Appunto sull’articolo 18 (e però voi lo avete votato, eccetera)

Allora:
- il Jobs act era un decreto delegato. Questo significa che il parlamento vota una delega al governo che poi sulla base di quella delega scrive, con una certa seppur limitata libertà, i decreti attuativi. La delega conteneva varie norme sul lavoro (contratto a tutele crescenti, riforma degli ammortizzatori sociali ecc) tra cui la disciplina dei licenziamenti. Nel voto finale sulla delega fu posta la fiducia, che la minoranza Pd votò per senso di responsabilità dichiarandosi contraria ad alcune parti del provvedimento.
 - durante l'esame della delega, sia in sede partito (direzione) che in sede parlamento (gruppo) la minoranza Pd aveva presentato documenti che esprimevano una posizione contraria all'abolizione dell'articolo 18 e che erano stati regolarmente bocciati.
- nella delega, in base a un accordo interno al Pd garantito da una mediazione del presidente della commissione lavoro Cesare Damiano, e votato dalla direzione del Pd all'unanimità - renziani compresi quindi - si era comunque raggiunta una mediazione anche sui licenziamenti che prevedeva il no ai licenziamenti collettivi e norme che limitavano l'abolizione dell'obbligo di reintegra. In seguito, il governo sconfessò quell'accordo e gli stessi parlamentari renziani della commissione lavoro introducendo i licenziamenti collettivi. L'eccesso di delega venne denunciato da subito dallo stesso Damiano, allora membro della maggioranza Pd.
- in precedenza, durante il governo Monti, l'allora segretario del Pd Pierluigi Bersani aveva impedito l'inserimento dell'abolizione dell'articolo 18 nella legge Fornero, mettendo in gioco il proprio stesso ruolo.

Qui il video:

Tanto vi dovevo.

5 Responses to Appunto sull’articolo 18 (e però voi lo avete votato, eccetera)

  1. giovanna taverni

    a qualcuno viene il dubbio che forse rompere prima… altri sono sicuri che aver rotto ha determinato lo sfascio del PD e il disastro che abbiamo sotto gli occhi..
    io ho visto banalmente una certa resistenza della minoranza , titubante a lasciare il partito nelle mani di QUELLA maggioranza, dopo anni di lavoro per creare una identità comune delle famose due anime. Forse è stata inutile, ma quando si resiste non si è sicuri di vincere.
    consola poco poco il fatto che sui principi non si transige, che i compromessi si accettano valutandone il prezzo, ma un prezzo di deve essere!

  2. emiliano turazzi

    lo so, lo capisco benissimo, ma mi resterà sempre il dubbio che forse rompere prima (ai tempi dell’uscita di Civati) sarebbe stato meglio per tutti.

  3. emiliano turazzi

    tutto vero, i passaggi li ricordo bene. la minoranza votò obtorto collo, come in molte altre occasioni, sotto al minaccia della fiducia. però votò. così come votò con mille distinguo (ricordo meno bene i passaggi e i corrispettivi capestri) la riforma costituzionale salvo poi sfilarsi al momento del referendum. Ho sempre rispettato e considerato comprensibili gli scrupoli della minoranza che cercava di non far cadere il governo. Resta il fatto che al di fuori del parlamento l’atteggiamento è sembrato poco chiaro e che, come in molti già pensavamo allora, si sia trattato probabilmente di errori politici non minori, sia in sè (le conseguenze dei provvedimenti) che per la difficile leggibilità delle scelte.
    Se la minoranza si fosse sfilata ai tempi del jobs act, forse non saremmo nemmeno passati per le forche caudine del referendum costituzionale (che ha prodotto lacerazioni durissime nell’elettorato di sinistra e centrosinistra) e non avremmo attiva oggi una legislazione sul lavoro peggiorativa di quella precedentemente in vigore. forse, naturalmente: manca la controprova.
    La caduta di un governo è stata a lungo considerata uno spauracchio, ma alla prova dei fatti, spesso, finchè una maggioranza c’è, non porta altro che ad un nuovo equilibrio politico e ad un nuovo governo. Caduto Renzi abbiamo avuto Gentiloni… Caduto Prodi, D’Alema e poi Amato…non necessariamente questi avvicendamenti portano a condizioni peggiorative.

    • non c’è dubbio. ma non è una passeggiata far cadere un governo, o andarsene da un partito (che sarebbe stato l’ovvia conseguenza)

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