale - dice dunque il parlamentare - dopo una sconfitta".

Ecco, io penso che su queste cinque righe di articolo bisognerebbe scrivere diversi tomi scientifici. Non ho ancora deciso però la materia: di psicologia o di politica. Sono incerta, per dire, tra la valutazione comportamentale di un individuo adulto che, dopo aver subito una plateale smentita, decide di rendersi irrintracciabile a tutti coloro a cui non ha voglia di parlare e quella di chi, chissà se richiesto del suo parere, si affretta a definire questa reazione "normale".

Tuttavia trovo interessante anche l'aspetto politico. Il Pd per dire potrebbe seguire l'esempio del segretario. Cambiare numero del centralino al Nazareno, sostituire quelle vecchie mail @partitodemocratico.it, fare magari anche un nuovo sito che renda inaccessibili tutti i contenuti del vecchio (l'hanno anche già fatto, sanno come si fa). Potrebbe togliere l'amicizia su facebook a tutti quelli che hanno votato no, magari bannarli: mica solo ai parlamentari, quello lo stanno già facendo (vi siete accorti no che fanno finta che Bersani e Speranza non esistano, non gli dicono le cose, parlano di "segreteria unitaria" come se loro non ci fossero, se li dimenticano quando consultano i capicorrente?) ma proprio gli elettori. Potrebbe cambiare le password e le pic, sostituire le facce di chi va in tv (qui in verità li vedo un po' lenti a reagire), farsi crescere la barba, chi può, o tagliarsela, chi ce l'ha.

A quel punto il Pd sarebbe pronto alle urne, atteso da una vera marcia trionfale. Come slogan elettorale consiglio: "Siamo fichissimi. Tutti quelli con cui parliamo ce lo dicono".

Per l'inno della campagna, andrei sul collaudato: Ivano Fossati. Ascoltate bene il testo: contiene spunti interessanti.

* mi scuso per aver pubblicato un link disponibile solo per gli abbonati al Foglio, ma è giusto rispettare la politica del giornale.

Sulla post verità, sulle bufale, sul giornalismo

Sono stata da tutt'e due le parti della barricata. Sono una giornalista e ho lavorato nella comunicazione politica. Ho fatto la portavoce e l'ufficio stampa, e la vicedirettrice di un giornale e la direttrice di un'anomalissima tv di partito che faceva ottimo giornalismo e ottima comunicazione politica. Me lo dico da sola, sì. Perché so di essere stata nel mezzo di una guerra, in cui nessuno è disposto a riconoscere niente a nessuno. Però forse ho qualche titolo a dire la mia su questa storia del dibattito sulla post verità e poi delle minacce di giuria popolare sulle bufale dei giornali e relative reazioni indignate. Che non mi convincono, né le une né le altre.

Molte cose le ha scritte Michele Fusco, su Gli stati generali. Ne aggiungo qualcuna, in modo molto poco organico perché meglio non mi viene.

Non mi pare ci sia una questione di post verità, secondo me c'è una questione di conformismo. Sul Sole 24 ore di oggi c'è un commento, di Leonardo Maisano, sulle dimissioni dell'ambasciatore britannico sir Ivan Rogers, che guidava le trattative con L'Europa sulla Brexit. L'ho letto, affascinata più che dall'argomento dal titolo: "Ha pagato per il suo realismo". Non so giudicare se il commentatore abbia ragione, ma quello che è interessante è la situazione che descrive: in pratica in Inghilterra alla propaganda terrorizzante sugli effetti del leave ora è subentrata un'altra narrazione, opposta, secondo la quale la Brexit sarà la soluzione di ogni problema e l'inizio di una nuova era di prosperità. Istituti di ricerca pagati da enti vicini al governo euroscettico di Theresa May promettono, e la Bbc rilancia, il fiorire di centinaia di migliaia di posti di lavoro come ricaduta a breve subito dopo la fine del negoziato, tra un anno o due. L'ambasciatore Rogers però era più pessimista. Aveva detto che ci sarebbe voluto almeno un decennio per chiudere le trattative. Insomma, è stato di fatto licenziato, costretto alle dimissioni causa pensiero non omologato. Indipendentemente da chi ha ragione, questo quadro mi pare molto simile a quello italiano. Anche da noi ci sono cose che non si possono dire, che non si sono potute dire per mesi, se non a prezzo di essere gufo, rosicone, disfattista, o di perdere il ruolo o addirittura il lavoro. Il conformismo dei media costruisce una verità, raccontandola. Rende marginale e biasimevole ogni narrazione alternativa. Convince se stesso, e spesso perde di vista la situazione reale. Su questa percezione di conformismo e distanza dal reale Grillo può costruire la sua propaganda fascistoide contro i giornali. Noi giornalisti lo dobbiamo riconoscere.

La propaganda infatti è sempre esistita, il problema è la distinzione dei ruoli. La disintermediazione ha travolto i confini, creando una situazione in cui nessuno fa più il suo mestiere. Mi ha colpito molto, dentro questo pezzo di Marco Damilano, la descrizione, fatta da un anonimo ministro, di come si svolgevano i consigli dei ministri nell'era Renzi: «Il Consiglio durava un quarto d’ora, parlava solo lui. Quando qualcuno di noi si dilungava a presentare un provvedimento veniva subito interrotto: “Faccio io la sintesi!”. I minuti finali li dedicava a darci i compiti mediatici: “Tu vieni con me in conferenza stampa. Tu invece vai questa sera in tv, da Vespa. E domani fai un’intervista con un quotidiano del Nord...”. Da quando c’è Paolo, abbiamo ripreso a parlare tutti...». Con un premier così, chi ha bisogno di un ufficio stampa? Ma anche: con ministri che si fanno trattare così, chi fa politica? Ma il fatto è che questa situazione è stata accettata. Da una larga parte dell'opinione pubblica, dai media, dai politici. Questo ha reso tutti meno credibili e ha costretto tutti a diventare tifosi. Non parlo solo di Renzi, ma di una situazione in cui nessuno ha più fatto il suo mestiere. Ricordo i "#matteorisponde" con qualche giornalista che si azzardava a far domande usando l'hashtag e il premier che si divertiva a sfotterlo: "T'ho beccato!", senza rispondere. Il giorno dopo non c'erano articoli risentiti sui giornali, ma lenzuolate di dichiarazioni del premier in risposta agli utenti di twitter. Era solo colpa di Renzi? No. Eppure Renzi una colpa, grossa, ce l'ha.

La classifica delle bufale alla Leopolda era peggio dei tribunali speciali di Grillo. Al netto del linguaggio di Grillo, l'ho già definito come fascistoide e lo ripeto e lo condanno, quello che Renzi e i renziani non hanno mai davvero capito è che fare certe cose da palazzo Chigi non è lo stesso che farle dal divano di casa, o dal vertice di un partito di opposizione. Credo che i vecchi democristiani lo avrebbero chiamato senso dello stato, o senso delle istituzioni, e che qualcuno anche nel Pd avrebbe dovuto ricordarselo. Purtroppo invece non solo il Pd ha rivelato una mentalità non dissimile da quella che critica nei suoi avversari - al netto del linguaggio, ripeto - ma ha dimostrato di non essere all'altezza dei suoi compiti verso il paese. Dico una cosa che ho imparato in parte anche riflettendo su me stessa e su qualche mio errore: quando lavoravo al Pd criticavo certi articoli dal mio account privato su twitter a volte non mi rendevo conto dell'effetto che poteva fare a un giornalista una critica che veniva "dal Nazareno", anche se io non parlavo su incarico di nessuno e non ero neanche nell'ufficio stampa del Pd. Ci ho riflettuto dopo, ora che rivendico il diritto, dal mio divano, a dire quello che voglio. Ma stare al governo è un compito che ti dà molti più strumenti per comunicare, e richiede molto più rispetto e cautela, e anche molta più umiltà. Una responsabilità molto più grande che "rappresentare", anche senza averne titolo come io non l'avevo, un partito di opposizione. Che come tale, per le ragioni che ho scritto sopra, ha diritto anche a criticare e denunciare le "bufale" dei giornali, secondo me. Certo non a evocare le giurie popolari contro i giornalisti. O il voto dei fans.

Ultimo punto: l'obiettività dei giornalisti non esiste e non va rivendicata. Mi convinco sempre più, negli anni, della bontà di questa regola che mi sono data all'inizio del mio lavoro. Non bisogna chiedere ai giornalisti di essere obiettivi, perché nessuno lo è. Chi rivendica di esserlo non mi convince mai, nemmeno Mentana, il grandissimo Mentana (dico sul serio), che dice che lui non va a votare da vent'anni. Anche non andare a votare è una scelta politica. Tutti siamo cittadini e persone, e mettere noi stessi in quello che facciamo è l'unico modo per dare ancora un senso al nostro lavoro, che nessun computer o algoritmo può sostituire. L'unico modo per fare bene il nostro mestiere è dire con onestà da che parte stiamo, e assumercene la responsabilità nell'immediato e nel tempo, e sperare di meritare la fiducia della gente. A questo, come scrive Michele Fusco, servono gli archivi: a giudicare e a essere giudicati. Fa parte del nostro lavoro essere giudicati, e tutti hanno il diritto di farlo. Per fortuna.

(A proposito, mi unisco alle domande di Pietro Spataro: che fine ha fatto l'archivio dell'Unità? Sì lo so, è un'altra storia. Ma prima o poi ne parliamo).

La differenza tra Mattarellum e Giachettellum

L'ho già condiviso sui social, ma vorrei aggiungere una cosa su questo bel post di Enzo Lattuca, al quale sono grata per aver chiarito che, contrariamente alla paradossale vulgata suggerita dagli spin renziani, Roberto Giachetti non ha "solo" esagerato, offendendo una persona che per la propria coerenza ha pagato un prezzo politico e personale, come Roberto Speranza e mancando di rispetto all'assemblea del suo partito e al ruolo istituzionale che grazie al suo partito ricopre: ha proprio detto una falsità. Volevo aggiungere che mi è piaciuto molto il finale.

Ha proprio ragione Enzo: "Le reazioni nevrasteniche sulla primogenitura della proposta servono a poco, il nome è scritto in quel latinetto dal suono rotondo". Il Mattarellum, c'è poco da fare, è di Mattarella. Se abbiamo avuto quella legge elettorale, se forse l'avremo ancora, lo dobbiamo alla mitezza, alla capacità di mediazione, al rispetto per le ragioni di tutti e alla fiducia nella politica di chi in parlamento seppe costruire il consenso su quella proposta: Sergio Mattarella, appunto. Lo stesso Mattarella che proprio ieri, in un magnifico discorso, ha chiesto che si torni a cercare il consenso più ampio possibile sulle regole comuni, ha letto il referendum come richiesta di partecipazione vera, libera e non episodica e soprattutto ha espresso la sua preoccupazione, la sua passione forse, per l'unità e la coesione tra gli italiani. Con queste parole: "La dialettica rappresenta un ingrediente indispensabile della vita sociale e della democrazia. Può, e deve, essere franca, netta, talvolta anche aspra. Ma l'ascolto delle ragioni degli altri ne costituisce elemento indispensabile, così come è sempre saggio coltivare il beneficio del dubbio e la capacità di porre in discussione le proprie certezze. Si tratta di un appello che desidero rivolgere a tutti gli ambienti del nostro Paese, particolarmente a quello politico, a quello dei mezzi di comunicazione, a quello dei social. Chi suscita e diffonde sentimenti di inimicizia o, addirittura, di odio agisce contro la comunità nazionale; e si illude di poterne orientare la direzione. L'odio che penetra in una società la pervade e si rivolge in tutte le direzioni, verso tutti e verso ciascuno".

Ecco io penso che per ripristinare il Mattarellum bisognerebbe intanto provare a essere, almeno un pochino, mattarelliani.

Gli errori compresi in ritardo. Perché il renzismo è finito

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

“Abbiamo straperso”. Matteo Renzi ha puntato a presentarsi come uno che ha capito: niente “lanciafiamme” – congresso subito, primarie domani – e un'analisi anche severa, da leader consapevole e pronto a ripartire. Ma a ben vedere la sua autocritica – sulla personalizzazione, sugli errori nel rapporto col Sud, le periferie, i giovani, il web – non è stata mai sulla sostanza, ma solo sulla comunicazione. È convinto anzi che la storia renderà giustizia alle sue riforme. Ma davvero Renzi può tornare? Forse, ma le cose dette ieri non bastano. Perché dopo il 4 dicembre del renzismo non resta niente: non c'è più una linea politica e non c'è più un racconto che parli all'Italia, a questa Italia che il 4 dicembre ha svelato.

Non c'è più, innanzitutto, il partito della Nazione. Si può anche non chiamarlo così, se non piace, ma si è dimostrata fallimentare la teoria che ignorando – se non bastonando – molte istanze storiche della sinistra i voti di sinistra sarebbero arrivati lo stesso sommandosi a nuovi voti in fuga dalla destra. Lo avevano già detto regionali e amministrative: non succede. I voti di sinistra persi dal Pd magari non vanno altrove alle elezioni ma gliele fanno perdere e poi se possono tornano per dire No. I voti di destra non arrivano o comunque non abbastanza. Il blocco sociale che Renzi cercava, la “maggioranza silenziosa” per cui ha abolito la tassa sulla prima casa e l'articolo 18, non c'è.

Non c'è più la strategia della disintermediazione, del leader che bypassa i vecchi partiti (prima di tutto il suo) e cerca la sintonia direttamente col popolo. In pochi mesi, Renzi ha dapprima “vinto” il referendum trivelle grazie all'astensionismo, poi ha perso malamente quello sulla costituzione, adesso tifa per le elezioni per non misurarsi col giudizio popolare sulla riforma del jobs act: i plebisciti li perde. Può anche vincere le primarie con un paio di milioni di voti: ma poi? Hanno votato No quasi venti milioni.

Di conseguenza non c'è più l'Italicum, cioè la logica dell'investitura di un leader-capo. Il Pd renziano ha finalmente capito, in ritardo rispetto al 2013, che non c'è più il bipolarismo, e quindi non ha più senso la retorica del vincitore da conoscere la sera delle elezioni. Convertirsi d'improvviso al Mattarellum però appare strumentale: non c'è dietro nessuna riflessione su dove va il sistema politico, anche se qualcuno ieri ha provato a sollevarla. Sembra che Renzi voglia soprattutto preservare, dicendo no al proporzionale, un modello elettorale che preveda la figura del candidato premier, per esorcizzare quanto è avvenuto già in questa legislatura. Ma una legge elettorale non può più scriverla il Pd da solo.

È inoltre venuto meno l'argomento principale del consenso al Renzi nel suo partito: “ci fa vincere”. Renzi, dopo il 2014, ha condotto ripetutamente il Pd alla sconfitta, e il referendum ha fotografato il suo isolamento. Basterà l'alleanza col partito (ancora inesistente) di Pisapia per esportare in tutta Italia un “modello Milano” che proprio in queste ore fibrilla anche a Milano? Non c'è più l'argomento “gli altri hanno fallito”, semplicemente perché ha fallito anche lui, sulla riforma più importante, e sono a rischio anche le altre: il jobs act per via del referendum, la riforma della PA per via della Corte costituzionale, la riforma della scuola per via del fatto che se l'unico ministro “bocciato” è stata la Giannini un motivo ci sarà. Non c'è più la rottamazione, se il volto del renzismo oggi è un pacato sessantenne arrivato alla presidenza del consiglio sulla scia di una sonora sconfitta alle primarie romane. Non c'è più il “populismo soft”: combattere il grillismo con argomenti un po' grillini - poltrone, stipendi - non ha portato fortuna al Sì e dopo il 4 dicembre il M5S resta nei sondaggi, come da diversi mesi, il primo partito. Non c'è più la strategia di occupazione di televisione e web, che sarà più difficile perseguire fuori da palazzo Chigi e che comunque – per quanto portata all'estremo – non ha funzionato.

Non c'è più infine l'argomento con cui Renzi ha sempre zittito ogni critica: “Vogliono solo riprendersi la poltrona”. Nella sua prossima battaglia, qualunque essa sarà, chi combatterà per riprendersi la poltrona sarà lui, Matteo Renzi. Ambizione legittima, ma dovrà riflettere ancora per riuscirci.

È Gentiloni l’unica speranza

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Mezzogiorno e ceti medi impoveriti: nella sua dichiarazione programmatica – asciutta ma ambiziosa, non certo le parole del capo di un governo “elettorale” ma quelle di un premier con un solido mandato del Quirinale – è stato soprattutto su queste due priorità che il presidente Paolo Gentiloni ha dato motivo di sperare che il disagio sociale espressosi domenica con la bocciatura della riforma Boschi possa trovare ascolto nel nuovo esecutivo e garantire la necessaria discontinuità rispetto a una stagione politica sonoramente bocciata dalle urne. Complessivamente, un po' poco, a fronte di tanti messaggi contrari, a volte goffamente e inspiegabilmente contrari, trasmessi in queste prime ore: la nascita del nuovo governo è stata una specie di monumento all'autoreferenzialità. Premier a parte, avrebbe potuto essere la squadra post vittoria del Sì, è stato osservato: ed è vero.

Due ministeri in più – e per far posto ai due esponenti del Giglio magico con più responsabilità nel varo della riforma bocciata (Boschi, che subentra a Claudio De Vincenti spostato appunto al Mezzogiorno) e nella fallimentare campagna referendaria (Lotti, promosso da sottosegretario a ministro ma con le stesse deleghe chiave di prima). Meno donne. Qualche trasformismo premiato e un unico capro espiatorio, Stefania Giannini. Zero rappresentanza nell'area del No, intendendo per No non necessariamente (per carità) la minoranza Pd ma tutta l'area civica, associativa, accademica alla quale il Pd dell'ordalia referendaria ha voltato le spalle. E quella promozione agli esteri di Angelino Alfano che più di tutte denota una macroscopica incapacità di guardarsi da fuori, con gli occhi dei cittadini. Alfano è al governo ininterrottamente dal 2008, con la destra e con la sinistra, è stato più che sfiorato dal pasticcio diplomatico col Kazakistan ai tempi del caso Shalabayeva, rappresenta un partito praticamente privo di voti, è fortemente a disagio con l'inglese e non si è mai occupato di relazioni internazionali. Insomma, l'immagine di una politica sorda e arroccata. Altro che rottamazione.

Anche il profilo di Gentiloni, va detto, stride con la narrazione dell'epopea della generazione Leopolda. Renzianissimo, per carità, il nuovo premier è tuttavia inequivocabilmente uno “di quelli di prima”: ha compiuto da un po' i sessant'anni, è deputato da diverse legislature, è stato ministro dei governi di centrosinistra che fin qui nei discorsi di Renzi venivano liquidati come fallimentari al pari dei quelli di Berlusconi. Ha nel curriculum, come tutti alla sua età, battaglie vinte e battaglie perse. E soprattutto è tanto urbano, felpato e sottotraccia quanto il suo predecessore è debordante, dirompente e spesso insolente. Sarà probabilmente in questo tratto umano del premier la principale discontinuità del governo Gentiloni dal precedente. Il nuovo premier, se non sarà solo una meteora destinata a durare pochi mesi, potrà svelenire un clima politico irrespirabile, da lui stesso stigmatizzato ieri alla camera, anche perché Gentiloni si terrà il più lontano possibile dalle asprezze politiche e congressuali destinate ad attraversare soprattutto il suo partito. Questa libertà dal doppio ruolo di segretario e premier (che è ancora, ed è un po' grottesco, rigidamente previsto dallo statuto del Pd) è un'opportunità per il nuovo presidente.

Che, se sarà favorito dall'istinto di conservazione dei gruppi parlamentari – soprattutto di quelli del Pd, oggi di dimensioni praticamente irripetibili – non sembra destinato a essere molto aiutato proprio dal suo partito e in particolare dai renziani. L'ex premier, è chiaro, trascinerà il Pd in una paradossale battaglia “per riprendersi la poltrona” (proprio quello di cui fino a ieri accusava gli avversari), giocando tutto in nome della possibilità di avere al più presto la rivincita alle urne. Prospettiva tutt'altro che scontata, a meno di non credere alla storia del 40 per cento “tutto renziano” del Sì – e comunque non è scontato che a questo congresso il Pd sopravviva. Sarà bene che i suoi principali leader e fondatori, da dentro e da fuori il governo Gentiloni, questo punto lo abbiano chiaro, più di quanto hanno dimostrato di averlo finora.

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Che cosa succede, adesso, nel Pd

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Venerdì sera, mentre piazza della Signoria sfavillava dei riflettori delle dirette tv sul comizio in cui il premier annunciava la “rimonta bestiale” del Sì, nella Casa del popolo di Pontassieve, a pochi passi dalla strada in cui vive la famiglia Renzi, un centinaio di persone discuteva delle ragioni del No. Gente che ha pagato prezzi politici e professionali anche alti negli ultimi tre anni, e ha scelto di essere “contro” nonostante qualcosa da perdere e una pressione quasi minacciosa. Usciti dal partito o con un piede fuori ma che volevano ritrovarsi, ricostruire: “Siete stati eletti insieme, non come avversari”, dicevano a Filippo Fossati e Giovanni Paglia, deputati di Pd e di Sinistra italiana. Più lo sguardo al futuro che l'ansia per il risultato: “È vero che noi siamo pochi e in trincea nel partito. Ma io quando parlo con le persone normali, coi miei colleghi, al supermercato, trovo solo gente che vota No. E No convinto eh?”. E insieme, data la situazione, una certa passionale serenità: “Ma perché dicono che è stata una campagna brutta? È stata bella. A me piacciono sempre le campagne elettorali”.

Al di là degli aspetti più generali la battaglia per il No ha restituito a un pezzo di sinistra l'idea di una prospettiva; precisamente a quell'elettorato che il Pd com'è stato in questi tre anni non lo vota più, però non ha preso definitivamente altre strade. È gente che aveva votato Pd sempre, europee comprese, poi è rimasta prevalentemente a casa, nell'indifferenza più totale del gruppo dirigente. E domenica ha votato No, e “No convinto”. Si spiega anche così il fenomeno imprevisto di una partecipazione al voto a livelli da elezioni politiche. Anche in quelle “regioni rosse” dove il Sì ha riportato le uniche sofferte vittorie (e l'analisi provincia per provincia rivela un quadro molto più mosso di come può sembrare), la partecipazione è tornata ad essere la più alta d'Italia, come del resto era sempre stata: basta considerare la differenza tra il 37 per cento che partecipò alle regionali del 2014 in Emilia Romagna e il quasi 76 di domenica: oltre il doppio. E pur con tutto il gruppo dirigente locale schierato sul Sì la vittoria è stata di misura e limitata ad alcune province.

Oggi, di fronte alle dimensioni della sconfitta, è necessario riconoscere che se il Pd è ancora vivo lo deve alla lungimiranza di quella sua piccola parte che si è rifiutata di partecipare all'ordalia del “bastaunsì”, ha impedito che la vittoria del No fosse solo il trionfo di Grillo, Salvini e Berlusconi e ha presidiato la posizione di chi crede in un Pd diverso. Ancora una volta il referendum, come già le amministrative e le regionali, ha smentito le suggestioni alla “Partito della nazione”, dimostrando che i voti di destra non arrivano e non compensano quelli di sinistra che se ne vanno. Tra il paese e il Pd è successo qualcosa di grave in questi anni, e chi l'aveva visto si è preso del gufo rosicone e da ultimo del traditore. E invece aveva ragione.

Sarebbe un errore adesso pensare di risolvere tutto con una rapida resa dei conti congressuale. Anche al premier è probabilmente passata la voglia di chiedere un altro plebiscito. Ma soprattutto al partito non serve un'altra conta interna e autoreferenziale, bensì affrontare la sua difficoltà a capire la realtà e il suo isolamento nella società ricostruendo un campo credibile di centrosinistra. E d'altro canto, il Pd oggi non è in condizione di fare un congresso, anche se prima o poi dovrà farlo. Dopo tre anni di abbandono organizzativo e di totale asservimento alla comunicazione di palazzo Chigi non c'è più una base, non c'è un minimo di militanza, non c'è un pensiero condiviso a partire dal quale confrontarsi su diverse linee politiche. Dopo la stagione della rottamazione, il Pd ha bisogno di ricostruttori. Toccherebbe a Renzi, se avesse l'umiltà di mettersi a fare quello che (per sua stessa ammissione) non ha mai desiderato fare e non ha mai fatto, cioè il segretario del partito. Ma al punto in cui siamo è difficile. Anzi rischia di essere l'ostacolo più grande, sia che resti sia che se ne vada.

Appunti per l’ora del cialtrone

La campagna referendaria è finita e stiamo entrando a grandi passi nell'ora del cialtrone. Dicesi ora del cialtrone quel tempo interminabile in cui la propaganda deve fermarsi, la gente sta votando, le voci impazzano e non c'è nessunissimo elemento serio sul quale fare un'analisi. Tuttavia le ore scorrono lentissime, i giornali escono, le dirette cominciano e qualcosa si deve pur dire. Quello è il momento in cui il cialtrone entra in campo: sondaggi riservati, compagni strafidati, soffiate altolocate, tutto fa brodo. Risposte risposte risposte, quando invece sarebbe il momento, ora che c'è un po' di pace, di porsi finalmente qualche sana domanda che possa servire poi a capire i dati veri. Il presente post è dunque un'iniziativa di servizio per chi deve pur passare le prossime ore al riparo almeno dalle cialtronate più grosse, e mantenersi lucido per quando arriveranno i dati. Quindi eccovi le mie, di cialtronate.

  • L'affluenza. L'opinione diffusa è che se sarà bassa è più probabile che vinca il No, perché il No sarebbe più motivato e militante; se sarà alta, in linea con le politiche, Renzi si salva grazie alla maggioranza silenziosa: è stata questa la chiave prevalente alla vigilia. Tuttavia bisognerebbe chiedersi qual è la vera "maggioranza silenziosa" oggi in Italia: al netto di chi voterà Sì o No dopo aver approfondito e studiato il merito della riforma (comunque una minoranza), la maggioranza più probabile è quella degli spaventati che temono l'instabilità minacciata dal governo e dall'establishment italiano ed europeo, oppure quella degli arrabbiati, insoddisfatti, a disagio? Sarà più maggioranza quella dei turbocostituzionalisti che vogliono un parlamento più agile snello  veloce e risparmioso o quella degli spaventati alla rovescia che pensano meglio tenercela com'è la costituzione, che metti mai arriva un Trump anche qui almeno un pochino lo argina? Insomma, se ci sarà un'onda di partecipazione imprevista (imprevista rispetto agli ultimi non esaltantissimi dati), è più facile che sia per il Sì o per il No? La risposta, quantomeno, non mi pare scontata.
  • Todo cambia. Ne abbiamo già parlato, qui. E altri hanno aggiunto riflessioni stimolanti, come questa. Non avremo mai la controprova, ma almeno da lunedì potremo giudicare se il voto che avrà vinto - Sì o No - sarà stato davvero un voto di cambiamento. Probabilmente anche a risultato acquisito ognuno resterà dell'idea che si è fatto rispetto a cosa sarà o sarebbe stato il vero cambiamento. Sarà sempre troppo tardi per una riflessione che si chieda se cambiare strada sia davvero sempre positivo e soprattutto dove, cambiando strada, questo paese voglia andare. Proprio quello che è mancato al dibattito su un tema che pure lo avrebbe meritato, come la riforma della costituzione. In ogni caso sarà tardi per rimediare.
  • Le correzioni di Renzi. L'ho già detto, una campagna partita all'insegna del "se voti No non cambia nulla" è finita col messaggio "per carità vota sì che sennò cambia tutto, arriveranno le cavallette eccetera eccetera". Una clamorosa inversione di rotta, una lampante contraddizione. Come quella di un premier impagnato a rilanciare il messaggio "ho sbagliato a personalizzare" occupando fisicamente tutti gli studi tv, in un perpetuo e costante "Matteorisponde". Ma c'è di più: Renzi non avrebbe forse potuto risparmiarsi la criticabile sceneggiata della finta scheda per eleggere i senatori all'ultima settimana? Certo, bastava non rispondere con un'alzata di spalle a chi, per mesi, gli ha chiesto di essere più chiaro sul punto; e ancora prima, sarebbe bastata un po' più di disponibilità nell'accogliere la richiesta di rendere elettivo il nuovo senato, invece di prendere per il collo la minoranza Pd con una formulazione stitica e ambigua. Risultato: all'elettività dei senatori non crede più nessuno, e proprio quando a Renzi servirebbe far credere che non è vero che non potremo più votare per il senato. Vale lo stesso per l'Italicum: se alla fine bisognava prendere l'impegno di cambiarlo, non valeva la pena fallo più credibilmente diversi mesi fa, e senza spaccare il Pd? Magari i risultati lunedì daranno ragione a Renzi. C'è però da chiedersi se tanta incertezza nella comunicazione non nasconda preoccupanti incertezze politiche, o cosa ancora più pericolosa una totale e quasi ostentata insincerità.
  • L'effetto Prodi. Mentre scrivo non posso sapere se l'endorsement del professore al Sì avrà più ricompattato sul No un po' di mondo berlusconiano o più mobilitato sul Sì il vecchio elettorato ulivista. Probabilmente anzi non lo sapremo mai. Quello che sarà interessante sarà studiare le conseguenze della scelta del prof sul Pd e sull'Ulivo, o quello che ne rimane. Dio sa se il partito guidato dai rottamatori non avrebbe bisogno di padri (e madri) nobili, ma sembra destinato a non averne. C'è da temere che comunque vada la decisione di Prodi di rendere pubblico il suo Sì non aiuti, nel post voto, a ricostruire una comunità politica, quella del Pd, che dopo il trauma dei 101 sembra destinata a non trovare rimedio alle sue divisioni. E non c'è dubbio che proprio quella ferita, dall'endorsement di Prodi, sia stata paradossalmente, proprio da lui, riaperta. Qualcuno ha (laicamente) bestemmiato che "avevano ragione i 101", qualcuno ha parlato di sindrome di Stoccolma; ma lo stesso professore ha accompagnato la sua dichiarazione di voto con riferimenti molto pesanti al ruolo di altri leader del passato e anche a come la vicenda referendaria è stata gestita dal leader attuale. Difficile, comunque finisca, che questa mossa collochi da domani Prodi nel ruolo di padre ricostruttore. Chissà se nel suo un po' misterioso e improvviso scatto per il Sì, questo l'aveva valutato.

Avrei naturamente molte altre cose da dire, ma le dirò quando si saprà chi ha vinto. Mica ci ho scritto Joe Condor. (cit. di cit.)

Basta un noi. Il mio voto democratico

Ultimo giorno. Io voto No, perché amo l'Italia e la nostra Costituzione. Se vince il No, dopo aver respinto la riforma di Berlusconi, avremo stabilito per sempre il principio che nessuno, nemmeno noi, può cambiare la Costituzione, che pure può essere riformata e resa più moderna, per un colpo di maggioranza. Questo non è successo e non può succedere in nessun paese democratico, questo è scritto solennemente nella Carta dei valori del nostro partito, e questo ci chiedeva Giuseppe Dossetti nel 1994, agli albori di questa Seconda Repubblica in cui la Costituzione ha rischiato più volte di essere sottoposta al volere del leader o del partito del momento, e sempre è stata invece tenuta al riparo, grazie a noi. Grazie ai Democratici. Per questo è così importante, e sarà importante comunque per il nostro futuro, che esistano i Democratici per il No, e per questo sono orgogliosa e felice di farne parte. Buona fortuna a noi tutti, e all'Italia.

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Referendum: ma siamo sicuri che sia la vittoria del Sì a garantire stabilità? (No)

Ho scritto questo per i giornali locali del gruppo l'Espresso (Il Tirreno, La Gazzetta di Mantova, Libertà, Il Mattino di Padova, Il Piccolo, La Gazzetta di Reggio, La Gazzetta di Modena, Il Messaggero Veneto, La Nuova Sardegna, La Nuova Venezia e altri).

Aveva destato qualche stupore il fatto che ultimamente Matteo Renzi avesse cominciato ad alludere agli scenari successivi a un'eventuale vittoria del No. È bastato attendere e il motivo è diventato chiaro: gli ultimi sondaggi consentiti prima del silenzio preelettorale rendono quella della bocciatura della riforma Boschi un'eventualità non ignorabile, ed è assai verosimile che il premier quei sondaggi li conoscesse da qualche giorno. Tuttavia la drammatizzazione dello scenario post vittoria del No, da parte di Renzi, è indubbiamente anche una tattica per recuperare il consenso che in queste ore sembra sfuggirgli. Evocare un quadro di instabilità può servire a parlare alla "maggioranza silenziosa", quella massa di indecisi poco politicizzati e poco interessati ad approfondire il merito della riforma che, pur non disposti ad arruolarsi in un plebiscito pro-Renzi potrebbero temere le incertezze di un eventuale e imminente post-Renzi.
Ma è proprio vero che la vittoria del No porterebbe instabilità? In realtà il semplice ragionamento politico porterebbe piuttosto a pensare l'esatto contrario. Se vince il Sì, infatti, quanto ancora può durare la legislatura? Quale diventerebbe immediatamente l'oggetto del discorso pubblico sui giornali, ma anche nelle cancellerie che guardano all'Italia se non lo scenario elettorale? Quanto potrebbe resistere Matteo Renzi d'altro canto alla tentazione di capitalizzare la vittoria? Quanto potrebbe sopravvivere un senato "dead man walking", già abolito nella sua conformazione attuale ma ancora lì a votare fiducie? Non è affatto detto che dopo una vittoria del Sì la Corte costituzionale blocchi l'Italicum: non sta scritto da nessuna parte che una legge sbagliata sia anche incostituzionale. Qualche correzione minima richiederebbe poco tempo e tutto sarebbe pronto per le elezioni tra pochi mesi. Ed ecco in agguato la sorpresa: perché non è affatto scontato che a una vittoria del Sì, magari riacciuffata d'un soffio ribaltando i sondaggi all'ultimo minuto, debba per forza seguire una vittoria del Pd alle elezioni politiche. E con il nuovo sistema, tutto incentrato sul principio che "il vincitore prende tutto", la "maggioranza silenziosa", in sintonia con quella americana, potrebbe finire col dare tutto il potere proprio alle forze antisistema. Altro che stabilità, la vittoria del Sì nelle condizioni date può portare a una rapida e netta vittoria del movimento Cinque stelle. Scenario legittimo, ma pieno di incognite.
E se vince il No? Una cosa è certa: nessuno della maggioranza attuale di governo chiederà a Renzi di dimettersi. E anche nel caso che lui decida di farlo, la maggioranza esisterà ancora. Potrebbe forse il partito di maggioranza relativa permettersi di dire no a una soluzione autorevole indicata dal presidente Mattarella? Con quale motivazione, non davanti a lui, ma davanti al paese, il Pd potrebbe rifiutarsi di governare? Non solo non è ipotizzabile che Renzi chieda al suo partito di fare questo, ma se pure lo facesse non sarebbe ipotizzabile che il Pd, dopo una sconfitta che sarebbe difficile non imputare a lui e alla sua gestione personalistica del governo e del partito, seguisse una tale insensata indicazione. Anche perché a quel punto ci sarebbe il dovere di fare una legge elettorale per il senato, e anche il giudizio della Corte sul'Italicum sarebbe probabilmente molto più severo (permanendo la seconda camera che dà la fiducia sarebbe molto più difficile giustificare in nome della governabilità meccanismi di distorsione del risultato come il premio di maggioranza o il ballottaggio). Questo, insieme alle emergenze economiche e della ricostruzione post terremoto, potrebbe essere il compito di un governo "del presidente" che difficilmente non arriverebbe alla scadenza del 2018. Sempre, ripeto, che Renzi non sia in condizione o non voglia assumersi lui questo compito. Quello che è certo è che questo paese avrà bisogno, dopo il 4 dicembre, di una decantazione. Dopo essersi così aspramente diviso sulla costituzione, dopo questi anni di turboriformismo dai risultati non sempre proficui, dopo le tensioni con l'Europa un po' di stabilità per l'Italia ci vuole proprio. E se fosse proprio la vittoria del No, paradossalmente, il modo per garantirla?